Il carcere di San Michele: un’opportunità per la città?
All'interno delle mura della Casa di Reclusione si produce pane per Piemonte, Liguria e Lombardia, c'è un polo dell'università Avogadro, un corso per geometri dell'Istituto Nervi, e si è da poco concluso un ciclo di conferenze sui "Beni Comuni". Ma soprattutto è un luogo "tabù" che pochi conoscono e tanti dimenticano...
All'interno delle mura della Casa di Reclusione si produce pane per Piemonte, Liguria e Lombardia, c'è un polo dell'università Avogadro, un corso per geometri dell'Istituto Nervi, e si è da poco concluso un ciclo di conferenze sui "Beni Comuni". Ma soprattutto è un luogo "tabù" che pochi conoscono e tanti dimenticano...
ALESSANDRIA – Abbiamo incontrato il direttore della Casa di Reclusione di San Michele, Elena Lombardi Vallauri (nella foto in basso), per farci raccontare come scorre la vita fra le mura dell’istituto: problemi, opportunità, peculiarità di una realtà che rischia, ancor più in un momento di crisi, di essere vissuta come un vero e proprio tabù, finendo per fagocitare chi si trova al suo interno. Se è vero che la maturità di una società si misura anche dalle condizioni delle proprie carceri, scopriamo qual è la situazione qui da noi.
Dottoressa Lombardi Vallauri, cominciano con una nota biografica: da quanto tempo dirige la Casa di Reclusione di San Michele?
Da un anno: sono arrivata in questo istituto il 13 giugno 2012 e da allora ne sono responsabile insieme con quello di Asti, il che vuol dire sostanzialmente con la metà dell’attenzione che servirebbe. C’è purtroppo una grande carenza di personale e anche altri colleghi hanno più di un istituto affidato. Conosco la realtà di Alessandria perché ho già lavorato qui per 4 anni circa una decina di anni fa. Ad aiutarmi c’è il direttore dell’istituto Don Soria che mi dà una mano quando io sono impegnata nell’altra sede.
Che tipo di istituto è quello di San Michele?
Si tratta di una Casa di Reclusione, e come tale, è destinata in particolar modo a chi deve scontare una condanna definitiva dai 5 anni in su. Questa caratteristica in passato ne ha determinato la storia e le attività, ora però è una condizione più sfumata: il sovraffollamento diffuso ha fatto sì che qui vengano ospitate anche persone con una pena non definitiva, con tutti gli squilibri del caso. Chi ha ancora un processo in corso è comprensibilimente orientato sulle sue vicende processuali e poco incline ad accettare offerte trattamentali che includano attività e progetti a lunga scadenza.
Quanti sono i detenuti ospitati? Anche qui c’è sovraffollamento?
Purtroppo sì. I denenuti (tutti maschi di almeno 18 anni) sono circa 400, ma considerando la capienza massima non dovrebbero superare i 300-350. Fra di essi ci sono alcune categorie particolari: alcuni sono persone di spiccata pericolosità mentre altri sono collaboratori di giustizia, il che li pone in un regime con peculiarità e accorgimenti speciali. Circa il 30% delle persone detenute qui ha un legame di un qualche tipo con la droga, e gli stranieri sono circa il 40% del totale. Le celle sono ripartite in 4 sezioni, e sono occupate da 2 o 3 persone per stanza.

Ovviamente ha come conseguenza la creazione di peggiori condizioni di detenzione, con una più alta percentuale di convivenza forzata fra i detenuti. Una tale densità alimenta tensioni e difficoltà, sia fra chi è recluso sia con chi ha il compito di sorvegliare, con gli educatori e gli altri operatori. L’impossibilità di organizzare al meglio le attività e i percorsi per il recupero delle persone durante la loro permanenza è portatrice di stress e, quando si parla di pene anche di 20 anni o più, è ovvio che il problema sia particolarmente grave. L’alta presenza di stranieri aggrava la situazione perché i detenuti spesso non possono neppure contare sull’aiuto dei familiari: ciò che non fornisce l’istituto finisce per non essere disponibile, fossero anche i beni minimi necessari all’igiene personale. Inoltre, una densità di persone maggiore rispetto a quella prevista vuol dire più bisogno di manutenzione per le strutture, considerando che ovviamente non vengono mai abbandonate dai detenuti e quindi sono molto utilizzate. Ma i soldi sono pochi e si riesce a fare spesso meno di quanto servirebbe. Vivere e lavorare in un luogo sgradevole è una brutta aggravante per tutti.
Come si svolge la giornata tipo dei detenuti?
Essendo una Casa di Reclusione vige il regime aperto: la mattina le stanze sono aperte quasi tutto il giorno tranne per i momenti dedicati “alla conta”, quindi dalle 8.30 alle 19 circa. In questo modo si mitigano anche le conseguenze della ristrettezza di spazi a disposizione e si ha l’opportunità di venire in contatto con più persone. La giornata, a parte i pasti, si differenzia fra chi ha trattamenti e chi no: alcuni vanno a scuola, altri al lavoro. I servizi domestici sono garantito dai detenuti, che in questo modo possono godere di piccoli stipendi: c’è chi si occupa della pulizia, chi della cucina, chi di manutenzione: in tutto una sessantina di persone che turnano di 3 in 3 mesi, così da avere tutti l’opportunità di fare qualcosa e racimolare qualche soldo, anche se stiamo parlando di compensi molto bassi. In fondo forse la cosa più importante è avere l’opportunità di impiegare un po’ di tempo in maniera produttiva.
Quali sono i principali problemi all’interno del carcere?
La noia, il rischio di alienazione, la solitudine, il rischio di violenza. Avere una percentuale così alta di detenuti stranieri aumenta le difficoltà perché la maggior parte non riceve mai una visita e ha carenza di legami affettivi. Sempre più spesso però anche i detenuti italiani soffrono di solitudine, perché per tante famiglie che magari vivono in altre città del Piemonte anche il costo del viaggio per venire a trovare un parente in carcere può costituire un problema. In più, è difficile gestire la popolazione straniera ancor più di quella italiana perché la normativa non prevede per loro l’ottenimento del permesso di soggiorno (avendo precedenti) e quindi la loro prospettiva usciti dal carcere è solo quella dell’espulsione.
La presenza di tanti stranieri pone delle sfide anche dal punto di vista delle differenze culturali e religiose. Come vengono gestite?
La prima regola è rispettare le differenze: anche tenendo conto della proporzione numerica e della composizione della popolazione di detenuti. Noi abbiamo la fortuna di avere un cappellano che ci aiuta molto, ma l’amministrazione deve garantire pari opportunità a tutti, il che non è facilissimo perché non è previsto un budget specifico per questi obiettivi.
E per quel che riguarda la tossicodipendenza?
Direi che è palese che il carcere non è il luogo adatto per gestirla. Anche qui la quota è elevata, come dicevo stiamo parlando di almeno il 30% dei detenuti, anche se non tutti con la stessa gravità di reati. Sicuramente le aggravanti di pena legata alla recidiva sono state determinanti per arrivare al sovraffollamento attuale e forse non costituiscono il deterrente che si pensava potessero avere.
Quali attività ci sono all’interno del carcere per facilitare il reinserimento in società e il trascorrere del tempo previsto dalla pena?
La Casa di Reclusione ha una sua tradizione storica di istituto aperto al trattamento e da questo punto di vista rappresenta un’eccellenza e un’eccezione nel panorama generale: c’è il corso per geometri dell’isitituto Nervi e anche il polo universitario: per questo abbiamo detenuti che chiedono di essere trasferiti qui da altre regioni. Anche in questo caso però le ristrettezze economiche si fanno sentire, e diversi non hanno le risorse materiali per potersi permettere l’iscrizione ai percorsi di studio.
Altre attività sono costituite dai corsi di formazione professionale, sebbene ultimamente siano stati soggetti a pesanti tagli di risorse: resiste il laboratorio di falegnameria, mentre quello di giardinaggio, che era uno dei punti di forza fino allo scorso anno, quest’anno non è partito. C’è poi un corso per diventare pizzaiolo, una di quelle professioni in grado di costituire fin da subito una via concreta di inserimento una volta usciti dal carcere. Ora siamo molto impegnati con il nuovo progetto legato al “Pane Quoditidiano” e organizzato insieme alla cooperative “Pausa Caffé”.
Un tempo c’era anche un giornale interno, che si chiamava “Altrove”…
Sì, è vero. Il progetto si è concluso prima del mio arrivo. I giornalini sono un’arma a doppio taglio: chi vive l’esperienza della costrizione ha una gran voglia di raccontarla all’esterno, ma perché sia un’attività utile noi dobbiamo cercare di andare oltre, mantenendo l’attenzione dei detenuti anche sulla vita all’esterno, su ciò che accade oltre le mura, sul contatto con una realtà non solo autoreferenziale.

I seminari, a parte la rilevanza dell’interesse del tema e l’eccellenza dei relatori, sono stati davvero un’esperienza importante: si è riusciti a creare un confronto fra detenuti e mondo esterno, consentendo al carcere di offrire un’opportunità di crescita culturale per tutta la città. Sono stati un bel regalo per il quale dobbiamo ringraziare l’Università. Questa è la direzione che vorremmo seguire: ospitare attività che ci arricchiscano ma che consentano anche alla città di crescere e di non dimenticarsi completamente di noi. C’è l’associazione Betel che dà una grande mano alle nostre attività, ma un ricambio sarebbe importante, specialmente con un maggiore coinvolgimento dei giovani. Il fatto che ci siano interlocutori differenti dai soliti rende tutto più umano all’interno del carcere, abbassando quella tensione fra custode e custodito che è parte inevitabile delle dinamiche quotidiane che viviamo. In fondo fa un gran bene anche a noi: i detenuti passano, ma siamo noi a restare sempre in carcere.
Quanto è difficile il ruolo del direttore? Nell’immaginario comune viene vista come una figura di grande potere, in grado di decidere a propria discrezione su qualsiasi richiesta dei detenuti…
E’ un lavoro sicuramente difficile ma che a me piace moltissimo fare. L’ordinamento prevede che quella del direttore sia una figura di grande concentrazione di responsabilità, che ha l’ultima parola anche su operazioni molto semplici. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno questa impostazione ci consente di essere vicini a cosa accade quotidianamente, il che è importante perché non è sempre semplice trovare il tempo per vivere l’esperienza diretta con i detenuti. Dall’autorizzazione per l’acquisto di una medicina a quella per il colloquio con la fidanzata, è il nostro modo di mantenere alta l’attenzione e di partecipare come possiamo alla comunità del carcere. 
E’ previsto un servizio di supporto psicologico per voi e per i detenuti?
Ci sono progetti, ma nulla di definitivo. Invece sarebbe molto importante, perché assistiamo a gesti estremi e situazioni difficili da gestire, a ogni livello. Io credo che dovrebbe essere un passaggio obbligatorio anche per ognuno di noi, per avere il polso di come stiamo e un punto di osservazione esterno.
Recentemente è in corso una raccolta firme per la presentazione di alcune legge di iniziativa popolare che hanno come tema proprio gli istituti di detenzione. D’altronde l’Italia in questo ambito è una delle maglie nere dell’Europa, che ha già minacciato pesanti sanzioni se la situazione non troverà presto importanti migliorie. Qual è il suo parere a riguardo?
L’introduzione del reato di tortura non può che essere un bene, e anzi mi stupisco che ancora non sia contemplato. Per quel che riguarda l’introduzione del Garante, penso sia utile soprattutto per far conoscere la realtà del carcere all’esterno, aumentando le occasioni di discussione e sottolineando le difficoltà che ci sono. Non credo però che possa essere direttamente risolutivo. Quello che servirebbe sono provvedimenti normativi corposi, così da ridurre in maniera decisiva il sovraffollamente restituendo la dignità della pena a chi la deve scontare.