Il cromo esavalente “creato” ex novo da trasformazioni chimiche
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Il cromo esavalente “creato” ex novo da trasformazioni chimiche

Secondo il perito dei Ausimont il cromo esavalente presente in falda non sarebbe presente nel terreno, ma deriverebbe da una reazione chimica tra cromo tre e acque acide. Prosegue la guerra tra Solvay e Ausimont sull'andamento dell'inquinamento e sull'alto piezometrico

Secondo il perito dei Ausimont il cromo esavalente presente in falda non sarebbe presente nel terreno, ma deriverebbe da una reazione chimica tra cromo tre e acque acide. Prosegue la guerra tra Solvay e Ausimont sull'andamento dell'inquinamento e sull'alto piezometrico

 ALESSANDRIA – C’è una nuova ipotesi sulla presenza di cromo esavalente nelle acque di falda di Spinetta Marengo, sotto lo stabilimento del Polo Chimico. A illustrarla è il consulente Ausimont, l’ingegnere chimico del politecnico di Torino Maurizio Onofrio davanti alla Corte d’Assise, presieduta dal giudice Sandra Casacci.
Prosegue in aula, infatti, a colpi di relazioni, la “guerra” tra Ausimont e Solvay: una sorta di scarica barile per individuare il presunto responsabile dell’inquinamento che ha portato, nel 2008, allo scoppio dell’emergenza. Una ventina di sostanze pericolose frutto della lavorazione pregresse, secondo Solvay, attuali gestori del sito industriale; alimentate, invece, dalle lavorazioni Solvay, secondo Ausumont.
La tesi sulla presenza di cromo esavalente come frutto di una trasformazione chimica è dell’ingegnere Onofrio che parte da un dato: l’andamento delle concentrazioni dell’inquinante che, tra gli anni 2003 e 2011, sembra scendere per poi risalire (lo scoppio della cosiddetta “emergenza” è del 2008). Eppure, la produzione di bicromati era cessata dalla fine degli anni sessanta. “L’inquinante con il tempo – osserva – avrebbe dovuto diminuire nel tempo, venendo a cessare la sorgente”.
Cosa può aver provocato allora quelle oscillazioni di valori? Due sostanzialmente i fattori: l’azione di dilavamento dell’acqua o reazioni con altre sostanze presenti nei terreni o nelle acque. Secondo Onofrio nel terreno sotto lo stabilimento è presente cromo totale, soprattutto cromo trivalente, considerato meno pericoloso del cromo esavalente. Il cromo 3, venendo però a contatto con acque acide, contenenti fluoruri, potrebbe essersi trasformato in cromo 6. E l’acqua fluorurata potrebbe provenire dalle perdite degli impianti di raffreddamento. Tutte ipotesi che saranno probabilmente oggetto di maggiore approfondimento nel controinterrogatorio ma che, a margine dell’udienza, convincono più di qualcuno.
La prima parte dell’udienza era stata dedicata tutta ai controinterrogatori rivolti al perito Ausimont Bruno Celico. Ha chiesto chiarimento sulla separazione tra i livelli di falda il pubblico ministero Ricacrdo Ghio: “c’era travaso tra acquiferi”? “Sì, c’era ma in termini relativi”.
Più volte i legali Solvay hanno tentato di far cadere il geologo in contraddizione, mettendo in dubbio dati e rilievi.
“Celico ha dovuto ammettere diverse volte di essere incorso in errore nell’analisi dei i dati dell’inquinamento, sia all’interno sia all’esterno del sito industriale, tentando di provare colpe di Solvay che sono poi risultate inesistenti”, dice in una nota l’azienda.

Dal controinterrogatorio i legali Solvay hanno evidenziato come un presunto maggior inquinamento, rilevato dal 2001 in poi, potesse dipendere semplicemente da maggiori punti di campionamento.
“Celico ha cercato di sostenere che l’inquinamento nel passato non c’era e che Solvay ne è la causa dimenticando di sottolineare che non c’erano i piezometri per misurarlo. Celico ha, infatti, cercato di paragonare la situazione del 2001, costruita sulla base di soli 13 piezometri interni e nessun dato esterno, con le dettagliate misurazioni attuali che possono contare su 133 piezometri interni e una ventina di piezometri esterni, e che sono quindi state in grado di evidenziare progressivamente la reale situazione di inquinanti anche nelle zone dove non era possibile indagare prima”, dicono gli avvocati Santa Maria e Bolognesi.

L’altro lato, forse drammatico, della medaglia è, però, che se le tesi di Celico sulla diffusione dell’inquinamento fossero confermate (ossia che il sistema di pompaggio messo in atto per la bonifica “sparge” di fatto inquinante) tutto il progetto di bonifica presentato da Solvay e approvato o in fase di approvazione dagli enti sarebbe vano.

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