Ausimont: “situazione peggiorata dopo l’arrivo di Solvay”
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Ausimont: “situazione peggiorata dopo l’arrivo di Solvay”

Il perito di Ausimont, il geologo Pietro Bruno Celico, punta il dito su Solvay, sostenendo che i livelli di inquinamento sono “peggiorati dal 2002 in avanti”. Respinta anche l'accusa di aver "occultato i dati" della situazione ambientale

Il perito di Ausimont, il geologo Pietro Bruno Celico, punta il dito su Solvay, sostenendo che i livelli di inquinamento sono ?peggiorati dal 2002 in avanti?. Respinta anche l'accusa di aver "occultato i dati" della situazione ambientale

 ALESSANDRIA – E’ “scontro” tra Ausimont e Solvay davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, dove si sta svolgendo il processo per inquinamento delle acque e omessa bonifica a carico di otto ex direttori e dirigenti delle due società che si sono succedute nella gestione del polo chimico di Spinetta Marengo. Il perito di Ausimont, il geologo Pietro Bruno Celico, punta il dito su Solvay, sostenendo che i livelli di inquinamento sono “peggiorati dal 2002 in avanti”, ossia da quando il colosso belga della chimica è entrato nella gestione dello stabilimento. In una lunga relazione, che entrerà a fare parte degli atti del processo, dimostra, a suo dire, come la presenza di inquinanti, dagli anni settanta fino alla data del passaggio di consegne, fossa “prossima allo zero”, per poi innalzarsi nuovamente dopo il 2002. Motivo? “Le fonti di inquinamento sono passate da due a quattro”. Solvay sostiene il contrario, ossia che si tratterebbe di sostanze già presenti nel sottosuolo e nelle acque sotterranee, legate a lavorazioni storiche.
Celico tiene banco per oltre due ore con la sua relazione. Mostra dati e grafici, “fatti a mano, senza l’ausilio di software”, in cui si evidenzierebbe come i livelli di inquinanti, dal cromo al triclorometano, fossero “alti tra gli anni cinquanta e settanta”, ma subito dopo la cessazione di alcune lavorazioni, quindi durante il perido Ausimont, “si fossero abbassati, tendendo allo zero”. Nuovi picchi si sono registrati, invece, dopo il 2002. Quindi, “non possono essere attribuiti ad inquinamento pregresso”.
Che ci fu, tale inquinamento, non lo nega neppure Celico, “ma quando la sensibilità e le leggi sulla tutela dell’ambiente non c’erano o erano differenti”. Ausimont, secondo il perito, gestì il sito “correttamente”, senza lasciare strascichi. Respinge anche l’accusa di occultamento dei dati: “non facevano parte dell’obiettivo del piano di caratterizzazione presentato nel 2001 e, in ogni caso, erano ininfluenti poiché la diffusione dell’inquinamento non usciva dal sito dello stabilimento”.
Sbagliato, secondo Celico, anche attribuire l’alto piezometrico, a perdite degli impianti. Se c’erano, influirono in modo marginale. Ne parla per più di un’ora dell’alto piezometrico, il “domo” d’acqua sotterraneo, cercando quelle che, secondo lui, sono le cause e le conseguenze . L’alto rilevato da Ausimont toccava al massimo i cinque metri, mentre nel luglio 2006 “è di 6,80 metri e nel marzo 2007 di 9,33 metri”.
L’ex azienda statale della chimica riabilita anche il modello Bortolami – Di Molfetta, che basava lo studio sulla separazione delle falde acquifere. Studio che è stato “rivisto” dallo stesso autore in aula (“oggi non lo affermerei più in questi termini”, aveva detto Di Molfetta nella stessa aula di tribunale) e che è stato più volte indicato da Solvay come la “madre di tutti gli errori”, lo studio che, affermando la separazione della falde, faceva escludere l’ipotesi di una penetrazione di inquinanti dalla falda più superficiale a quella sotterranea.
Per Celico, invece, la separazione c’è, eccome, anche se “ovviamente” ci sono alcuni punti di comunicazione. A cosa era dovuto all’ora l’alto piezometrico che avrebbe portato fuori dai confini dello stabilimento fino all’ex zuccherificio cromo e un’altra ventina di sostanze pericolose? Diversi fattori: perdite dell’impianto, ma in misura minore, i pozzi industriali che creavano una “depressione”, la spinta naturale della falda sottostante “in pressione”.
Il cromo? Sì c’era, non lo si nega. Ma l’inquinamento attuale “non può essere legato a quello storico”. Potrebbe, dice, trattarsi di un effetto di “dilavamento” di nuove sostanze legate alle attuali produzioni. I picchi registrati negli anni più recenti sarebbero stati, in caso contrario, “costanti”, e non altalenanti. Celico mette in dubbio, anzi contesta, anche l’ipotesi avanzata da Arpa, ossia della trasformazione del tetracloetilene in tetracloruro. “Arpa, però, non lo dimostra”, anzi, è dimostrabile, secondo il perito Ausimont, il contrario: “il tetracloroetilene sta ad ovest, il tetracloruro ad est e non esistono tracce di passaggio”. Quindi, il “tetracloroetilene è un inquinamento attuale”. E così anche per il cloroformio e un bel po’ di altre sostanze.
Prima di Celico al banco dei periti era tornato anche il tossicologo Nicotera, per essere contro interrogato dal pubblico ministero Riccardo Ghio. La pubblica accusa fa presente che esistono studi che dimostrano come la pericolosità delle sostanze per la salute. Nicotera controbatte che “si tratta di analisi di rischio, che non hanno dimostrazione scientifica”. Se c’è, cioè, un potenziale di pericolosità, quello è sulla carta e non è dimostrabile.
Uno studio cinese indica un incidenza di leucemie in presenza di acqua contaminata da cromo? “Non è stato compiuto uno studio genetico, la leucemia è una malattia che può dipendere da più fattori”. Inalare vapori di acqua contaminata è possibile? “non significa che provochi mutazioni genetiche”. Il cromo esavalente ingerito e trasformato dall’organismo nel meno “dannoso” cromo trivalente non lascia traccia? “indimostrabile”. Cala il gelo, discutere sembra inutile. La scienza che smentisce se stessa non è elemento di argomentazione in un’aula di tribunale, evidentemente.
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