“Città ferita dal clientelismo, deve ritrovare entusiasmo”
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“Città ferita dal clientelismo, deve ritrovare entusiasmo”

Un bilancio del vescovo Monsignor Guido Gallese ad un anno e mezzo dal suo insediamento, l'analisi, i progetti per il futuro che partono dai giovani e “dai poveri, gli unici che sanno comprendere il significato della benedizione”

Un bilancio del vescovo Monsignor Guido Gallese ad un anno e mezzo dal suo insediamento, l'analisi, i progetti per il futuro che partono dai giovani e “dai poveri, gli unici che sanno comprendere il significato della benedizione”

ALESSANDRIA – Un anno e mezzo, un tempo “troppo breve” per fare bilanci. Ci prova ugualmente Monsignor Guido Gallese, alla guida della diocesi alessandrina da novembre 2012. Un ritratto duro quello che emerge dall’intervista, di una città e di una comunità cristiana in difficoltà tra crisi e immobilismo, dove però “non mancano segnali positivi” a partire dai giovani. “Se il mondo assomiglia anche solo un poco ai giovani, non corriamo pericoli”, dice con un sorriso aperto.

“E’ passato poco tempo per dire cosa è cambiato dal mio arrivo e se è cambiato qualcosa. A me Alessandria piace, è una bella realtà di persone intraprendenti, sempre molto attenti alla carità. C’è di fondo una grande generosità, una rete di volontariato presente. Forse è una città che è stata rovinata nel tempo da un atteggiamento clientelare, in tutti i settori. Un atteggiamento distruttivo per una comunità. A fronte di un benessere a portata di mano si è sviluppato un certo clientelismo, che ha messo in naftalina l’intraprendenza. Ci sono i margini per recuperare: bisogna lavorare per dare speranza ad una città piena di cose belle, che deve credere in sé stessa”, sono le sue prime parole, che da sole potrebbero bastare a fare storcere il naso in chi, in questa descrizione, non si vuole riconoscere.

E la comunità cristiana? E’ “vittima” della stessa “malattia”?
E’ una buona comunità ma tipicamente occidentale. Abbiamo grandi problemi con il vangelo e infatti c’è voluto un Papa latino-americano per mettere mano a questo percorso di riavvicinamento al Vangelo. Un percorso già messo a fuoco da papa Benedetto XVI che parlava sempre di gioia anche se forse non traspariva. Per chi lo conosceva il suo gesto, le dimissioni, non è stato così sorprendente. Il nostro deve essere un cammino di recupero dell’essenza del Vangelo, nella sua bellezza.

Secondo Lei, la crisi ha allontanato i fedeli dalla Chiesa, o li ha riavvicinati?
La gente si sta riavvicinando, è sotto gli occhi di tutti, ma non per colpa o merito della crisi, ma per gli sforzi che la Chiesa sta compiendo. Un pastore non è bravo quando non sbaglia, ma quando si dà da fare per mettere in atto il Vangelo. Non a caso Cristo scelse San Pietro per edificare la Chiesa, colui che lo rinnegò. E’ il succo del mistero dell’accettazione delle nostre fragilità. Sto vedendo delle cose molto belle, ci sono fatiche differenti, i giovani apprendono subito, i laici un po’ meno, i preti sono gli ultimi, a volte. I giovani hanno occhi che brillano, sanno fare gesti coraggiosi, cose belle. In questi mesi ho conosciuto ragazzi capaci di queste cose, di lanciare segni di speranza. Se il mondo assomiglia anche solo un poco ai giovani, non siamo in pericolo.
Nei miei confratelli a volte vedo la fatica, la rassegnazione. ‘Si è sempre fatto così, è difficile fare diversamente’ mi dicono. Veniamo da un momento difficile per il presbiterio dopo grandi cambiamenti nella società e nella Chiesa, a partire dal ’68. L’esigenza di un rinnovamento all’interno della Chiesa è partita dagli anni Sessanta, ma a volte siamo inspiegabilmente lenti e il perché io non l’ho ancora capito. Cominciamo forse ora a vedere i risultati del Concilio Vaticano II, con gli occhi della storia, adesso che andiamo verso la fine, nel 2015. C’è questa spinta continua ad oscillare, tra l’andare avanti e il tornare indietro, come per la liturgia.

Quindi? Cosa fare?
Sto cercando di coinvolgere la gente: un comandamento fondamentale di cui non teniamo conto perchè è pesante, a ben pensarci: amatevi gli uni con gli altri. Significa amare chi amo, che è facile, ma anche chi non amo, il ‘nemico’. Penso se mai dovessi dire: ama anche chi ti vuole uccidere, quali sarebbero le reazioni. Eppure l’unica risposta che possiamo dare è amare.
Dobbiamo amare soprattutto gli ultimi. Questo è un concetto rivoluzionario: il gesto di carità motivato dall’amore, non fine a se stesso, per togliersi il ‘fastidio’.
Il nostro tesoro sono i poveri. La carità verso di loro non è un gesto che passa dall’alto al basso, è il rapporto con Cristo che passa attraverso queste persone, è un rapporto alla pari, è uno scambio di doni. Penso ai momenti che abbiamo passato con loro, nelle mense, durante le festività natalizie. Sono stati momenti bellissimi. Fateci caso, i poveri sono raramente arrabbiati con Dio.
Dobbiamo fare sul serio, ora, con i poveri, perchè sono loro che ti fanno capire il senso della vita. Basta vederli cantare, quando intonano ‘Io Vagabondo’… cantano con il cuore quel ritornello: io vagabondo che son io, soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto Dio.
Loro capiscono cosa è una benedizione, quale è il significato, noi no. Quando mi capita di imporre loro le mani, loro comprendono, sono loro che fanno capire a me.
Visto che da qualche tempo i frati non riuscivano più a garantire il servizio presso la loro mensa, da qualche tempo ogni domenica una parrocchia diversa presta servizio nei locali della mensa Caritas. Nella Chiesa di San Rocco, invece, abbiamo avviato un progetto di ospitalità per alcuni uomini soli ultracinquantenni. 
Mettersi a mangiare, stare a fianco a loro è importante. A volte invece preferiamo sbarazzarci di chi chiede la carità, per toglierci il fastidio.

Parla spesso di Genova, città da cui proviene e dove si è formato. Ai genovesi trapiantati in Piemonte manca soprattutto il mare. Anche a Lei?
Sì, manca, ma ho trovato il Po. Vado spesso a passeggiare lungo gli argini, verso Valenza, è un luogo incontaminato. Anche il vento mi manca. Mi racconta della vita cristiana, il vento soffia dove vuole, non si sa da dove viene e dove va, il cristianesimo è un po’ come il vento.

Però c’è la nebbia…
Nella nebbia bisogna avventurarsi con fede, come nella nostra vita, non vediamo sempre tutto, ma non per questo ci si deve fermare nel proseguire il cammino.

Quali sono le prossime iniziative per la diocesi?
Siamo in periodo di Quaresima, poi la Pasqua, l’attività della Diocesi è concentrata su queste due cose. Sto facendo ripartire la scuola di preghiera, nelle carceri, a San Michele al venerdì e nella parrocchia di San Pio V per le famiglie e gli adulti. Mentre nella parrocchia di Sant’Alessandro partirà quella rivolta ai giovani.
Poi ci sarà la madonna della Salve, che per gli alessandrini è un appuntamento fondamentale, durante la quale sarà ordinato un nuovo diacono, Stefano Mussi.

Tante carne al fuoco, quindi. Sono tutte iniziative che, secondo lei, riuscite a comunicare all’esterno? La chiesa ultimamente si sta rinnovando anche sotto questo punto di vista. Anche lei lo sta facendo?

Mediamente no, non riusciamo a comunicare, ma non dipende tanto dalla capacità tecnica. Stiamo organizzando una sorte di centro multimediale, attraverso canali che già abbiamo, come il settimanale “La Voce” e RadioVoceSpazio, al quale vorremmo aggiungere uno spazio video sul web

Quanto il web e i nuovi strumenti hanno condizionato le relazioni e le comunicazioni?
Tanto. Io ho un profilo Facebook che però non riesco a seguire quanto vorrei. Ci credo molto nei mezzi di comunicazione, sono sempre stato ipertecnologico. Forse è una cosa che mi ha tramandato mio padre. E’ bello poter catturare i momenti e condividerli, ma la condivisione non deve essere il fine in sé. Ossia, è bello catturare il momento in una fotografia o in un video ma condividerlo solo dopo. In generale manca condivisione, e non mi riferisco ai social network.

 

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