Lab121: “lavoro e crescita, noi ci proviamo così…”
Insieme a Mico Rao facciamo un bilancio dell'attività dell'associazione di coworking alessandrina: la community, il baratto delle competenze, il confronto con le altre realtà nazionali e estere, ma anche il rapporto con gli enti pubblici e la privatizzazione dei servizi, il digitale e il web, la visione d'insieme...
Insieme a Mico Rao facciamo un bilancio dell'attività dell'associazione di coworking alessandrina: la community, il baratto delle competenze, il confronto con le altre realtà nazionali e estere, ma anche il rapporto con gli enti pubblici e la privatizzazione dei servizi, il digitale e il web, la visione d'insieme...
ALESSANDRIA – A quasi tre anni dalla nascita di lab121, associazione e centro di coworking, incontriamo Mico Rao cofondatore della realtà alessandrina, per fare il bilancio dell’attività svolta sul territorio e per capire quali sono le prospettive e i nuovi obiettivi che gli associati si prefissano. Iniziamo facendo il punto della situazione… Quanti sono i soci di lab121? Cosa state facendo e in che direzione state andando?
Siamo arrivati alla tessera 425 e continuiamo a mantenere un’eterogeneità molto forte dal punto di vista dei settori rappresentati. Manteniamo una parità di genere tra uomini e donne e un’età media di 40 anni. Questo aspetto è, per noi, molto interessante anche perché abbiamo visto come dall’incontro tra più e meno giovani si inneschino molti trasferimenti di competenze e possano nascere opportunità significative. Spesso, infatti, i più giovani sono alla ricerca di realtà più strutturate o di professionisti che hanno già un lavoro avviato, per cui questo tipo di compresenza risulta essere molto importante.
Da settembre dell’anno scorso – da quando c’è stata la conferenza di Espresso Coworking – lab121 si è sviluppato tantissimo, cercando soprattutto di strutturare il suo rapporto con i coworkers in maniera tale da rendere la gestione dell’associazione la più condivisa possibile. Abbiamo cercato di definire i valori a cui riferire le nostre attività e che siano da guida e da riferimento per il comportamento all’interno della community – rispetto alla pari opportunità, trasparenza delle informazioni, innovazione, qualità totale, formazione permanente. E poi abbiamo fatto in modo di favorire unpercorso all’interno dell’associazione che porti i soci ad assumere delle responsabilità e quindi a spendersi anche per la gestione all’interno dell’associazione stessa. L’esempio più banale può essere l’attività di hosting – quindi tenere aperti i locali dell’associazione e fare attività di accoglienza alcuni pomeriggi alla settimana – fino alla gestione di un canale social di comunicazione istituzionale.
Quindi gli associati tendono a diventare parte attiva della comunità… Non solo fruitori dell’attività…
Esatto. E questo corrisponde innanzitutto ad un’acquisizione di maggiori competenze, oltre che ad una maggiore visibilità all’interno della community e quindi alla possibilità di interagire con altri soci, di trovare più opportunità di lavoro e di crescita. Al tempo stesso, inoltre, i soci ottengono in cambio dei servizi dall’associazione: avere a disposizione uno spazio gratuitamente, partecipare a momenti di formazione o a determinati eventi a pagamento.
L’associazione è andata in questa direzione perché il gruppo direttivo vuole tornare un po’ al livello dei coworker stessi e fare in modo che tutte le dinamiche all’interno dell’associazione siano condotte in maniera trasparente.
E’ anche perché c’è difficoltà nel vendere un servizio che sia a pagamento?
Il baratto esiste anche in esperienze di coworking diverse da lab121 che sono condotte da società private. Ovviamente, è più naturale in un contesto di community come lab121 dove si cerca di creare anche del mutualismo professionale. Come si chiede a due soci di valutare tra di loro un baratto piuttosto che uno scambio economico rispetto a consulenze o prestazioni, allo stesso modo l’associazione cerca di dare il buon esempio e perciò attua lo stesso tipo di meccanismi. E’, insomma, anche una questione di coerenza con il messaggio che cerchiamo di esprimere e con il comportamento che suggeriamo in quelli che sono i rapporti professionali.
Allo stesso tempo lab121 offre anche una serie di servizi a pagamento – se pur con contributi molto bassi rispetto a molte altre realtà di coworking che lavorano sul territorio nazionale, in cui gioca anche il fattore del valore immobiliare delle diverse città e di conseguenze delle spese che le realtà di coworking devono sostenere.
Ad esempio?
Il costo di alcune attività è in generale più basso rispetto alle esperienze a Milano, a Torino, a Firenze o a Roma. La nostra capacità di sostenerci è facilitata dal fatto che abbiamo uno spazio in concessione, oltre ai normali costi di gestione, abbiamo alcuni costi calmierati e nessuna spesa per il personale, proprio perché, come dicevo prima, gestiamo tutta una serie di attività in maniera condivisa.

Partecipiamo a bandi emessi da fondazioni ma quando a maggio abbiamo fatto l’assemblea ordinaria con i soci abbiamo dimostrato che l’associazione fino ad ora si sarebbe sostenuta anche senza i contributi ricevuti, perciò con i tesseramenti, gli introiti derivanti dai servizi e dalla formazione.
E’ chiaro che i contributi ci premettono di creare ulteriori progetti e di investire su nuove iniziative.
Una cosa, ad esempio, che è successa nell’ultimo anno e che per noi ha un valore importantissimo è il fatto di ricevere molti ospiti che arrivano da fuori e vengono a vedere la nostra esperienza, gli ultimi da Pordenone – ma anche da Milano, Torino, Genova. Da un anno a questa parte, infatti, facciamo formazione a livello nazionale. Abbiamo erogato percorsi di formazione a persone e gruppi che stanno per aprire centri di coworking a Cagliari, Genova e Torino. Con un percorso formativo di una giornata, mettiamo a disposizione tutti i nostri documenti, le nostre modalità di lavoro. Questo da un lato sostiene l’associazione (è un corso che viene fatto a pagamento), dall’altro si basa sul principio, proprio dell’associazione, di condividere la sua esperienza.
Abbiamo iniziato la nostra chiacchierata parlando di 425 i tesserati. Sono così tante le persone che effettivamente vivono l’associazione?
Se si pensa a una community di coworking come ad una realtà che offre uno spazio di lavoro ai professionisti, ci si dovrebbe immaginare uno spazio immenso (anche più grande di quelli che ci sono a Roma, Milano, Torino). In realtà noi abbiamo una community molto eterogenea. Sono molti i giovani e i dipendenti di aziende che trovano soddisfazione nel momento in cui riescono a partecipare a progetti anche di lavoro in orari che esulano dalla giornata lavorativa o a momenti di formazione differenti rispetto a quelli che trovano sul mercato. L’utilizzo dello spazio non è, quindi, prioritario come in altri centri di coworking.
Il numero delle persone che partecipano in maniera importante, insomma, se si considera che noi abbiamo fatto da dicembre a giugno oltre 20 corsi di formazione e circa 35 eventi, sono diverse centinaia.
Senza contare che noi abbiamo traccia di quello che succede fino a un certo punto. A volte veniamo a conoscenza di una collaborazione anche a distanza di settimane, proprio perché l’associazione non entra nel merito dei rapporti professionali. Non ci riteniamo un intermediario.
Quindi non è semplice fare un bilancio…
Possiamo fare un bilancio quantitativo di quelli che sono i risultati dei rapporti professionali, ma non entrare nel merito della portata economica di queste collaborazioni.
L’associazione cerca di innescare e sostenere la nascita di nuove realtà anche solo mettendo in contatto professionalità differenti. Sono nate alcune start up e ci sono oltre le trenta le relazioni professionali sviluppate negli ultimi mesi tra soci diversi.
Guardiamo adesso il contesto in cui l’attività di lab121 si inserisce. Si è parlato a lungo (e si continua a farlo) di riorganizzazione dei servizi, e sembra che la direzione sia quella della privatizzazione, o per lo meno di una gestione non più pubblica. E’ un’occasione? Rischia di essere insostenibile?
E’ difficile dare una risposta non tenendo in considerazione il fatto che Alessandria è una città che ha puntato molto sul pubblico impiego e che, di conseguenza, in questo momento, vive tutta una serie di preoccupazioni, di patemi, di ansie nell’immaginarsi una gestione di tutta una serie di servizi, slegata dal pubblico.
Noi siamo in contatto con molte esperienze di coworking che si stanno formando a livello nazionale e notiamo come le pubbliche amministrazioni stiano andando nella direzione di contesti collaborativi, esternalizzando alcuni servizi, trovando soddisfazione a bisogni in contesti diversi.
Tantissime regioni, province e comuni, stanno andando in questa direzione. Trovano la risposta al loro bisogno di competenze, di risorse, di professionalità, in contesti analoghi al nostro, autorganizzati, cercando modi per relazionarsi con questi soggetti anche da un punto di vista economico.
In generale il fatto che le amministrazioni si interessino di questi contesti dimostra il tentativo, non potendo più sostenere tutta una serie di servizi, di trovare soluzioni alternative. E’ proprio il contesto nazionale che sta andando in una direzione diversa e quindi c’è da chiedersi se si vuole fare ostruzionismo oppure capire, in questa serie di trasformazioni, dove sono le opportunità.
Riteniamo, certamente, che il cuscinetto tra le realtà produttive che offrono servizi e le Istituzioni, debba essere un ente no profit che costituisca una certa garanzia valoriale.
E all’estero? E’ una direzione in cui comunque si deve andare?
All’estero quello che è successo in maniera molto netta è che gli spazi di coworking, anche aiutati dalle istituzioni – noi come lab121 ci riferiamo molto a una realtà parigina che riceve contributi da governo centrale, governo locale, fondazioni e una serie di privati – hanno creato un ecosistema che in generale aiuta i professionisti e il tessuto economico. Un contesto competitivo che in generale riesce a portare un beneficio finale alle amministrazioni e in generale alla comunità.

In generale quello che notiamo noi è che le persone che riescono a trovare una soddisfazione maggiore, sono coloro che innanzitutto collaborano a più progetti e quindi scommettono molto su una rete estesa e su maggiori opportunità. Dall’altra parte, certamente, sta prevalendo il tentativo di cercare delle nicchie: essere molto competenti su parti quasi sub-atomiche del contesto professionale, questo soprattutto nell’ambito del digitale e del web. Così come anche, nel mondo del digitale, cercare di essere molto competenti sull’utilizzo di software specifici, fino ad arrivare all’utilizzo di quelli che sono anche le nuove tecnologie: stampanti 3d, apparecchiature robotiche. Anche se, va detto, il mercato locale non da segnali particolari in questa direzione, è importante capire come il web consenta di offrire servizi a un territorio più ampio.
Di qui l’interesse per l’e-commerce e la formazione on-line, la presenza sul web e il concetto di affiliazione.
La comunicazione, la cura delle rete, la divulgazione dei prodotti, saper raccontare cosa si fa, perché si fa, queste sono tutte cose che permettono comunque di creare piccoli bacini di introito economico che possono aiutare a trovare una sostenibilità.
Per cui la cosiddetta precarietà, o c’è chi preferisce dire flessibilità, per voi è sicuramente un valore?
Può essere un’opportunità. Mi spaventa di più vedere un ragazzo che è preoccupato dall’idea di perdere il lavoro e sente di non avere il coraggio di creare una cooperativa, di aver passato troppi anni in quell’impresa, di aver perso l’abitudine a presentarsi con un curriculum per un posto di lavoro, o mi fa più paura chi ha un posto di lavoro ed esce tutti i giorni disperato (perché fa una cosa che non piace, sente che non lo porterà da nessuna parte)? Entrambi la sera possono venire al centro lab121, per partecipare a percorsi di formazione o a gruppi di lavoro temporanei grazie ai quali riescono ad avere un guadagno. Chi è più precario dell’altro?
Abbiamo detto che “il mercato locale non da segnali particolari nella direzione del digitale”. Come si relaziona, quindi, la vostra attività con il contesto locale?
Stiamo cercando di trovare un percorso che possa aiutare anche la comunità locale a ritrovare degli spiragli di ripresa. In particolare i ragionamenti che stiamo facendo vanno nella direzione di creare una specie di ecosistema. Cercare di immaginare tutti quelli che sono i diversi bisogni presenti in città per incastrarli tra di loro e fare in modo che possano soddisfarsi l’uno con l’altro o dal cui incrocio possano ottenersi dei risultati.
Noi crediamo molto in quello che è l’incontro tra le competenze e quello che stiamo cercando di fare è capire come un meccanismo di questo tipo possa aiutare la comunità da un lato a ritrovare le soddisfazioni ai bisogni e dall’altro a offrire occasioni ai più giovani. Dare per lo meno una possibilità.
Le risorse dell’amministrazione o degli enti che decidono di spendersi per il territorio, devono servire ad innescare sistemi e meccanismi che poi devono essere capaci di stare sul mercato. Non crediamo nell’assistenzialismo anche se riteniamo che ci possa essere un certo tipo di agevolazione in maniera tale che il benefit totale sia suddiviso equamente: che arrivi a tutti una parte.
Dicevo prima delle persone che da tutta Italia vengono a conoscere la nostra esperienza.
Quando questo accade presentiamo anche la città nel suo complesso. Cerchiamo sempre di più di presentare un sistema-alessandria, costituito da associazioni e realtà differenti, che nasce in qualche modo dalle relazioni tra queste diverse organizzazioni. Facciamo questo perché riscontriamo in queste diverse realtà alcuni valori comuni, trasparenza, coerenza e soprattutto una presa in carico dei bisogni degli altri. L’idea che in una situazione di dissesto si stia creando una specie di sistema che abbia questa forte valenza sociale, o comunque di rispetto verso alcuni temi, ma che al tempo stesso si rilanci verso l’innovazione, la progettualità o l’idea di creare cose nuove è una cosa che colpisce molto e che andrebbe il più possibile valorizzata.
Qual è il punto da cui partire per fare questi ragionamenti? Qual è la scintilla?
La visione d’insieme. La progettualità d’insieme. Noi all’interno di lab121 da questo punto di vista siamo favoriti dall’avere parecchi soci e molto diversi, nelle competenze e nelle necessità, tra di loro. Il continuare a discutere con i soggetti nazionali, inoltre, ci consente di avere la capacità di immaginare un progetto un po’ più ampio soprattutto nei temi del lavoro. Poi, l’associazione, nasce con l’idea di avere una responsabilità sociale nei confronti della comunità e quindi cerchiamo di adoperarci per mettere in campo delle idee.
