Centro culturale islamico: l’integrazione è possibile?
I residenti musulmani crescono ogni anno in città. Abbiamo incontrato uno dei responsabili della moschea di via Verona per fotografare la situazione: la necessità di nuovi spazi, i rapporti con la politica e le altre confessioni religiose, i pregiudizi, il ruolo della donna e gli ostacoli verso un cammino d'integrazione
I residenti musulmani crescono ogni anno in città. Abbiamo incontrato uno dei responsabili della moschea di via Verona per fotografare la situazione: la necessità di nuovi spazi, i rapporti con la politica e le altre confessioni religiose, i pregiudizi, il ruolo della donna e gli ostacoli verso un cammino d'integrazione
ALESSANDRIA – Lahbib Majid (nella foto), uno dei responsabili del Centro culturale Islamico, vive ad Alessandria ormai da circa 10 anni. Lo incontriamo, con l’aiuto del mediatore culturale Ahmed Osman, che funge anche da traduttore per garantirgli la più precisa libertà di espressione nella sua lingua madre, l’arabo, per affrontare alcuni dei temi chiave della presenza di immigrati di confessione musulmana in città. Ad Alessandria esiste una vera e propria comunità di fede musulmana? Quali sono gli obiettivi del centro di via Verona?
In città risiedono ormai molti stranieri, e fra essi una parte sono musulmani, giunti qui da diversi Paesi. Il Centro culturale Islamico, legato alla moschea di via Verona, raccoglie una parte di loro. Durante la preghiera del venerdì giungono in moschea circa 300 persone, soprattutto di origine marocchina, che è la comunità più rappresentata in città. Come centro organizziamo diverse attività: insegniamo la lingua araba ai ragazzi, perché chi è nato qui o si è trasferito da piccolo non perda le proprie radici e perché sia in grado di seguire le lezioni in arabo impartite dall’Imam, ma organizziamo anche una scuola di italiano, in particolar modo rivolta alle donne. Fra gli obiettivi del Centro c’è anche quello di aiutare i più poveri in città, coloro che dormono in strada e che hanno bisogno di carità, siano essi musulmani o meno. L’aiuto al prossimo è un dettame cardine della religione islamica e facciamo il possibile anche se le risorse che abbiamo a disposizione sono limitate.
La cultura araba ha una spiccata propensione all’ospitalità. Alessandria invece come città, a torto o a ragione, viene considerata un po’ freddina con “gli stranieri”. Qual è l’accoglienza che avete ricevuto? Ci sono mai stati episodi di intolleranza o di razzismo?
Da quando sono arrivato qui, ormai una decina di anni fa, mi sono sempre sentito bene e in pace con tutti. E i racconti delle persone che conosco sono simili. No, direi che non si può proprio parlare di razzismo, e anche il pregiudizio che Alessandria sia una città fredda vada sfatato. Anzi, gli alessandrini sono stati generosi con gli stranieri e li hanno sopportati quando in passato ci sono stati alcuni problemi, legati in particolare all’ignoranza che alcuni immigrati avevano rispetto alle leggi italiane.
L’obiettivo di chi giunge qui da altri Paesi, secondo la vostra esperienza, è quello di trasferirsi definitivamente o di trascorrervi solo una parte della proria vita e poi tornare nei paesi di provenienza? Se l’integrazione per voi è un valore, cosa fate concretamente per favorirla?
Nella storia dell’umanità l’immigrazione è un fenomeno naturale e l’arrivo di stranieri in questa città fa parte di questo dato di fatto. L’integrazione per noi è importantissima e bisogna fare il possibile perché sia realizzata sempre più. Il compito di chi, straniero e musulmano, giunge qui deve essere quello di conoscere la cultura di chi lo ospita e farsi conoscere. E gli alessandrini dovrebbero riuscire a non generalizzare quando si sente in televisione che uno straniero commette qualche orrendo delitto. Esplorarsi reciprocamente è l’unica via efficace. Bisogna essere curiosi e mantenere una certa apertura mentale. Da qualche mese è attivo in città il gruppo dei Giovani musulmani d’Italia, una realtà nata proprio con l’obiettivo di costituire una rete per chi arriva qui e per stimolare una maggiore integrazione sul territorio. L’imam non si stanca mai di ricordare l’importanza di dare il buon esempio in città, perché sappiamo che chi entra in contatto con noi si farà un’idea di tutto l’Islam e dobbiamo esserne degni rappresentanti. Fra i continui richiami della nostra comunità, per esempio, c’è quello a donare sangue, e siamo felici se questo può servire a salvare vite umane, non importa di quale fede religiosa.

Per un musulmano il dettame più importante è quello di seguire le regole che la religione impone. Fra queste ci sono la pacifica convivenza e il rispetto, e questo approccio è parte fondamentale anche della formazione che forniamo ai ragazzi. L’Islam insegna a conoscere l’altro per costruire la felicità sulla terra oggi, come specchio della felicità che sarà donata dopo la morte un domani. Tante persone vivono pregiudizi nei confronti dell’Islam semplicemente perché non lo conoscono: chi si avvicina alla religione musulmana trova invece in essa la pace, anche nel proprio animo. Allah significa “dio” per tutta l’umanità, e non solo per chi è musulmano. L’Islam chiede di immedesimarsi nel prossimo, di ricercare costantemente l’umanità nel rapporto con l’altro e un comune sentire. L’obiettivo è la pacificazione e non il conflitto. Quindi sono fiducioso sul fatto che una convivenza sia assolutamente possibile.
Una parte politica in Italia però non la pensa così. Qual è la vostra risposta rispetto a chi in più occasioni vi ha attaccati, come per esempio la Lega Nord?
Noi ci limitiamo a sforzarci di conoscere la società che ci ospita, di integrarci e di applicare al meglio i dettami della nostra religione. Il resto preferiamo semplicemente ignorarlo.
Avete rapporti sul territorio con le autorità religiose di altre confessioni, come, per esempio, rappresentanti della Chiesa cattolica?
Ad Alessandria fino ad oggi ci sono rapporti di buon vicinato, ma senza vere e proprie iniziative congiunte. Altrove in questo senso si è più avanti, come per esempio ad Acqui Terme, dove vengono organizzate cene insieme. I musulmani sono arrivati qui in Italia negli anni Novanta, e ogni anno aumentano di numero. E’ chiaro che il processo storico porterà a contatti sempre maggiori, anche perché crescono le esigenze di rappresentanza e di integrazione. Anche in questo caso la via da seguire per noi è dettata da ciò che ci insegna la religione islamica: chi non aiuta chi ha fame, indipendentemente dalla fede alla quale appartiene, non è un vero musulmano. Il prossimo è una persona, indipendentemente dalla sua confessione religiosa. Alcune iniziative in città hanno cominciato a realizzarsi (come la serie di incontri ‘Apericrislam‘, che peraltro riprenderanno nei prossimi mesi). Altre potrebbero arrivare in futuro.

Anche in questo caso ci sono relazioni positive, sebbene non ci sia un vero e proprio rapporto codificato. Quando abbiamo un’esigenza particolare la esponiamo e abbiamo trovato disponibilità e risposte positive, compatibilmente con le risorse possibili. L’ultimo esempio è stata la festa di fine Ramadan, dove ci è stato concesso l’utilizzo del Palazzetto dello Sport cittadino (la mattina, mentre il pomeriggio la manifestazione è proseguita presso la Casa di Quartiere ndr).
Ci sono esigenze strutturali particolari? Pensate in futuro di chiedere nuovi spazi, considerato che il numero di credenti presenti in città aumenta sempre di più?
In effetti in moschea facciamo ormai fatica a entrarci tutti. C’è l’obiettivo di provare a chiedere spazi più ampi, o il trasferimento della moschea in un luogo più consono. Se ci venisse concesso ovviamente saremmo pronti a trasferirci domani stesso.
L’Islam nella concezione di tanti italiani è un termine che fa paura perché viene associato sempre più spesso a violenza e terrorismo. Sul fronte internazionale arrivano notizie contrastanti e difficili da verificare. Pensate siano tutti solo pregiudizi?
Sicuramente l’ignoranza porta con sé il pregiudizio, e questo vale per tutti, siano essi islamici o meno. Quando l’uomo non utilizza il proprio cervello per conoscere la realtà, o si accontenta di ciò che gli viene riportato, il risultato può essere una deformazione della verità. Le persone vanno conosciute direttamente: io stesso quando sono giunto qui ero pieno di pregiudizi, e non è stato semplicemente integrarmi all’inizio, non conoscendo la lingua e le tradizioni del popolo che mi ospitava. L’Islam è anche una religione di studio e di incontro. Un tempo era più scusabile avere immagini distorte, però oggi con internet lo è meno (per esempio si può cominciare ad approfondire dalla Sezione Islamica Italiana, dall’Ucoii o dal sito dai Giovani Musulmani). Praticamente chiunque può documentarsi in prima persona. L’essere umano all’inizio è spesso nemico di ciò che non conosce, ma chi conosce il vero Islam ne rimane conquistato, perché dona pace ed equilibrio: proprio domenica 25 agosto abbiamo festeggiato una conversione di un italiano, che ha abbracciato la religione musulmana. Il nostro compito come comunità islamica qui è anche questo: contribuire affinché aumenti la conoscenza e cadano i pregiudizi.

In realtà l’Islam è la religione che più di tutte storicamente ha onorato la donna, e continua a farlo, considerandola veramente una regina attraverso le sue diverse età, da quando è fanciulla a quando diventa sposa e madre. La donna nel vero Islam è rispettata e i suoi diritti sono riconosciuti. Il velo è pensato per lei, perché non è bello che venga guardata da altri uomini, ed è anche una soluzione utile alla società tutta, perché aiuta chi deve lavorare a non distrarsi e a concentrarsi su ciò che deve fare. D’altronde la donna viene scelta come sposa dal marito e non è giusto che altri la guardino: il velo serve a creare e proteggere anche la sua felicità. Se c’è promiscuità non è più chiaro di chi siano i figli e allevarli con serenità diventa un problema, della famiglia ma di tutta la società. Qui in Italia sicuramente è difficile girare per strade e guardare la televisione, perché non si capisce cosa possa c’entrare una ragazza seminuda con un telefonino, un’automobile o mille altri prodotti.
Però non esistono solo Paesi moderati: in alcuni Stati è difficile non constatare come questa concezione finisca per confliggere con la Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo. Non è così? Dov’è il confine fra cultura e imposizione?
Ci sono Paesi e Paesi, ma questo non vale solo per l’Islam ma per ogni confessione religiosa: anche il cristianesimo non viene applicato allo stesso modo ovunque. La donna per la fede musulmana è centrale nella società e ben inserita: è previsto che lavori per essa, per esempio negli uffici pubblici, senza dimenticare che lo stare a casa ad occuparsi dei figli è un compito delicato e importantissimo, che merita il massimo rispetto e grande dignità.
Come sogna che possa essere Alessandria fra 10 anni?
Spero in una società sempre più integrata, pacificata e felice. E’ importante lavorare per conoscersi e riconoscersi sempre più.