‘Ndrangheta alessandrina, in appello tutti condannati
La corte d'Appello di Torino ha ribaltato l'esito del processo in primo grado, condannando gli alessandrini coinvolti nel processo Albachiara. Pene da 7 a 4 anni di carcere e interdizione dai pubblici uffici per Pronestì, Caridi, Maiolo e gli altri. Gli avvocati annunciano il ricorso in cassazione
La corte d'Appello di Torino ha ribaltato l'esito del processo in primo grado, condannando gli alessandrini coinvolti nel processo Albachiara. Pene da 7 a 4 anni di carcere e interdizione dai pubblici uffici per Pronestì, Caridi, Maiolo e gli altri. Gli avvocati annunciano il ricorso in cassazione
TORINO – Pene che fanno dai 7 anni ai 4 anni di carcere per gli alessandrini coinvolti nel processo Albachiara sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte. La corte d’Appello di Torino, alla quale era ricorso il pubblico ministero Gian Carlo Caselli dopo l’assoluzione in primo grado, ha ribaltato la sentenza riconoscendo di fatto la presenza di una “locale” della malavita nel territorio piemontese a alessandrino.La pena più pesante è a carico di Bruno Pronestì, di Bosco Marengo, considerato il “capo” della locale del basso Piemonte. Per lui la condanna è di 7 anni e sei mesi di reclusione; ad Antonio Maiolo la corte ha inflitto una pena di sei anni, così come a Domenico Persico. Quattro anni e otto mesi per l’ex consigliere Giuseppe Caridi e il pozzolese Sergio Romeo, cinque anni e quattro mesi per Romeo Rea. Per tutti la pena è accompagnata dall’interdizione dai pubblici uffici. Per Caridi e Romeo l’interdizione è di cinque anni.
Poche le parole del pool della difesa. L’avvocato Giuseppe Cormaio anticipa già che, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, che saranno pubblicate entro 90 giorni, presenterà ricorso.
Al momento, se non intervengono fattori differenti, i condannati non dovrebbero tornare il carcere fino a sentenza definitiva.
L’inchiesta, partita da Genova e Torino, aveva portato gli inquirenti e mettere agli arresti gli alessandrini coinvolti, che però erano stati scarcerati ancor prima del processo di primo grado, su richiesta della difesa.
Il tribunale, con sentenza di primo grado, aveva stabilito che non vi erano elementi sufficienti per poter affermare la presenza di una locale affiliata alla ‘ndrangheta, poiché non vi erano state vere e proprie azioni di intimidazione o delittuose.
Ora la corte d’Appelo riconosce la presenza dell’organizzazione sul territorio, accogliendo la tesi della pubblica accusa.