Carcere e Comune: stessi problemi, soluzioni in sinergia
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Carcere e Comune: stessi problemi, soluzioni in sinergia

La Commissione Politiche Sociali ha incontrato i vertici della Casa circondariale Cantiello - Gaeta (ex Don Soria) per conoscere quale sia la qualità di vita di detenuti e del personale. "Mancano fondi, un po' come a Palazzo Rosso - raccontano dal carcere - ma i detenuti potranno offrire manodopera alla città"

La Commissione Politiche Sociali ha incontrato i vertici della Casa circondariale Cantiello - Gaeta (ex Don Soria) per conoscere quale sia la qualità di vita di detenuti e del personale. "Mancano fondi, un po' come a Palazzo Rosso - raccontano dal carcere - ma i detenuti potranno offrire manodopera alla città"

ALESSANDRIA – E’ stato prima di tutto “un incontro di ascolto”, come lo ha definito il presidente della Commissione Politiche Sociali e consigliere di maggioranza Paolo Berta, un momento utile per evidenziare le problematiche più gravi della struttura detentiva che sorge in pieno centro, a pochi passi dall’Ospedale cittadino, e che grazie a una recentissima legge potrà offrire – con sempre maggiore costanza – manodopera volontaria per aiutare la città, come già sta avvenenendo in Cittadella per la lotta all’alianto, pianta infestante che minaccia la struttura. 

L’audizione, fortemente voluta dal consigliere di Insieme per Rita Rossa Rossella Procopio, assistente sociale che praticamente ogni giorno lavora all’interno della struttura, è stata “ricca di dati e di spunti di riflessione”, come ha ricordato anche l’assessore alle politiche sociali Oria Trifoglia, presente ai lavori della Commissione. 

“Con il carcere ci sono già state collaborazioni proficue anche in passato – ricorda il presidente Berta – come quando grazie al laboratorio interno di falegnameria erano state create piccole rampe per rendere accessibili i negozi cittadini a persone con la carrozzina”. 

Ma quali sono le condizioni della Casa Circondariale cittadina? A provare a spiegarlo sono intervenuti diversi operatori, a partire dal Comandante del reparto di Polizia Penitenziaria, Daniele Angelo Evola, che sottolinea: “Alessandria é il secondo centro penitenziario piemontese dopo Torino: qui abbiamo fra gli 800 e i 900 detenuti, fra Cantiello – Gaeta e carcere di San Michele. Gli alessandrini presenti nelle strutture non arrivano però forse a un centinaio. All’ex Don Soria la popolazione carceraria oscilla di solito intorno alle 400 unità”. 

La struttura detentiva in città ospita perlopiù persone in custodia cautelare (cioè in attesa di giudizio definitivo) o comunque con pene definitive entro i 5 anni. “Questo è importante sottolinearlo – ha spiegato il comandante Evola – perché parliamo di persone coinvolte in episodi di microcriminalità, e si tratta soprattutto di stranieri, irregolari sul territorio, con nessuna possibilità di reinserimento. E molti di loro hanno problemi di tossicodipendenza. Sono situazioni particolarmente complicate perché da un lato è molto difficile pensare ad attività che li coinvolgano, dall’altro sono persone quasi completamente prive di legami sul territorio, e sconosciute dai servizi sociali, come il Sert, che quindi faticano a impostare in tempi rapidi interventi di sostegno”. 

Fra i problemi più sentiti c’è sicuramente quello del sovraffollamento, anche cosinderando che i cosiddetti provvedimenti “svuotacarceri” non ottengono grandi risultati: non appena la struttura potrebbe alleggersi, come in un sistema di vasi comunicanti, vengono immediatamente inviati nuovi detenuti da Torino o Milano, che utilizzano Alessandria come ‘valvola di sfogo’ per le loro strutture, anch’esse ampiamente sovrautilizzate. 

“E poi mancano i fondi per gestire le più banali attività quotidiane”, come ha spiegato anche il responsabile e capo degli educatori, Valentini: “rischiamo in qualche caso di non avere risorse sufficienti per garantire da mangiare ai detenuti. Abbiamo problemi simili al Comune di Alessandria, con una carenza strutturale di fondi, e qui anche di personale, che rende difficile il lavoro quotidiano”. 

I detenuti italiani sono circa il 26% del totale, mentre gli stranieri sono circa 290. La maggior parte dei detenuti proveniene dal Magreb (98 marocchini, 22 tunisini, alcuni egiziani). Gli altri sono perlopiù persone comunitarie, in particolar modo di nazionalità rumena o albanese. 

“Una parte dei detenuti stranieri non sa quando è nata. C’è ovviamente chi ci gioca, per cercare di non essere identificato, ma ci sono anche persone che con il carcere fanno la loro prima esperienza di contatto con un’istituzione italiana. E’ molto difficle in questo contesto riuscire a lavorare, specie se si ha personale sottodimensionato e strutture non più all’altezza degli obiettivi di sicurezza e vivibilità” – ricorda Valentini.

“La struttura ospita circa 400 detenuti ma viene gestita con personale a rotazione per un totale di 50-60 persone. A volta la notte abbiamo in servizio solo 8 agenti, che si devono occupare di tutto, anche perché non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone e non faldoni – sottolinea il comandante Evola, che aggiunge – La struttura é stata pensata negli anni 50: prima era un ricovero per le suore. La ristrutturazione che è avvenuta all’inizio del secolo scorso non ha potuto però tenere conto delle leggi, giustissime, sulla vivibilità all’interno delle carceri introdotte negli anni Settanta. Il carcere di Alessandria era allora una struttura di massima sicurezza, che ha ospitato molte persone condannate per terrorismo, sia rosso che nero. Per fortuna abbiamo celle ampie, ma siamo privi di spazi di socialità interna, e i camminamenti sono stati ricavati da ritagli di terreno fra le strutture: non sono assolutamente adeguati”. 

Valentini ha poi fatto il punto anche sull’area educativa, sottolineando un’importante possibilità di collaborazione con il Comune: “mancando fondi, ciò che possiamo fare è molto penalizzato. Però il 3 luglio è diventato ufficiale un decreto legge che estende la possibilità per i detenuti di compiere attività di volontariato all’esterno del carcere, ovviamente quando ci sono le condizioni di sicurezza per renderlo possibile. Alessandria potrebbe usufruire di una serie di servizi concordati con il carcere e offerti a costo zero. E’ quello che sta avvenendo con la pulizia della Cittadella per esempio, ma altre collaborazioni si potranno intavolare. Per i detenuti è un’opportunità di passare del tempo all’esterno della struttura detentiva e di rifondere la società per il danno che le hanno causato”. 

L’ultima parte dell’incontro ha riguardato il servizio del Sert e di supporto psicologico e medico all’interno del carcere, offerto per quei detenuti con problemi di tossicodipendenza o comunque di salute. A illustrare la situazione è intervenuta Ivana Scotti, delegata per il servizio tutela salute in carcere, che spiega: “anche in questo caso purtroppo i servizi che riusciamo a offrire sono sottodimensionati rispetto alle reali necessità, specie se si pensa che nell’arco dell’anno abbiamo in cura circa 300-350 detenuti. La tossicodipendenza è una condizione grave, dalla quale è possibile guarire con un giusto iter, ed è ovvio che finché si è dipendenti da una sostanza si è pronti anche a delinquere pur di riuscire a procurarsela”. Fra i problemi emersi durante l’incontro c’è stato quello delle liste d’attesa per particolari tipologie di problemi, come quelli oculistici od ortopedici, per i quali – sottolineano gli operatori – “servono soluzioni strutturali che aumentino efficienza e sicurezza. Il rischio altrimenti è che si finisca per violare il diritto dei detenuti ad essere curati, o si sia costretti a farli passare davanti ai normali pazienti che attendono di essere visti dagli specialisti. D’altronde, senza un intervento tempestivo adeguato, si finisce sempre per avere situazioni di salute che sfociano nell’urgenza”. 

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