“Barriera idraulica bocciata perchè insufficiente”
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“Barriera idraulica bocciata perchè insufficiente”

Messa in sicurezza avviata in ritardo. Per colpa di chi? Botta e risposta in aula davanti alla Corte d'Assise al processo contro il polo chimico sulla bonifica tardiva: “La barriera proposta non serviva, occorreva un quadro complessivo” e i dati confermano. In aula anche gli estensori del primo modello idraulico che si rivelò errato: “oggi non scriverei che c'era una separazione tra falde”

Messa in sicurezza avviata in ritardo. Per colpa di chi? Botta e risposta in aula davanti alla Corte d'Assise al processo contro il polo chimico sulla bonifica tardiva: ?La barriera proposta non serviva, occorreva un quadro complessivo? e i dati confermano. In aula anche gli estensori del primo modello idraulico che si rivelò errato: ?oggi non scriverei che c'era una separazione tra falde?

POCESSO POLO CHIMICO – Tre anni per dare il via libera alla bonifica, invece dei sessanta giorni previsti. Per colpa di chi? Botta e risposta in tribunale, davanti alla Corte d’Assise, al processo contro gli otto dirigenti del polo chimico di Spinetta Marengo, tra gli avvocati Solvay e il dirigente del comune di Alessandria Pierfranco Robotti, teste citato dalla pubblica accusa.

Robotti ripercorre il complesso iter burocratico della conferenza dei servizi per l’approvazione del piano di caratterizzazione e la messa in sicurezza del sito, dopo l’emergenza cromo.

Le richieste di integrazione, di analisi, chili di carta prodotta e richiesta, sei ricorsi al Tar dell’azienda in vari passaggi. L’ultimo presentato poco tempo fa, contro la richiesta della conferenza di incrementare la barriera idraulica che dovrebbe impedire la fuoriuscita di sostanze inquinanti nelle falde sottostanti, poi ritirato l’ultimo giorno utile. La barriera fu proposta in prima battuta proprio dall’azienda, già nel 2006. Prevedeva la realizzazione di 4 pozzi a valle dello stabilimento per captare acque inquinate ed estrarne i veleni. “Proposta che fu bocciata dalla conferenza”, ribadisce, piccata, Solvay tramite i suoi avvocati.

“La messa in sicurezza d’emergenza non necessitava di approvazione” ribadisce il dirigente comunale, come già nella precedente udienza aveva fatto il dirigente della Provincia. L’azienda avrebbe potuto procedere senza aspettare il via libera che, secondo Robotti, tardava ad arrivare perchè occorreva prima avere un quadro della situazione chiaro. Il rischio, che poi si è verificato, “è che quanto proposto non fosse sufficiente”.

Lo dicono i dati: nel primo anno di funzionamento della barriera, i 4 pozzi, in 40 giorni, hanno “pulito” 1,22 chilogrammi di cromo esavalente, a fronte di una presenza di parecchie tonnellate nel sottosuolo, utilizzando 2800 tonnellate di reagente. “Ancora oggi la conferenza ha ritenuto che la barriera di 40 pozzinon sia sufficiente. Dopo aver presentato ricorso, l’azienda lo ha poi ritirato, chiedendo una ulteriore proroga per presentare un nuovo progetto”. La proroga dovrebbe scadere in questi giorni.

Con il secondo testimone, la dottoressa Brezzi dell’Asl, si parla di potabilità. Subito dopo lo scoppio dell’emergenza un’ordinanza del sindaco fece chiudere i pozzi delle abitazioni limitrofe allo stabilimento per vietarne l’uso a scopo alimentare e vennero chiusi anche i pozzi interni allo stabilimento che fornivano acqua alle abitazioni. “Eppure il cromo esavalente è presente anche in altre acque minerali in misura superiore a 5 microgrammi al litro, non ultima le fonti Feja”, fa presente l’avvocato della difesa. “Abbiamo adottato in principio di precauzione in considerazione dell’uso delle acque, domestico, irriguo e zootecnico”.

Gli ultimi testimoni dell’accusa portata avanti dal pubblico ministero Riccardo Ghio sono gli estensori del primo modello idraulico, utilizzato per la stesura del piano di caratterizzazione. Più volte in aula, nel corso delle precedenti udienze, sarà ricordato come le prime ipotesi di bonifica e di identificazione delle cause della fuoriuscita di inquinanti dall’area dello stabilimento si basavano su quel piano, che evidenziava uno strato impermeabile tra la prima e la seconda falda. Impossibile quindi, in linea teorica, un passaggio di inquinanti. “Abbiamo lavorato partendo dalle analisi stratigafiche fornite allora da Montedison” spiega il professor Di Molfetta, rispondendo alle domande. Ma emerge anche come anche qualora vi fosse il sospetto che lo strato d’argilla non fosse così compatto, “avrebbero dovuto essere realizzati pozzi profondi 200 metri, ed avrebbero avuto un costo superiore”. In ogni caso, ricorda Di Molfetta, lo studio venne commissionato per l’ottenimento della concessione alla captazione delle acque negli anni Ottanta e non per la redazione del piano di caraterizzazione. Con il senno di poi, “fu incauto affermare che vi era separazione tra le due falde – dice dal banco dei testimoni il professore – oggi non l’avrei detto in quei termini”. L’altro estensore, Molinari, spiega invece come, in ogni caso, “è piuttosto raro che esistano separazioni certe tra gli strati di falda”. Emerge dalla sua deposizione come già all’epoca del modello idrogeologico (siamo tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta) si fosse rilevato l’alto piezometrico “e una differente temperature delle acque” che faceva pensare ad una perdita delle rete industriale. Ipotesi confermata da una sorta di prova, effettuata durante la fermata degli impianti per manutenzione: “l’alto piezometrico diminuì sensibilmente”. Eravamo ancora lontani dallo scoppio dell’emergenza…  

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