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Il dramma di vivere a Spinetta con la paura di ammalarsi
Al processo contro i dirigenti del polo chimico per inquinamento delle acque e omessa bonifica parlano le prime parti civili. Storie di malattie e paura, all'ombra del colosso della chimica. Altre testimonianze nella prossima udienza
Al processo contro i dirigenti del polo chimico per inquinamento delle acque e omessa bonifica parlano le prime parti civili. Storie di malattie e paura, all'ombra del colosso della chimica. Altre testimonianze nella prossima udienza
ALESSANDRIA – Il primo a parlare è stato il signor Francesco, dipendente dello stabilimento del polo chimico di Spinetta Marengo fino al 2003. Ci è arrivato sulla sedia a rotelle davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, dove è in corso il processo per inquinamento delle acque e omessa bonifica a carico di otto tra ex dirigenti ed amministratori di Montedison – Ausimont e Solvay. Ha subito due operazioni Francesco, “nel ’97 per un carcinoma al duodeno e nel 2007 al colon. Parlando con gli oncologi mi hanno detto che erano legati a quel che avevo respirato in 30 anni di lavoro”. Lavorava all’impianto dove si produceva acido solforico e “ho bevuto acqua dello stabilimento”, anche perchè “non ci si poteva allontanate dal posto di lavoro”.Delle discariche, ne ha mai sentito parlare? Incalza l’avvocato di parte civile Giuseppe Lanzavecchia. “Non sapevamo più di tanto”.
Non sapevano delle discariche sotto cui erano sepolti i rifiuti e si fidavano di quanto era scritto sui cartelli vicino alle “cannette”: acqua potabile. “Però i dirigenti mica bevevano”, dice qualcuno.
Parlano gli ex dipendenti, figli degli operai morti, le mogli. Chi ha avuto una leucemia, chi un carcinoma in qualche parte del corpo. Pochi, a volte, gli elementi comuni nella varietà delle malattie, se non il fatto di aver vissuto a Spinetta o dintorni, o aver lavorato nella fabbrica.
I giovani, come gli anziani, sapevano poco, fino a quando non è scoppiata “l’emergenza” del 2008.
“Papà ci diceva di non bere quell’acqua – racconta Nunzia – perchè lui lo sapeva, lui ci ha lavorato”. Il padre di Nunzia morirà nel ’94 per un tumore al pancreas, a 60 anni. “Un anno dopo si è ammalata mia figlia, aveva 18 mesi, anni di chemioterapia a Monza”. Per fortuna, quella bambina è stata risparmiata: “ora è mamma a sua volta, e io nonna”, dice la donna. Le torna il sorriso, per qualche secondo.
Alice è giovane, ma ricorda i racconti dei nonni, che lavoravano nello stabilimento. “Il nonno faceva parte della tribù dei nasi bucati. Si è ammalato che io frequentavo la prima media. Aveva un cancro all’osso femorale”. Alice abitava ancora a Spinetta quando nel 2008 “ci vennero a chiudere i pozzi collegati allo stabilimento. Nessuno ci sapeva o ci voleva dare spiegazioni. Dopo molte insistenze un operaio Amag ci disse che chiudevano perchè avevano trovato del cromo nell’acqua. E’ bastato fare qualche ricerca su internet per capire cosa voleva dire inquinamento da cromo esavalente. Siamo rimasti un paio di giorni senz’acqua e , nonostante le telefonate in Amag, nessuno ci dava spiegazioni. Dicevano che dovevamo parlare con i dirigenti. Ma alla fine una impiegata ha ammesso che ‘con quelli di Spinetta non volevano parlare’”. Alice, insieme ad altri cittadini, ha chiamato la redazione de Le Iene. “Attraverso loro abbiamo avuto la possibilità di visionare molti documenti e dati ed abbiamo capito la gravità della situazione”. Alice racconta anche il dramma di due famiglie di Spinetta, in contatto con la trasmissione di Italia 1: “i loro figli hanno mutazioni genetiche, ad un occhio e alla fontanella, che è saldata”. Drammi che, per ora, quelle famiglie preferiscono tenere per sé stesse, per paura, forse, o per il timore di non essere compresi.
A fare domande non sono solo gli avvocati di parte civile. E’ anche il presidente della Corte, Sandra Casacci. Chiede se hanno bevuto l’acqua dello stabilimento, dove abitano, dove hanno lavorato a coloro che portano i propri drammi personali in un’aula di tribunale. Tacciono gli avvocati della difesa. “Si beveva di continuo, l’acqua era fresca, ingannava”, racconta Ildebrando, reparto Algofron. E’ orgoglioso del suo lavoro, Michele, svolto fino al 2000, al pronto intervento meccanico. “Eravamo in prima linea. Quando c’era un guasto intervenivamo subito. Andavamo nel reparto ma dopo un quarto d’ora arrivava l’analista a dirici di andare via, di scappare. Un tempo c’erano i canarini a dare l’allarme, se morivano significava che c’era una perdita. Ma io non li ho mai visti. Poi hanno preso i topini. Quanto gas abbiamo respirato nessuno ce lo ha mai detto”. Dal 2008, da quando gli hanno diagnosticato un tumore al colon, “non ho più bevuto acqua”.