Processo polo chimico: “danni ambientali per 50 milioni di euro”
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Irene Navaro - irene.navaro@alessandrianews.it  
23 Gennaio 2014
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Processo polo chimico: “danni ambientali per 50 milioni di euro”

Il ministero dell'Ambiente, parte civile al processo contro il polo chimico di Spinetta Marengo, quantifica in 50 milioni di euro i danni ambientali causati dalla mancata bonifica e dall'avvelenamento delle acque. In “eredità”: un territorio “compromesso che difficilmente potrà essere bonificato”

Il ministero dell'Ambiente, parte civile al processo contro il polo chimico di Spinetta Marengo, quantifica in 50 milioni di euro i danni ambientali causati dalla mancata bonifica e dall'avvelenamento delle acque. In ?eredità?: un territorio ?compromesso che difficilmente potrà essere bonificato?

ALESSANDRIA – Cinquanta milioni di euro, a stare bassi, per i danni provocati “dal comportamento delle aziende” del polo chimico, ossia “omessa bonifica e inquinamento delle acque”. E’ quanto ha chiesto il ministero dell’Ambiente, parte civile al processo contro il polo chimico, che è ripreso ieri davanti alla corte d’Assise di Alessandria. La cifra, preliminare, tiene conto dei danni ambientali, compresa “l’impossibilità per la collettività di utilizzare l’acqua di falda”, compromessa dall’inquinamento. Ma i danni potrebbero essere ben superiori, se si calcolasse anche l’impatto sulla salute degli abitanti, al momento difficile da stabilire, “in quanto non abbiamo a disposizione studi epidemiologici”. E’ una relazione dura e che non fa sconti quella del perito chiamato a deporre in aula dall’avvocato del ministero: Leonardo Arru, responsabile del servizio Emergenza Ambientale dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ricostruisce in aula la storia del polo chimico, visto dalla parte dell’ambiente.
Nel 1992 uno studio della società di consulenza Ausimont, Erl, indica come le discariche storiche costituiscano una fonte di inquinamento. Ma Ausimont avvierà il piano di caratterizzazione solo nel 2001, mentre la legge che imponeva alle aziende di “autodenunciarsi” è del 1997. “Ausimont avrebbe dovuto farlo allora”, senza aspettare il 2001, sostiene Arru.
E Solvay? “Tutto ciò che era noto ad Ausimont era noto anche a Solvay”, afferma il perito del ministero.
Nota anche la contaminazione delle falde, “lo dimostra lo studio Ensr – sempre consulente Ausimont – nel 2004”, tanto che nel 2000 la stessa società “comunica agli utenti civili collegati alla rete idrica interna con i pozzi 8 e 2 che l’acqua non poteva essere usata a scopi potabili”. Di fronte ai dati noti (discariche, alto piezometrico, inquinamento delle falde) “le due aziende propongono la realizzazione di una barriera idraulica inconsistente”. Prima Ausimont, poi Solvay “che nel 2005 era in grado di configurare la necessità di una barriera come fu fatta poi nel 2008”. Una proposta che, secondo legge, “avrebbe dovuto fare di propria iniziativa”. Sta qui l’omessa bonifica, quindi, secondo il ministero dell’Ambiente: in quel che avrebbe potuto essere fatto – e non è stato fatto – ben prima dell’emergenza cromo, scoppiata solo nell’estate del 2008.
Non meno duro è il capitolo sull’avvelenamento delle falde che “interessa un’area vasta di territorio verso il fiume Bormida”, “contaminato” pure quello, anche se “la notevole portata del fiume ha consentito la diluizione degli inquinanti”. “Si registrano 150 metri cubi di perdita di acqua all’ora dagli impianti. Se è difficile avere conoscenza delle caratteristiche idrogeologiche del terreno, sul quale erano in corso studi, il funzionamento dello stabilimento deve essere noto all’azienda. E’ scandaloso come vi sia un’enorme quantità di risorsa idrica alterata che non sarà utilizzabile dalla collettività”. Riguarda il passato, secondo Arru, ma anche il presente, poiché “la barriera predisposta di 41 pozzi più 8 interni allo stabilimento interessa solo i livelli superficiali. Ci sarà un enorme lavoro da fare sulla falda profonda e il processo di intervento messo in atto è parzialmente inefficace, forse non riuscirà mai ad eliminare la contaminazione, neppure una volta eliminate le fonti di inquinamento”.
Il perito spiega alla Corte come è arrivato al calcolo di 50 milioni di euro di danno, “in difetto”, tenendo conto della quantità di acqua che avrebbe potuto essere pompata da una barriera più efficiente, se si fosse realizzata subito, e quella effettivamente prelevata e ‘ripulita’, dei chilometri quadrati contaminati. Nel conto ci mette anche “i danni all’ecosistema, alle acque della Bormida, alla contaminazione della falda profonda, delle spese sostenute dalla pubbliche amministrazioni per commissionare studi e rilevamenti”. Non ci ha potuto mettere, ed è il conto più salato, “i danni alla salute dei cittadini, i decessi, le patologie, le ore mancate di lavoro per malattia… perchè non ci sono studi epidemiologici. Totale: un “acconto” di 50 milioni di euro di danni.

Prima della relazione del perito del ministero, in aula sono stati ascoltati i periti di parte civile per l’avvocato Laura Mara. Una relazione puntuale e dettagliata, che anticipava di fatto, nei contenuti, quella di Arru. Ad esporla davanti alla corte il geologo Fulvio Baraldi, il biologo Luigi Mara, l’ingegnere Bruno Thieme. Uno dei punti di partenza, a supporto della fondatezza dei capi di imputazione formulati dal pubblico ministero, è “il modello idrogeologico del sottosuolo errato negli studi del 1997 dei professori Bortolami e Di Molfetta, fatti propri per la predisposizione dei piani di caratterizzazione di Ausimont nel 2001 e Solvay 2004”. Quel modello parlava di separazione delle falde, una convinzione che “ha influenzato in modo negativo le attività di monitoraggio, prolungando i tempi di conoscenza della situazione reale e in definitiva favorendo l’ulteriore espandersi dell’inquinamento”.
Fu invece “taciuto” e comunicato agli enti “solo nel 2004” la presenza dell’alto piezometrico che ha comportato, tra le altre cose, una “migrazione di inquinanti tossici e cancerogeni provenienti dallo stabilimento, interessando anche il pozzo Bolla, ad uso potabile della rete Amag (chiuso nel 2013) e il pozzo Ferraio. Si sottolinea come il bene ‘acqua sotterranea’ abbia subito un gravissimo danno per l’inquinamento causato da sostanze che non esistono in natura tanto che, allo stato lo rende inservibile per tempi non attualmente definibili ma certamente lunghi”.
I periti si sono concentrati, in particolare, sulla presenza di cromo esavalente, rilevando come “l’inquinamento di grande magnitudo del cancerogeno cromo VI dei terreni e della acque sotterranee ha interessato una vasta area interna ed esterna dello stabilimento, interessando i pozzi della rete idrica Amag, nonché altri pozzi privati”. Senza contare che “il cromo esavalente non è l’unico inquinante”. Sotto la lente dei periti anche le cinque discariche contenenti 425 mila metri cubi “di rifiuti tossico nocivi” il cui fondo “non è stato realizzato con adeguate protezioni nei confronti della migrazione di sostanze inquinanti in profondità, verso la falda acquifera”.

Controbatte la difesa Solvay che porta in aula i suoi periti, il geologo Patrizia Trefiletti, Francani Vincenzo, Fabio Colombo e Francesco Messineo. Apre la relazione, supportata da schermi e schede video, Trefiletti che si concentra, in questa prima deposizione, all’accusa di inquinamento delle acque. Con una premessa: “Nel periodo Solvay l’unico pozzo adibito ad uso potabile è il Pozzo 8”. E l’acqua di tale pozzo “è sempre risultata nei parametri di potabilità secondo la legge”. Ricordando come il pozzo “ha servito le utenze esterne per scopo potabile solo fino al 2003” (anche se una prima convenzione con Amag per l’allacciamento alla rete idrica risale al 1989, ma i lavori iniziarono solo nel 2000), il perito presenta dati relativi alle analisi eseguite negli anni che “mostrano la conformità alle norme sulla potabilità, sia quando i campioni sono stati prelevati da stabilimento sia quando i prelievi sono stati effettuati dall’Ente pubblico o da laboratori terzi (a parità di spettro analitico)”. Così come “Tutte le analisi delle acque dell’acquedotto di Spinetta Marengo risultano conformi ai limiti di potabilità”. Anzi, “l’acqua potabile distribuita in alcuni comuni, come quello di Rho, Pero e Treviglio contengono concentrazioni anche superiori a quelle dell’acqua di Spinetta”.
Solvay prova anche a “smontare” il capo accusatorio, ritenendo che “i dati alla base della comunicazione alla procura delle Repubblica presentati da Arpa si basano su valutazioni errate”. Probabilmente “un errore di laboratorio”: “Le analisi eseguite da Arpa il 24 e 25 maggio 2008 (nei pozzi 15, 16, 17 e Pozzo 8) sono conformi alla norma sulla potabilità e pertanto quanto riferito nella Cnr Arpa del 27 maggio 2008: ‘Nella rete idrica privata proveniente dal Polo Chimico è stata segnalata la presenza di solventi clorurati oltre il limite consentito dal DL 31/2001 (legge sulla potabilità delle acque) e il cromo esavalente’ non corrisponde al vero”.
Il 29 gennaio i periti di parte Solvay proseguiranno nella loro relazione.

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