Cissaca: nuova crisi di liquidità. “Comune e Regione non ci pagano”
Mauro Buzzi, presidente del Cissaca, lancia un nuovo appello: "spendiamo per interessi alle banche soldi che andrebbero destinati ai servizi sociali. Da marzo 2013 il Comune non ci versa più quanto dovuto. La Regione ci deve ancora 4 milioni. Trovare fondi? Pensiamo a una fondazione e ad accordi con i privati, ma anche al 5 per mille"
Mauro Buzzi, presidente del Cissaca, lancia un nuovo appello: "spendiamo per interessi alle banche soldi che andrebbero destinati ai servizi sociali. Da marzo 2013 il Comune non ci versa più quanto dovuto. La Regione ci deve ancora 4 milioni. Trovare fondi? Pensiamo a una fondazione e ad accordi con i privati, ma anche al 5 per mille"
ALESSANDRIA – Abbiamo incontrato Mauro Buzzi, presidente del Cissaca, per fare il punto sul consorzio dei servizi socio assistenziali del nostro territorio. Ecco il quadro, in parte drammatico, che ne emerge.
Presidenti Buzzi, qual è la situazione del Cissaca oggi?
Potremmo definirlo un paziente in prognosi riservata. Ci manca la liquidità necessaria per gestire l’ordinario, come per esempio pagare le fatture. Questo mese non ci siamo riusciti, sebbene ci sia ormai una normativa europea che ne imponga il pagamento entro 60 giorni dall’emissione. Il rischio, continuando così, è quello di consumare in interessi bancari i soldi che servirebbero per portare avanti i servizi. Come consorzio vantiamo ancora numerosi crediti: aspettiamo tutti i fondi 2013 dalla Regione, circa 4 milioni di euro, e buona parte dei fondi, sempre del 2013, da parte del Comune di Alessandria (circa 2,8 milioni di euro). Il Comune ha pagato tutto il 2012 e la prima trance del 2013, finché cioè ha avuto a sua volta liquidità in cassa. Poi, da marzo in avanti, non ci ha più versato nulla. A questi crediti si aggiungono ovviamente gli 8 milioni di arretrati degli anni precedenti, per i quali siamo insediati nella massa passiva ma con una situazione paradossale.
Quale?
Il punto è che noi siamo costretti per legge a coprire una serie di servizi, in nome e per conto di una serie di Comuni, anche quando finiamo per non essere pagati, e in più in un caso come quello del dissesto non veniamo considerato creditori privilegiati. Se gli stessi servizi li avesse portati avanti il Comune con il suo personale quello sarebbe stato creditore privilegiato ma noi veniamo considerati come un ente esterno. Per sbloccare questa situazione servirà un intervento da Roma, anche perché come pubblici amministratori non possiamo accettare una transazione con l’Organismo Straordinario di Liquidazione, che proporrà come a tutti di svalutare i nostri crediti almeno del 50%. I nostri sono soldi pubblici, stanziati con delibere e atti ufficiali, se lo facessimo incorreremmo immediatamente nell’accusa di aver prodotto un danno erariale.
Quali azioni avete intenzione di intraprendere?
Ovviamente l’impegno è quello di lavorare perché al più presto arrivino i soldi che ci spettano. Nel frattempo, oltre a stringere i denti, serve da parte nostra un grande sforzo per trovare altri fondi, per esempio dai privati. In futuro saremo chiamati a un compito ancor più oneroso visto che la nuova legge impone che i servizi sociali per i comuni sotto i 5000 abitanti vengano gestiti solo in maniera associata: se fino ad oggi coprivamo l’80-85% delle esigenze da domani dovremo erogare tutti i servizi: un’ulteriore responsabilità verso tutti i comuni del consorzio. Stiamo valutando diverse possibilità per drenare fondi da tutte le realtà che ancora potrebbero averne, per esempio costituendo una fondazione che possa attirare risorse dai privati. Stiamo ragionando anche sulle donazioni del 5 per mille. Ancora pochissimo di queste risorse (circa il 3%) viene dato ai comuni, se questa quota aumentasse e il Comune ci potesse girare i fondi così raccolti sarebbe un’altra piccola boccata d’ossigeno, sebbene i frutti si vedrebbero in quel caso solamente fra un paio di anni.

Farci conoscere maggiormente fa parte di una strategia di comunicazione più complessiva. Spesso i servizi che eroghiamo sono conosciuti solo dai nostri utenti: invece possiamo avere un ruolo più attivo per la città e più protagonista. Il bando per gli spalatori ne è stato già un esempio. Noi dobbiamo lavorare con gli altri soggetti in campo perché quelle poche occasioni di lavoro per chi ha bisogno non vengano disperse e anzi, quando possibile, vengano valorizzate offrendo loro un percorso di inserimento professionale in prospettiva. Per questo ai semplici sussidi preferiamo strumenti come le borse lavoro, che danno l’occasione di fare esperienza e farsi conoscere da un potenziale datore, sperando che poi il percorso possa continuare in autonomia. Le prime risposte dai social network sono sicuramente positive.
In quale condizione si trovano i diversi servizi del Cissaca?
Ovviamente risentono della crisi, così come le cooperative che spesso li curano per noi. Stiamo facendo ragionamenti ad ampio spettro sulle case di riposo, sui nidi, sulle forme di assistenza che, pur facendo parte del dna del consorzio, hanno ora bisogno di una trasformazione che li mantenga al passo con i tempi.
In che senso? Poco dopo il suo insediamento aveva dichiarato fra gli obiettivi anche quello di offrire servizi per i privati, così da finanziare meglio le altre attività. E’ una direzione che volete ancora intraprendere?
Diciamo che, più che entrare in concorrenza con i privati su determinati servizi, il nostro obiettivo è quello di offrire ciò che altri non offrono e che invece serve al territorio. Noi ci occupiamo di servizi per gli anziani, di inserimento nelle case di riposo e integrazione delle rette mensili per chi non se le può permettere, degli assegni di cura per chi decide di tenere persone anziane o disabili a casa invece che in un istituto, servizi per la disabilità e i minori, assistenza domiciliare, adozioni e affidi, oltre a tutto il capitolo dedicato agli inserimenti lavoratori delle persone con difficoltà e il reinserimento delle persone con disagio sociale. Oltre a partecipare a ogni bando possibile per cercare sempre nuove risorse vogliamo far sapere che ci siamo anche noi, che possiamo risolvere alcuni problemi della società, anche se non tutti e non se restiamo soli.
Facciamo qualche esempio di servizi da intraprendere a fianco dei privati per coprire esigenze del territorio?
Ad esempio l’Inpdap ha emanato un bando nel quale riconosce possibilità di intervento ai proprio iscritti (quindi lavoratori pubblici) con persone non autosufficienti da tenere a casa, offrendo loro un contributo economico: è una forma mutualistica nuova, che forse si può esportare anche ad altre realtà. Penso ai fondi sanitari integrativi, alle assicurazioni, agli enti bilaterali che oggi consentono di contribuire alla spesa odontotecnica o per l’acquisto dei libri scolastici dei figli: perché non potrebbero anche contribuire alle spese di chi ha persone care non autosufficienti? Perché sostenere i lavoratori che hanno bisogno di asili nido ma non chi ha un anziano a casa? Specie sul nostro territorio, dove le persone di una certa età sono sempre di più bisogna ricercare soluzioni anche in questa direzione, stipulando accordi. Vorremmo far sì che chi si rivolge a questi soggetti possa avere uno strumento e una possibilità di intervento in più. Dovrò ancora incontrare organizzazioni sindacali e datoriali, ma c’era un tempo in cui, quando si facevano contratti di secondo livello in azienda, esisteva un welfare aziendale destinato a sanità e scuola. Laddove è ancora possibile costruire un welfare aziendale è bene ragionare su questi versanti: buona parte della contrattazione in questi anni, più che distribuire aumenti retributivi distruiva benefit. Perché non ragionare sul fatto che contribuire a una retta in casa di riposo o al pagamento di una badante è come dare dei soldi a una persona, facendo loro risparmiare soldi? Per noi il significato di operazione in partership con queste realtà sarebbe quello di trovare sostegno per alcuni nostri servizi e ampliare la nostra offerta, anche numericamente.

Purtroppo no: abbiamo lunghe liste d’attesa perfino sui servizi sociali. Diamo l’assegno di cura a circa 200 persone ma c’è una lista d’attesa lunga il doppio: questo vuol dire che a parità di gravità di una situazion c’è anche chi avrebbe diritto ad un sostegno, spesso vitale, eppure è costretto ad aspettare.
E su progetti specifici come quello di aprire la piscina anche a soggetti privati ci sono novità?
La nostra piscina è in appalto all’Aias e alla cooperativa Anteo. In questo anno gli accessi si sono moltiplicati ed è un percorso che sta trovando risposta: per utilizzarla vegnono persone anche da fuori regione. Quella che abbiamo infatti è l’unica piscina idroterapica della provincia. E’ chiaro che non si può pensare di introiettare chissà quanto in termini di risorse, ci sono spazi contingentati e normative che giustamente non ne fanno ampliare l’accesso più di tanto: vorremmo comunque proseguire su questa strada. E’ chiaro che non possiamo seguire direttamente tutto noi ma la collaborazione con la rete di cooperative che supporta in maniera eroica il nostro lavoro (e che a volte siamo costretti a non pagare) è vitale. Speriamo di tornare presto ad avere un flusso di entrate certo da parte degli enti creditori così da dare anche più stabilità ai nostri preziosissimi partners.
Come vedete il vostro futuro, anche alla luce delle difficoltà attuali?
Noi non possiamo che essere comunque ottimisti: dobbiamo trovare la forza per pensare che prima o poi rialzeremo la testa e intanto progettare le nostre attività per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli emergenti che serviranno domani. Non possiamo immaginare un futuro senza una rete di protezione sul territorio come quella del Cissaca, ma non possiamo non segnalare che questa situazione è drammatica e che siamo ormai tornati alla condizione di precarietà degli inizi del 2012: abbiamo respirato a inizio 2013 ma ora viviamo di nuovo una crisi di liquidità che va arginata al più presto.