“Quei cartelli alla Solvay per avvisare che l’acqua non era potabile”
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“Quei cartelli alla Solvay per avvisare che l’acqua non era potabile”

Quella che era ritenuta una dei testimoni chiave parla, in presenza del suo avvocato, ma non ricorda molti particolari. “Feci presente le anomalie riscontrate, ma non ci fu dato l'incarico di fare ulteriori accertamenti”

Quella che era ritenuta una dei testimoni chiave parla, in presenza del suo avvocato, ma non ricorda molti particolari. “Feci presente le anomalie riscontrate, ma non ci fu dato l'incarico di fare ulteriori accertamenti”

ALESSANDRIA –  “Inciampa” in vuoti di memoria e negli ostacoli posti dalla difesa Solvay la teste Chiara Cataruzza. Ieri, davanti alla Corte di Assise di Alessandria non si è avvalsa della facoltà di non rispondere la teste incaricata tra il 2000 e il 2008 di occuparsi del piano di caratterizzazione del polo chimico di Spinetta Marengo per conto della ditta di consulenza ambientale Ensr, poi Enviror. Ma chi si attendeva rivelazioni chiave al processo per inquinamento delle acque e omessa bonifica contro i dirigenti ed amministratori delle aziende del polo, ne è rimasto deluso.
La Corte, per la seconda volta, accoglie infatti le istanze del colosso della chimica e, dopo aver stabilito che l’ex consulente avrebbe dovuto essere ascoltata con la garanzia della presenza di un avvocato e correre il rischio di vedersi indagata per i medesimi reati contestati agli otto imputati, ieri ha accolto l’eccezione per la quale non potevano essere utilizzate in aula le “sommarie informazioni testimoniali” rese durante il primo interrogatorio davanti al pubblico ministero.
Tra queste anche i documenti, che sono stati comunque acquisiti agli atti del processo, ma su cui non è stato possibile discutere in aula. Appunti, annotazioni su documenti, mail, richieste con i quali la teste comunicava con i referenti del progetto e i “committenti”, Ausimont prima e Solvay dopo, in gran parte “dimenticati” dalla professionista consulente che dal 2000 seguì i campionamenti sul sito di Spinetta come tecnico di capo e dal 2005 come responsabile di progetto.
La difesa Solvay insiste: quando il pubblico ministero Ghio interrogò per la prima volta la teste, aveva già in mano i documenti che potevano dimostrare come Cataruzza fosse a conoscenza dello stato di inquinamento del sito. “Avrebbe dovuto essere ascoltata come indagata, con le garanzie che la legge prevede”.
Tecnicismi che, però, incidono anche sulla sostanza. La teste dice e non dice: rispondendo alle domande del pubblico ministero ammette che “solo un piezometro indicava un dato anomalo. C’erano anomalie di falda segnalate ma al momento della caratterizzazione non avevamo elementi per confermarlo”.
Emerge con chiarezza che “nei bagni della palazzina uffici era affisso un cartello che avvisava come l’acqua non fosse potabile. Ne rimasi colpita”.
Negli stessi anni, dirà fuori dall’aula Lino Balza di Medicina democratica “nei bagni dei dipendenti non c’era alcun avviso”.
Chiede l’avvocato Lanzavecchia della presenza di una serie di elementi nelle acque, sulla base delle analisi svolte: cromo 6, “c’era”, metalli pesanti? Pure. Arsenico e piombo? Sì; clorurati, sì; tetracloroetileni, anche; tetracoluri, presenti, conferma la teste.
E ancora, (è la difesa Ausimont a rilevarlo) “non fu dato l’incarico per fare ulteriori accertamenti su alcune anomalie”. Si parla di una possibile perdita dalla rete industriale dello stabilimento, che potrebbe essere determinante per l’alto piezometrico, “ma mi fu risposto che non vengono fatte manutenzioni” e che il capitolo si chiudeva lì, anzi, “era da spostare”.
Sarà il presidente della Corte a chiedere delucidazioni su alcune frasi appuntate da Cataruzza circa “la necessità di indirizzare le autorità verso quel che vogliamo risolvere”. Ma la teste non ricorda.
“La mossa degli abili avvocati Solvay e Ausimont è stata di aver convinto la Cataruzza a trasformarsi da teste scomodo in coimputato che può negare gli scottanti interrogatori a suo tempo confessati e trincerarsi negli odierni non ricordo (sarebbe stato più dignitoso avvalersi della facoltà di non rispondere). Ebbene – dichiara Lino Balza per Medicina Democratica, parte civile al processo – non concordiamo anche questa volta con la decisione della Corte di aver consentito l’inutilizzabilità degli atti riguardanti questo testimone chiave, ma a questo punto quanto meno diventi imputata, come si merita, come ha scelto di essere”.
 
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