Polo chimico: chi prendeva le decisioni in materia ambientale?
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Irene Navaro - irene.navaro@alessandrianews.it  
5 Novembre 2013
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Polo chimico: chi prendeva le decisioni in materia ambientale?

Da chi venivano assunte le decisioni in materia di sicurezza e ambiente? E' stata questa la domanda ricorrente nell'aula di Corte d'Assise alla ripresa del processo per inquinamento del polo chimico. Parlano i primi testi della difesa, ma la risposta non arriva

Da chi venivano assunte le decisioni in materia di sicurezza e ambiente? E' stata questa la domanda ricorrente nell'aula di Corte d'Assise alla ripresa del processo per inquinamento del polo chimico. Parlano i primi testi della difesa, ma la risposta non arriva

ALESSANDRIA – Chi lavorava sul “campo”, all’interno dello stabilimento, poco sapeva o poco ricorda. Chi era ai vertici delle strutture di controllo fornisce versioni non sempre comprensibili. E’ quanto è emerso, in poche parole, dall’udienza fiume di ieri davanti alla Corte d’Assise di Alessandria nell’ambito del processo contro otto ex dirigenti e amministratori delle aziende del Polo Chimico di Spinetta Marengo per omessa bonifica e inquinamento delle acque. Sul banco dei testimoni sfilano i primi testi, chiamati dalla difesa Ausimont, presente nel sito fino al 2002, anno in cui subentra Solvay. Si tratta dei responsabili della manutenzione, succedutisi negli anni, delle reti idriche all’interno dello stabilimento: Mario Roldi, Giorgio Pasquini, e di Giuseppe Fugazza che diede, però, le dimissioni nel 1998.
Secondo gli ex dipendenti ci furono nel corso del tempo una serie di interventi migliorativi sulle reti industriali e antincendio, che furono anche progressivamente ampliate. In parte, tali interventi, rispondevano alle nuove normative a livello nazionale, come la cosiddetta legge Merli. “Ma non era solo una questione di leggi, tutti ci siamo resi conto che occorreva fare un passo avanti per la tutela della sicurezza e dell’igiene ambientale”, precisa Fugazza.
Così a partire dagli anni Ottanta furono effettuati lavori “per cordolare e contenere percolati ed eventuali fuoriuscite”; furono installati “serbatoi più capienti” all’impianto Algofrene, furono piastrellate le zone di pompaggio delle materie prime. C’erano perdite nella rete idrica? chiedono il pubblico ministero Riccardo Ghio e l’avvocato di parte civile Laura Mara. “Sì c’erano”, anche fino a 10 in un anno, ma erano un fatto “normale” e venivano riparate prontamente anche se “era molto difficile individuarle, poiché le reti sono interrate. Lo capivamo perchè si formavano pozze di acqua in superficie”.
Nessuno, dei tre interni, però, venne mai a conoscenza del fatto che vi era un “alto piezometrico”, definito “duomo” per la dimensione e che l’impianto perdeva probabilmente, in qualche punto, acqua calda. Se la temperatura era elevata, attorno ai 20 gradi, potrebbe trattarsi dell’acqua dell’impianto di raffreddamento, lascia intendere uno dei testi, “ma quella era acqua pulita”, sottolinea prontamente. Così come nessuno aveva mai sentito parlare dell’esistenza di uno studio effettuato da un geologo, Molinari, che segnalava, appunto, la presenza dell’alto piezometrico. Era il 1989.
Nel ’87, intanto, l’azienda avanza una proposta di intervento per controllare l’inquinamento da clorurati: “in quegli anni – ricorda Fughazza – c’era anche una forte pressione da parte degli enti, come il comune, che venivano in stabilimento a fare sopralluoghi”.
L’acqua del pozzo 8, quella potabile? “Era ottima. I controlli però venivano effettuati dal laboratorio, non da noi”. 
Nessuno, infine, era a conoscenza o si ricordava di una nota del consiglio di fabbrica che “denunciava” il fatto che l’impianto Algofrene “scaricasse direttamente a terra” (avvocato Mara).
Si viaggia nella nebbia anche dopo le deposizioni dei successivi testimoni della difesa, ingegneri che ricoprirono incarichi negli organismi aziendali preposti al controllo della sicurezza e dell’ambiente, i cosiddetti “pass”. Posto che il reparto manutenzione non assumeva decisioni sugli investimenti inerenti la sicurezza – ma decideva sulle azioni immediate che comportavano spese di modesti importi – chi aveva l’ultima parola sulle politiche ambientali? I “pass” interni allo stabilimento che facevano capo al direttore o quello “a livello centrale”, che faceva capo all’amministratore delegato? Versioni contrastanti dai testimoni. L’ultima parola “atteneva comunque all’amministratore delegato (Cogliati)”, secondo Ambanelli, gestione controllo dal 2000 al 2002, e De Iorico (dal 1996 al 2001 incaricato della funzione tecnologica di processo) ma “gli investimenti venivano decisi dai direttori di stabilimento” e solo in un secondo momento “siglati” dall’amministratore delegato. Si conosce, però, quella che poteva essere la misura dell’investimento complessiva sulla sicurezza e l’ambiente: “il 10% degli investimenti totali”.
La prossima udienza è fissata per il 13 novembre. A testimoniare saranno chiamati i testi della difesa Solvay, tra cui l’attuale direttore Stefano Bigini.
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