La disfatta dei moderati alessandrini
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Agostino Pietrasanta  
13 Luglio 2013
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La disfatta dei moderati alessandrini

La moderazione può considerarsi una categoria caratteriale, ma potrebbe anche essere una virtù e niente di meno che una virtù cardinale, assimilabile alla temperanza. Basta un passaggio di ragionamento e si conclude, senza soverchia difficoltà che …

La moderazione può considerarsi una categoria caratteriale, ma potrebbe anche essere una virtù e niente di meno che una virtù cardinale, assimilabile alla temperanza. Basta un passaggio di ragionamento e si conclude, senza soverchia difficoltà che ?

modLa moderazione può considerarsi una categoria caratteriale, ma potrebbe anche essere una virtù e niente di meno che una virtù cardinale, assimilabile alla temperanza. Basta un passaggio di ragionamento e si conclude, senza soverchia difficoltà che la moderazione offre le possibilità di un ordinato equilibrio tra le diverse opzioni, potrebbe contribuire a sanare la radicalità dei conflitti, grazie ad un percorso che promuova l’incontro tra le parti, ad una scelta di pacificazione delle controversie. Mi pare sia Cicerone che nel primo libro del “De Officiis”, mentre dedica poche annotazioni alle altre virtù, alla temperanza dedica lunghi capitoli e la chiama “modus”, per l’appunto, moderazione, moderata valutazione della dialettica tra i diversi, dal momento che in tutte le parti c’è qualcosa di buono da promuovere.
 

Per questo vado meditando sulle cause che hanno indotto i moderati dello scenario politico alessandrino a disertare compatti una riunione del Consiglio comunale, senza esclusione dell’assessore in giunta; al punto da provocare una possibile mancanza del numero legale nell’assemblea. Ora che ciò faccia l’opposizione potrebbe essere censurabile, quando ci sia di mezzo il bene della città e non quello della parte: che lo provochi una parte della maggioranza è semplicemente inaccettabile e non solo per correttezza politica, ma, trattandosi dei moderati, e considerate la premesse, per la stessa natura di chi si proclama “moderato” e cioè promotore di equilibrio fra le parti.

Alle corte. Se l’evento consegue la difesa di interessi di potere, per un moderato è già in sé la negazione di un ruolo; se poi, per sciagurata ipotesi, fosse la salvaguardia di qualche posto personale o il tornaconto di qualche, sia pur rispettabile posizione individuale, allora si tratterebbe di atteggiamento inaccettabile per qualsiasi parte politica, ma un semplice un non senso per chi si pone come elemento di composizione sedicente moderata. Insomma una negazione di sé una disfatta antropologica, prima ancora che politica.
 

In altre parole, se si parlasse di qualunque altra parte, si potrebbe valutare un’intollerabile arroganza, dal momento che, in simili accadimenti c’è sempre un leader “onorato” che può permettersi di impartire ordini a “subalterni” che si dimenticano di essere rappresentanti di un elettorato che li ha scelti perché assicurino una presenza istituzionale. Trattandosi però dei “moderati”, trattandosi degli interpreti della temperanza, non basta e neppure serve il giudizio di arroganza per una adeguata definizione; bisognerebbe trovare un attributo che indichi la radicale caduta del  “non essere” dei suoi protagonisti. Se non ci sono, se rispondono con atto che per tutti gli altri sarebbe solo arrogante, per loro sarebbe e penso sia, il suicidio senza aggettivi. La pretesa capacità di pacificazione, di promozione dei diversi apporti tra loro dialetticamente legittimati, si riduce  alla forma più infelice e traumatica del conflitto. Quella della proposta prepotente dello scontro: più che una disfatta, per dei “moderati”, dei “temperanti”, un suicidio, per l’appunto.

[tratto da Appunti Alessandrini]

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