Il Tribunale di Alessandria
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Maffiotti: “inquinanti ancora oltre i limiti”. Solvay: “ma l’acqua è potabile”
Nuova udienza al processo per inquinamento e omessa bonifica del polo chimico di Spinetta. Maffiotti: ancora oggi sforamenti dei parametri sugli inquinanti. Solvay ricorre al tar per chiedere più tempo per la bonifica. Dalla testimonianza del luogotenente Ammirata del Noe emerge come atti e documenti fossero occultati o modificati prima di essere presentanti agli enti
Nuova udienza al processo per inquinamento e omessa bonifica del polo chimico di Spinetta. Maffiotti: ?ancora oggi sforamenti dei parametri sugli inquinanti?. Solvay ricorre al tar per chiedere più tempo per la bonifica. Dalla testimonianza del luogotenente Ammirata del Noe emerge come atti e documenti fossero ?occultati? o modificati prima di essere presentanti agli enti
ALESSANDRIA – “La nostra ipotesi è che esistano sacche di inquinamento nel sottosuolo che per diversi motivi riemergano in tempi e in condizioni diverse. Anche in questi giorni è stata rilevata la presenza di sostanze che, in passato, erano presenti solo in profondità. C’è quindi ancora un rilascio di sostanze ‘storiche’, ancorché non più in uso nello stabilimento”. E’ emerso ieri, dalle parole del direttore Arpa Alberto Maffiotti, tra le righe dell’udienza nel processo contro otto tra dirigenti ed amministratori delle aziende del polo chimico. Per la terza volta al banco dei testimoni è stato chiamato Maffiotti che ha sostenuto un confronto serrato con gli avvocati della difesa Bolognesi (Solvay), Sassi (Cogliati) e Santamaria. Nel ripercorrere le vicende che hanno portato all’apertura del processo per omessa bonifica e inquinamento delle acque si passa ancora una volta tra analisi, tabelle, documenti, dai primi anni Duemila fino al 2013, per concludere che ancora oggi i dati, “sebbene in miglioramento rispetto al 2008, quando ci fu la massima emergenza”, non rientrano nei parametri di legge per presenza di sostanze inquinanti nei punti di prelievo. A tirare in ballo il 2013 è l’avvocato Santamaria che chiede al direttore Arpa se è a conoscenza del fatto che “non esiste certezza di bonifica nel breve periodo” ma che a livello europeo si tende a considerare il processo di bonifica in 10, 15 anni. Sarebbe questa considerazione che ha spinto Solvay a presentare un ricorso, “il settimo” ricorda Maffiotti, contro la richiesta della conferenza dei servizi di poche settimane fa di “migliorare l’efficienza della barriera idraulica”.
Ma nel processo che si sta svolgendo in Corte d’Assise, davanti alla corte presieduta dal giudice Sandra Casacci, i tempi sono altri e Maffiotti è chiamato a tornare sulla rete di distribuzione idrica “interna” allo stabilimento che serviva alcun abitazioni di Spinetta. Secondo l’avvocato Bolognesi “emerge che le acque di provenienza Solvay sono sempre risultate potabili secondo i parametri del decreto 31 del 2011 sulla potabilità delle acque per il consumo umano”. Sarà questo uno dei capisaldi della difesa. Maffiotti allarga il discorso: “il problema non sono i limiti, sono i pre-requisiti. Non c’era una richiesta di potabilità di quell’acqua che non avrebbe dovuto essere utilizzata a priori, provenendo da un sito su cui è in corso una bonifica”. L’impressione è che la discussione verterà sul questioni normative, più che di sostanza. La legge potrebbe non essere stata violata, perchè, in realtà, non c’è una legge sulla distribuzione a fini potabili dell’acqua proveniente da un sito industriale.
Dopo tre sedute, Maffiotti viene congedato e il pubblico ministero Riccardo Ghio chiama sul banco dei test il luogotenente Francesco Ammirata dei carabinieri del Noe (nucleo operativo ecologico) che ha svolto indagini di polizia giudiziaria per conto della Procura presso le sedi della società di consulenza ambientale Hpc (poi Ensr), Enviror, e presso la sede di Bollate di Solvay nonché presso lo stabilimento di Spinetta. Tra il maggio e il dicembre del 2008 i Noe di Alessandria hanno acquisito una enorme quantità di documenti, prodotti dalle ditte di consulenza, e corrispondenza elettronica interna a Solvay. “In alcuni casi negli archivi della rete informatica erano presenti cartelle di documenti in realtà vuote” (forse cancellate? chiede il giudice). In un caso “esistevano addirittura due cartelle distinte, una sua cui era indicata la scritta ‘per enti’ e l’altra ‘per uso interno’”: versioni differenti di medesimi documenti o analisi “dove sparivano elementi e dati” tra una stesura e l’altra. “Dalle analisi dei materiali acquisiti sono emerse subito discrepanze”, dice Ammirata. Un metodo che pareva consolidato e protratto: “Annotazioni e cancellazioni a margine di documenti presenti in più versioni”. E’ stato possibile, attraverso gli identificativi informatici, stabilire chi fossero gli autori delle note e dei “suggerimenti” sulla presentazione dei dati. “Sparivano” o venivano rese meno pesanti le analisi che accertavano presenza di metalli pesanti, cromo, nichel, arsenio, cloruri, tutto ricostruibile dal materiale acquisito, sia cartaceo, archiviato in un armadio nei “piano bassi” dello stabile di Bollate, il cosiddetto “Archivio Parodi”, o su suporto informatico.
La prossima udienza, fissata il 13 giugno, il test sarà controinterrogato dalla difesa.