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Bioetanolo da biomassa lignocellulosica: il gruppo di biochimica diretto dalla professoressa Cavaletto del Disit studia i biocarburanti di nuova generazione. Ricerche anche sul latte per l'alimentazione dei neonati

Bioetanolo da biomassa lignocellulosica: il gruppo di biochimica diretto dalla professoressa Cavaletto del Disit studia i biocarburanti di nuova generazione. Ricerche anche sul latte per l'alimentazione dei neonati

ALESSANDRIA – Sviluppare tecnologie innovative per la tutela delle risorse ambientali: di questo si occupa il gruppo di ricerca in biochimica guidato dalla professoressa Maria Cavaletto presso il Dipartimento di Scienze e Innovazione Tecnologica dell’Università del Piemonte Orientale. “Studiamo le energie rinnovabili, in particolare la produzione di biocarburanti di seconda generazione – spiega la professoressa – i nostri studi hanno lo scopo di identificare e caratterizzare nuovi enzimi per la degradazione della biomassa lignocellulosica da cui poi ottenere bioetanolo”.

“La biomassa deriva dagli scarti di produzione agricola o da materie prime apposite, le cosiddette colture energetiche – dice Stefano Spertino, dottore di ricerca in Scienze Ambientali e collaboratore del gruppo – questi sono i biocarburanti di seconda generazione che hanno risolto il problema etico dell’utilizzo per fini energetici di colture alimentari”. La prima generazione di biocarburanti aveva sollevato infatti il problema dell’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli alimentari da utilizzare per fini energetici, in particolare dove non esistono grandi superfici coltivabili. Attualmente, oltre agli scarti delle lavorazioni agricole, si possono utilizzare anche le canne a bordo dei fossi, ovvero zone che non sono impiegate per fini agricoli.

Con le ricerche condotte dal gruppo della professoressa Cavaletto sono stati studiati gli enzimi prodotti da microrganismi batterici e fungini e sono state identificate nuove specie proteiche che intervengono nel meccanismo di degradazione della biomassa. I nuovi enzimi trovati servono per ottenere zuccheri semplici da fermentare in modo da ottenere bioetanolo. “Il vantaggio maggiore si ottiene dal punto di vista economico – spiega Maria Cavaletto – il costo dei biocarburanti dipende per i due terzi proprio dagli enzimi e la nostra ricerca è orientata a identificare sostanze che aumentino la velocità del processo di degradazione per migliorare la resa e diminuire i costi”.

“Il grande vantaggio dell’utilizzo del bioetanolo per i trasporti, auto e aerei, è la diminuzione dei gas serra – illustra Stefano Spertino – inoltre dalla degradazione della biomassa si ottengono anche prodotti della cosiddetta chimica verde che possono sostituire i derivati del petrolio”. Un’eccellenza del dipartimento è l’utilizzo di tecniche proteomiche (elettroforesi bidimensionale e spettrometria di massa – foto a destra) per identificare e caratterizzare le componenti proteiche in un campione biologico. Al Disit è attualmente in corso un progetto per l’ottimizzazione dei processi di trasformazione della biomassa lignocellulosica in bioetanolo. Il progetto è finanziato dalla Regione Piemonte ed è svolto in collaborazione con l’azienda C5-6 Italy di Tortona.

Il gruppo di biochimica si occupa anche dello studio delle proteine del latte umano, bovino e caprino. Il progetto, svolto in collaborazione con il reparto di Neonatologia dell’Ospedale Infantile Cesare Arrigo diretto da Diego Gazzolo, prevede l’implementazione di latte in formula per i neonati. “Anche per queste ricerche applichiamo le conoscenze di biochimica delle proteine per studiare com’è composto il latte materno e per costruire latte artificiale simile a quello umano per l’alimentazione neonatale”.

“Il settore delle energie alternative è sicuramente in crescita, e qui in provincia ci sono aziende che stanno investendo molto: questo garantisce buone prospettive occupazionali per i biologi che si specializzano in questo ambito” conclude la professoressa Cavaletto.

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