Giovani musulmani di Alessandria
Inizia il nostro viaggio allinterno della comunità islamica cittadina. Scopriamo chi sono i rappresentanti delle seconde generazioni, cosa hanno da offrire a da chiedere alla città che da anni è diventata la loro casa ma che ancora non è capace di integrarli completamente
Inizia il nostro viaggio all?interno della comunità islamica cittadina. Scopriamo chi sono i rappresentanti delle seconde generazioni, cosa hanno da offrire a da chiedere alla città che da anni è diventata la loro casa ma che ancora non è capace di integrarli completamente
ALESSANDRIA – Si chiamano Hajar, Nassira, Naima, Iman e Lhoussain: sono solo alcune delle ragazze e dei ragazzi marocchini, egiziani, algerini e di altre nazionalità (soprattutto nord africane) che fin da piccoli vivono in città, figli di genitori immigrati qui decine di anni fa, o addirittura nati nel nostro capoluogo, quasi tutti senza ancora diritto alla cittadinanza nonostante parlino un italiano eccellente, vadano regolarmente a scuola, progettino un futuro in Italia. Li abbiamo incontrati per farci raccontare la loro storia e scoprire il loro originale punto di vista sulla città che da tempo è la loro casa ma che ancora dimostra di far fatica a considerali pienamente cittadini.
Come e perché sono nati i Giovani Musulmani d’Italia?
I “Giovani Musulmani d’Italia” è il nome di un’associazione nata nel 2001. Quello alessandrino è il trentaseiesimo gruppo nato sul territorio, e in città siamo attivi dallo scorso novembre. Lo scopo dell’associazione è quello di vincere il rischio di esclusione e di autoesclusione al quale vanno incontro tanti coetanei musulmani quando arrivano in Italia. Lavoriamo attivamente per l’integrazione e perché la cultura islamica sia conosciuta per quella che è e non per quella che spesso appare attraverso banali stereotipi. Per questo organizziamo corsi, workshop, seminari, cineforum e altre attività in città. L’ultima è stata quella di aprire le porte della moschea di via Verona organizzando visite guidate per gli alessandrini in occasione della festa di Borgo Rovereto. Ci riuniamo di solito una volta al mese e i nostri incontri sono aperti a tutti: studiamo l’arabo e l’italiano, discutiamo, cerchiamo di apprendere divertendoci e di promuovere una cultura di pace e accoglienza. Non sono mancate le polemiche quando abbiamo cominciato: noi siamo molte ragazze dai 15 ai 20 anni, e questo non a tutti i nostri coetanei maschi è piaciuto. Ma è l’Imam stesso a sostenerci e a invogliarci. Ci hanno perfino detto che siamo “la scintilla e la luce di Alessandria”.
Com’è il vostro rapporto con la città? Vivere portando il velo è difficile?
Ad Alessandria c’è ancora tanta paura di ciò che è diverso e del prossimo. Tanti non vogliono accettare ciò che però è un dato di fatto: la presenza di stranieri in città è sempre maggiore e dovrebbe essere considerata una ricchezza. Spesso invece a vincere sono i pregiudizi, senza dare la possibilità di farsi conoscere per quel che si è. Ma non è una novità. In passato è toccato alle persone che arrivavano dal sud Italia, e oggi tocca a noi. Perfino a quelli, fra noi, che sono nati e sempre vissuti qui. Quando passiamo per le vie in città con il velo c’è chi bisbiglia e ancora ci guarda come fossimo alieni. Allora ci tocca a volte rispondere alle critiche anche in maniera diretta. E cerchiamo di farlo in un italiano impeccabile, perché sappiamo che l’integrazione passa anche da questo. Anzi, sentiamo la responsabilità di rappresentare tutta una cultura, come ci ricorda sempre l’Imam, e per questo ci impegniamo per dare il buon d’esempio. Nella nostra tradizione e fede il rispetto è una cosa molto importante: il velo si comincia a indossare dall’adolescenza, quando sarebbe più facile accendere i normali istinti dei ragazzi e degli uomini. Questo non sarebbe giusto né nei loro confronti né nei confronti delle loro compagne.

Non è sempre semplice, inutile negarlo. Il velo in tanti casi viene percepito come barriera e c’è chi si ferma lì. In realtà tanti di noi hanno i migliori amici che sono italiani, spesso atei, a volte cattolici, e non ci sono mai stati problemi, tranne al massimo per il fatto che, a vederci girare per strada, possiamo far sorridere: noi tutte coperte, loro con minigonna e top succinto. Però quando c’è il rispetto per la persona il resto viene da sé. La verità è che c’è molta ignoranza e nelle ore di religione quando si parla di Islam lo si fa a volte con superficialità. Non mancano, fra i professori, quelli che ci considerano stupide solo perché portiamo il velo, senza capire che è una nostra scelta, che viviamo senza imposizioni.
Spesso si dice che le seconde generazioni sono particolarmente delicate perché, oltre ai normali conflitti con i genitori, tipici dell’adolescenza, si sommano le incomprensioni fra chi vorrebbe che le radici culturali non andassero smarrite e chi invece, i figli, spesso ha una gran voglia di integrarsi, anche a costo di rinunciare a un po’ della propria identità. E’ così?
Sì è proprio così. Anche per questo siamo felici della nostra associazione: studiamo l’arabo e questo ci consente di ascoltare e capire ciò che l’Imam ci insegna durante le lezioni e in moschea. A volte assumiamo comportamenti sbagliati nei confronti dei nostri genitori proprio per sentirci più simili ai nostri coetanei alessandrini. Chi non capisce il profondo rispetto che abbiamo per la famiglia e per chi ci ha dato la vita tende a definirci “cocchi di mamma”, ma è solo perché per noi il valore della riconoscenza verso i genitori è fondamentale. Voler bene ai nostri genitori deve tornare a essere una cosa bella e della quale andare orgogliosi.
Pensate sia possibile una convivenza civile fra credenti di diverse religioni? E con chi è ateo? Una delle paure maggiori è che ci sia chi vorrebbe imporre agli altri il suo credo religioso e le sue regole di vita…
Ovviamente pensiamo che la convivenza civile sia possibile e anzi da favorire sempre più. Tutto parte dalla nostra stessa fede, perché è il Corano a chiedere rispetto per tutti e grande tolleranza. Esiste una via giusta e una sbagliata, ma ciascuno deve essere libero di percorrerla o meno, e dopo la morte si riceveranno premi e punizioni. Tutti i bambini quando nascono sono musulmani, poi crescono nella fede e nell’educazione che i genitori danno loro. Molti si sentono giudicati da noi, ma non è così. Quando ci sono idee diverse si può discutere e confrontarsi, ma se ciascuno resta sulla propria posizione non c’è problema: basta mantenere il reciproco rispetto.

Questo è uno dei grandi problemi dell’informazione oggi in Italia. Se un italiano compie un gesto violento lo si considera pazzo, ma se a farlo è uno straniero, meglio se musulmano, allora si tratta di un terrorista a tutti i costi. Chi compie determinati atti lo fa contro l’Islam stesso, che professa la pace. Ma non dimentichiamoci comunque delle responsabilità di chi, fra coloro che si dichiarano musulmani, usa in realtà la scusa della religione come leva politica o per raggiungere altri obiettivi. Purtroppo sono poi quelli i fenomeni su cui si concentrano i media, dimenticandosi di tutte le persone che invece lavorano e vivono sempre più integrate nei paesi che li ospitano e che sono ormai diventati una seconda patria. Come detto prima, alla moschea noi impariamo prima di tutto a essere esempi positivi, perché sappiamo che chi non sa nulla dell’Islam trarrà le proprie conseguenze anche dai rapporti che avrà quotidianamente con noi.
Quanto è importante per voi la possibilità di votare? E quella di ottenere la cittadinanza italiana?
Tanto. Gli italiani all’estero votano, e noi che siamo residenti qui da una vita, che lavoriamo e paghiamo le tasse non possiamo farlo. Pensiamo invece di meritarci la cittadinanza. E’ la rivendicazione di chi vuole essere riconosciuto, di chi fa sforzi per integrarsi, di chi collabora per una società migliore e più integrata. Anche perché noi siamo ormai oggettivamente italiani. C’è anche chi è nato qui e qui ha sempre vissuto eppure ancora deve essere considerato straniero e sentirsi formalmente emarginato. E vogliamo avere la cittadinanza potendo mantenere, in pace, le nostre tradizioni e la nostra cultura, come quella del velo, che se è una scelta e non un’imposizione non fa male a nessuno. Qui per lavorare nei negozi la “divisa” più apprezzata è invece quella della minigonna e del top: è una sorta di marketing del negozio, come se dovesse compensare il fatto di non avere merce sufficientemente buona da essere venduta anche senza questo tipo di “promozione”.
Noi siamo doppiamente in difficoltà perché rischiamo di rimanere in un limbo: l’Italia dimostra di non volerci integrare e di porre tanti ostacoli alla nostra cittadinanza. Ma noi conosciamo l’italiano molto meglio dell’arabo, e se tornassimo nei paesi d’origine dei nostri genitori tanti dei titoli di studio che abbiamo non sarebbero riconosciuti. A noi sono preclusi qui in Italia tutti i concorsi pubblici e non possiamo scegliere i governanti che decideranno cosa fare anche delle nostre tasse. Perché? Come si può pretendere che un ragazzo che ha sempre vissuto qui per rimanere in Italia debba trovare, finita la scuola, un lavoro entro 6 mesi per ottenere un permesso di soggiorno? E’ difficilissimo anche senza velo, figuratevi indossandolo…