Le discariche tossiche? “come se non esistessero”
Tra una serie di eccezioni sollevate, al processo contro i dirigenti del polo chimico di Spinetta. sempre più evidente la tesi della difesa: tutti sapevano, compresi gli enti, che però non chiedevano. Ma nel 2006 per Solvay, secondo il teste dell'accusa, l'inquinamento usciva al massimo di 500 metri dal confine delle stabilimento
Tra una serie di eccezioni sollevate, al processo contro i dirigenti del polo chimico di Spinetta. sempre più evidente la tesi della difesa: ?tutti sapevano, compresi gli enti, che però non chiedevano?. Ma nel 2006 per Solvay, secondo il teste dell'accusa, ?l'inquinamento usciva al massimo di 500 metri dal confine delle stabilimento?
ALESSANDRIA – Va avanti a passo lento, tra un’eccezione e l’altra sollevata dalle difese, il processo agli otto ex amministratori delle aziende del polo chimico di Spinetta per omessa bonifica e inquinamento delle acque.
Appellandosi al medesimo articolo del codice di procedura penale eccepito per il teste Chiara Cataruzza, l’avvocato De Matteis per l’imputato Boncoraglio chiede che il primo teste della giornata di ieri, Pietro Alemanni (società Ensr, superiore di Cataruzza) debba parlare solo assistito da un avvocato, in quanto potenzialmente imputabile per gli stessi reati. Eccezione accolta dalla Corte.
Può essere ascoltato, invece, Daniele Paolo Susanni, geologo, dipendente Ens dal ’99 al 2009 e, successivamente Enviros. Tra il 2003 e il 2009 è coordinatore di progetto per la caratterizzazione del sito di Spinetta.
Susanni individua in Canti, Carimati e Guarracino (direttore di stabilimento, “non sempre presente alle riunioni ma sicuramente informato dei fatti”) i referenti in Solvay durante il periodo preso in esame. Questa volta non sono i vuoti di memoria, che avevano “colpito” i precedenti testimoni, a rendere ostica la ricostruzione delle vicende per il pubblico ministero Riccardo Ghio: sono i “limiti” del mandato alla società di consulenza esterna. “Le discariche? Non ce ne siamo occupati in quanto erano state escluse dal piano di caratterizzazione”. E, in ogni caso, “non era a noi noto il contenuto di queste, poiché non erano comprese nel piano”. La difesa prova a sollevare un’altra eccezione, ma questa volta la Corte, presieduta dal giudice Sandra Casacci, respinge.
L’esame del teste prosegue e Susanni si imbatte, nel corso dei campionamenti per il piano di caratterizzazione, anche nell’altro piezometrico: “a partire dal 2004, ma non saprei se era già nota prima l’anomalia (…) Si ipotizzava che l’alto potesse deviare la falda e provocare una dispersione a 360 gradi. C’era l’intenzione di trovare la causa di tale alto. Difficile che si trattasse di un fattore naturale, visto il livello, doveva esserci una causa artificiale. Io ero convinto che ci potesse essere una perdita dalla rete”.
Siamo ancora negli anni in cui si pensava che le due falde, quella più superficiale e quella sotterranea, fossero separate, nel 2004: “Facemmo dei campionamenti anche in quella sotterranea e i risultati indicarono che erano presenti inquinanti”. Fu detto alla committenza, ossia a Solvay? “Si, ne avevamo sicuramente parlato”. Fu detto agli Enti? “non ne sono certo, ma non credo”, è la risposta. Ma, del resto, “il piano di caratterizzazione non prevedeva studi sulle acque sotterranee”. E’ la difesa a incalzare su questi punti il teste: torna la tesi del “tutti sapevano”, enti pubblici compresi, e nessuno “fece nulla per impedire che l’inquinamento propagasse”, cara al pool nutrito di avvocati del polo chimico.
Tesi che è ancora più evidente con il teste seguente, Aldo Trezza, dipendente Enviror, società di consulenza che sostituì Ensr nel 2007. Per Trezza “Solvay chiese di fare attività aggiuntive per il monitoraggio sui pozzi industriali”. Scansata un’altra eccezione della difesa sulla produzione di un verbale, dall’esame di Trezza emerge sostanzialmente come Solvay mise in atto quel che venne chiesto dagli Enti, e persino qualcosa in più, sulla base di un presunto “protocollo operativo” che, però agli enti, e in particolare al Comune di Alessandria, non risulterà esistere. La doppia versione dei documenti, “per gli Enti” e per “uso interno”, esistevano, conferma Trezza, ma solo perchè “Solvay voleva fare studi ulteriori per capire alcune anomalie e per questo furono fatti micro pozzi aggiuntivi”, ma agli enti “veniva dato quello che era previsto nel protocollo”.
L’ultimo teste della lunga giornata davanti alla Corte d’Assise, Valentina Prigione, del servizio Ambiente del comune di Alessandria, dirà di non essere a conoscenza di tale “protocollo operativo” e di aver chiesto, invece, a Solvay una serie di analisi conoscitive (dal 2006) per stabilire le cause dell’alto piezometrico. “Ci fu detto che erano state individuate perdite, e che in parte erano già risolte, o in via di risoluzione”. Si inizierà a parlare di “inquinamento della falda profonda nel 2009, quando ci venne presentata l’analisi del 2004” mentre nel 2006 “la ditta aveva comunicato che la contaminazione esterna si arrestava a 500/600 metri dal perimetro dell’area di stabilimento”, mentre nel 2008 “fu trovata l’inquinamento fu trovato nell’area dell’ex zuccherificio”. Da qui si riparte nell’udienza di mercoledì 12 giugno.