Il peso insostenibile di vivere onestamente
Giovani, italiani, con una figlia minorenne. Da oggi, giovedì 13 febbraio, potrebbero trovarsi in mezzo a una strada. Ecco chi sono le persone che rischiano concretamente di non avere più una casa in città. Tre o quattrocento famiglie sono nella loro stessa situazione. "Restare uniti e non essere costretti a diventare criminali è chiedere troppo?"
Giovani, italiani, con una figlia minorenne. Da oggi, giovedì 13 febbraio, potrebbero trovarsi in mezzo a una strada. Ecco chi sono le persone che rischiano concretamente di non avere più una casa in città. Tre o quattrocento famiglie sono nella loro stessa situazione. "Restare uniti e non essere costretti a diventare criminali è chiedere troppo?"
ALESSANDRIA – I mobili sono già smontati, tante cose impacchettate, le valigie semi-pronte. Questa mattina, giovedì 13 febbraio, potrebbe essere eseguito in città uno dei primi veri e propri sfratti dell’anno (dopo il rinvio ottenuto un mese fa grazie all’intervento dei ragazzi della Rete per la Casa del Laboratorio Sociale): non l’ennesima proroga ma la reale messa in strada di una famiglia. Renzo, Lucia (i nomi sono di fantasia, ma la storia è purtroppo reale) e la loro figlia di 13 anni, giovani e italiani, con un solo lavoro e tante spese: sono l’immagine di una città che pare incapace di trovare soluzioni ai suoi problemi, vittima di una crisi ormai cronicizzata che riflette sul locale le imbarazzanti politiche nazionali.
Per noi, che li incontriamo alla Casa di Quartiere per farci raccontare la loro storia, è un po’ come guardare dentro uno specchio nel quale vedere riflessi tanti ragazzi giovani che non sanno bene come immaginare il proprio futuro.
Lucia arriva all’incontro poco dopo Renzo, che ha già iniziato a spiegarci la loro situazione. In mano la pagella della figlia: “se nel secondo quadrimestre si impegnerà non ci sarà alcun problema”, riferisce subito al marito. A casa però manca ormai perfino la luce per poter fare i compiti la sera.
La storia di Renzo e Lucia non è purtroppo speciale: è la stessa di altre 3 o 400 famiglie che in città lottano con il rischio di uno sfratto imminente. Dall’altra parte della medaglia, in molti casi, ci sono piccoli proprietari che avrebbero davvero bisogno di rientrare in possesso della propria abitazione e non riescono a farlo. “Vivere così ti distrugge l’animo – ci racconta Renzo, 37 anni, disoccupato – e ti fa sentire una merda. Anche nei confronti di tua figlia. Abbiamo già fatto tutto quello che era legalmente possibile, chiedendo aiuto a ogni istituzione: Cissaca, sportello per l’Emergenza Casa del Comune, Atc, Regione. Nessuno ha una soluzione per noi”.
“Il nostro problema è anche quello di essere italiani – prosegue sua moglie Lucia – ci sono tanti stranieri in città che vengono aiutati più di noi. Io lavoro da tanti anni ormai, versando sempre i contributi: essere in regola e quindi poter presentare un modello Isee diventa perfino uno svantaggio. Il nostro reddito non basta più per vivere dignitosamente, ma è sufficiente per essere esclusi da alcuni bandi per ricevere sussidi, o per finire troppo in basso in graduatoria per vederci riconosciuta un’abitazione. Nell’ultima classifica stilata siamo al posto 66, ma le case popolari assegnate sono state 45, solamente 3 o 4 delle quali a italiani. Avete un solo figlio ci hanno risposto”.
“Non ce l’abbiamo con gli stranieri – precisano – per carità, anzi, finché non ci trovavamo in questa situazione di estremo bisogno non stavamo a guardare certe cose. Ora però dobbiamo confrontarci con questa realtà: abbiamo rinunciato alla macchina perché non potevamo mantenerla, abbiamo un cellulare da 30 euro. Ci sono persone che lavorano in nero, risultano nullatenenti e poi magari girano con macchine costose o l’ultimo modello dello smartphone in tasca. In compenso ricevono i sussidi ai quali non riusciamo ad accedere noi. Io guardo ormai con una certa rabbia a chi raccoglie l’elemosina di fronte ai supermercati e ogni sera cambia dal tabaccaio 70-80 euro di monete. Noi non riusciamo psicologicamente a metterci a raccogliere l’elemosina, ma così non possiamo più andare avanti”.

Sì, ma quando?
“Questo è il problema – ci spiegano insieme – perché delle 45 case assegnate finora nessuna è stata realmente consegnata. Questa primavera ci sarà un nuovo bando ma già nel precedente le domande erano state 180. Con la crisi attuale chissà quante in più ce ne saranno”.
Cosa pensate di fare se verrete mandati via di casa?
“Che verremo mandati via di casa è ormai certo. Al massimo ci verrà dato ancora qualche giorno per finire di raccogliere le nostre cose. Abbiamo una sola richiesta: vogliamo rimanere insieme. L’unica ‘soluzione’ che ci è stata prospettata è quella che Lucia e nostra figlia vengano ospitate dalla nonna (fuori città) e io finisca a dormire al dormitorio della Caritas” – ci spiega Renzo. “Ma nostra figlia merita di crescere in una famiglia unita. Senza contare il fatto che a fine mese terminerà il servizio potenziato dell’ostello per l’emergenza freddo e i posti torneranno a essere 24 rispetto ai 60 attuali. Le persone in eccesso finiranno per dormire in strada o in ripari di fortuna”.
Impossibile trovare una soluzione per restare ancora un po’ dove siete ora o trovare un’altra sistemazione più modesta?
“Abbiamo fatto i conti ma i soldi non ce lo consentono. A casa lavora solo Lucia, io non riesco a trovare nessuna occupazione, e lo stipendio è lo stesso da sempre” – ammette Renzo. “A cambiare invece sono le spese: negli ultimi anni i costi per il riscaldamento, le bollette, gli alimentari sono tutti aumentati a dismisura. Il rammarico è forse quello di non aver chiesto una casa popolare prima. Il punto è che pensavamo di potercela fare da soli, con l’aiuto dei nonni quando mancano a fine mese i soldi per una bolletta o l’ultima spesa. Perché togliere ad altri la possibilità di ricevere un sussidio indispensabile se noi stringendo i denti potevamo farne a meno? Ma ora che siamo noi a non farcela più, nessuno ci aiuta. Solamente di spese legali per la causa di sfratto abbiamo un debito di 3500 euro. Ringraziamo gli operatori di San Benedetto al Porto che sono praticamente gli unici ad esserci sempre restati vicini, ascoltandoci, confortandoci, vivendo i momenti più difficili con noi”.

Riportiamo in conclusione uno stralcio della lettera che Renzo e Lucia hanno inviato alle istituzioni per denunciare la propria situazione: la loro testimonianza può aiutare a capire, più di mille parole, perché non si può aspettare ancora prima di mettere in campo soluzioni finalmente credibili (o, se non si è in grado, farsi responsabilmente da parte perché altri possano tentare).
Renzo e Lucia.