“Si parlava con cautela di malattie e ambiente, se si voleva lavorare”
"Il talco era ovunque tanto da rendere difficoltosa la circolazione dei carrelli. E le perdite di nerofumo erano fortissime, lo racconta uno dei testimoni della pubblica accusa davanti al giudice Milena Catalano, al processo che si sta svolgendo in tribunale ad Alessandria
"Il talco era ovunque tanto da rendere difficoltosa la circolazione dei carrelli. E le perdite di nerofumo erano fortissime?, lo racconta uno dei testimoni della pubblica accusa davanti al giudice Milena Catalano, al processo che si sta svolgendo in tribunale ad Alessandria
ALESSANDRIA – “Il talco era ovunque tanto da rendere difficoltosa la circolazione dei carrelli. E le perdite di nerofumo erano fortissime”. I primi ispettori dell’Asl allo stabilimento di Spinetta Marengo arriveranno, però, solo negli anni Novanta. E non fu una scelta facile, quella di “coinvolgere le autorità sanitarie”. Lo racconta uno dei testimoni della pubblica accusa davanti al giudice Milena Catalano, al processo che si sta svolgendo in tribunale ad Alessandria, contro cinque ex dirigenti dell’azienda Michelin, accusati di lesioni personali e omicidio colposo. Il procedimento riguarda le condizioni di lavoro tra gli anni Ottanta e Novanta. Una quindicina, per ora, i testimoni ascoltati dal giudice e su molti punti c’è una convergenza di ricordi: l’unico presidio di sicurezza utilizzato, per lungo tempo, furono i guanti: “quelli te li cambiavano subito, appena si rovinavano, perchè c’era il timore che le mani sudate potessero rovinare la gomma”, racconta un ex dipendente arrivato in aul”a per ascoltare i colleghi. Niente mascherine, un sistema di ventilazione secondo alcuni testi “inesistente”.
Parla per oltre un’ora Francesco Liparota, Rls, rappresentante sul lavoro per la sicurezza. “Furono i colleghi a chiedermi di candidarmi perchè alcuni di noi non si accontentavano di risolvere il problema aumentando il numero di volte in cui passavano quelli della pulizia, ma volevano andare alla radice del problema”. Liparota ha passato la maggior parte della vita lavorativa in Michelin nel reparto Z, quello dove avvenivano le mescole, in macchinari la cui temperatura arriva a 170 gradi. “In estate era insopportabile il caldo”, dice. Il trasporto della materia prima e poi del semilavorato, pani di gomma che uscivano dalla macchina “verner” o “pomini” avveniva su nastri scoperti. Solo il verner era chiuso, “ma c’erano delle finestre dalle quali in introduceva il “beu”, le ammine, e c’era fuoriuscita”. Anche da un pistone “usciva fumo e polvere”, tanto che “il talco era ovunque, e le perdite di nerofumo erano fortissime”. Le cappe di aspirazione? Sì, c’erano, “ma non funzionavano tanto bene”. E nel reparto Cx, racconta un altro testimone, erano posizionate solo sulle calandre. 
Le visite mediche venivano effettuate regolarmente. “Per chi era nel reparto z una volta all’anno. Facevano un esame per determinare un parametro, l’Atpe, per rilevare eventuali cellule tumorali nelle urine. Se era di grado lieve, l’esame veniva ripetuto. Se era di grado severo, ti invitavano a rivolgerti ad un urologo”. La differenza nel tipo di controlli la faceva il reparto di lavorazione, “ma ad esempio, tra lo z e la ‘taglierina’ c’era solo una riga rossa a dividere i due reparti, che non erano però separati da null’altro”.
“Non c’era coscienza della pericolosità delle lavorazioni da parte dei lavoratori stessi. Alcuni mangiavano un panino durante il turno di lavoro vicino alla macchina e se il capoturno ti riprendeva non era per il rischio che correvi, ma perchè le briciole potevano finire nella gomma”.
Nel ’92 viene coinvolta l’Asl che invia un ispettore. “Furono fatte diverse richieste all’azienda e qualche cosa migliorò”. La difesa ricorda come negli anni ’80 ci fu un’indagine dell’osservatorio del Lavoro dell’Università di Pavia che concluse come “la presenza di sostanze non è tale da provocare rischi”. E delle risultanze dell’indagine fu informato il consiglio di fabbrica. Non ricorda bene il testimone, ricorda però “come ci fu una discussione perchè il sindacato avrebbe voluto che se ne occupasse l’università di Torino, e l’azienda quella da Pavia”.