Alexanderstadt o Alexandergrad?
Ho dedicato molti dei miei viaggi alla Germania perché ho trovato con quel Paese una wahlvewandtshaft, una affinità elettiva: vorrei emulare Goethe su un percorso simmetrico a quello che fece nel Suo viaggio in Italia. Fra le tante
Ho dedicato molti dei miei viaggi alla Germania perché ho trovato con quel Paese una ?wahlvewandtshaft?, una affinità elettiva: vorrei emulare Goethe su un percorso simmetrico a quello che fece nel Suo viaggio in Italia. Fra le tante ?

Fra le tante cose che amo della Germania c’è la qualità del vivere urbano: non posso certo riassumere, per spazio e competenza, i molti argomenti legati a questo concetto, ma posso spendere qualche parola sul modus gerendi che vorrei della città in cui sono cresciuto.
L’occasione mi è stata data dai commenti e dagli scritti successivi al mio invito a considerare l’ex-zuccherificio della Fraschetta come un occasione di riprogettazione urbanistica e non un mero recupero di cubatura.
Premettendo che la città di Alessandria sta attraversando uno dei suoi momenti più cupi e per questo debba reinventarsi la domanda da porsi è che cosa voglia diventare: città del terziario postindustriale senza arte né parte, ma nella quale tutto sommato si vive decentemente come quelle città dell’ex Europa dell’Est divenute città vivibili, ben servite, dall’architettura moderna, che lasciano solo intendere di aver avuto un passato oppure una città storica dell’Europa, nata per dispetto a un Imperatore e cresciuta ed evoluta passando dalla Lega lombarda al Medioevo operoso degli Umiliati, dalle vicende del Monferrato alle sorti del Ducato di Milano, dalle vicende napoleoniche a quell’Italia unita nella quale eccelse con la Borsalino e le manifatture fino a diventare il centro geometrico e economico del triangolo industriale?
Io credo che la città di Alessandria debba smetterla di mutilarsi della sua storia, della sua architettura, della sua identità, ma debba partire da se stessa per progettare il suo futuro, ricordandosi chi è guardando i palazzi, le Chiese, le aree industriali, i suoi fiumi, non cercando la sua identità nei prefabbricati piantati in mezzo a enormi parcheggi, penso che debba trovare il suo ruolo economico non formando guarnigioni di commessi da centro commerciale, ma puntando sulla qualità della sua enogastronomia, su quell’Ottocento discreto e quel Liberty impertinente che un po’ ovunque fa capolino in città, su quella centralità geografica e quella dote infrastrutturale che la rende naturale crocevia ferroviario e, non ultimo, su quell’Ateneo che lentamente si consuma, colpevolmente ignorato da chi avrebbe dovuto tenerlo in palmo di mano come orgoglio e risorsa.
Novara si sta portando via l’Università un pezzo per volta, ma non per insulse rivalità, ma perché si è dotata di campus, strutture, trasporti, si è riscoperta città d’arte e di studi.
Ad Alessandria l’area industriale dell’ex-zuccherificio, ora buttata li’ come un monito al tempo che passa invano, potrebbe diventare anche area commerciale, ma per prima deve essere conservata nelle forme gentili e discrete dell’architettura industriale a cavallo del Novecento, ospitando aree espositive, sale congressi e magari strutture universitarie o al servizio degli studenti.
I costi sarebbero certamente più alti, ma non sarebbe altrettanto osceno una serie di cubi di cemento schiantati sulla pianura circondati da svincoli, parcheggi e insulse insegne pubblicitarie al posto degli edifici abbandonati?
La moderna tecnologia consente, a costi comprensibili, il mantenimento dei muri esterni e il totale rinnovo degli ambienti interni, adattandone le geometrie alle esigenze della nuova destinazione d’uso, aule piuttosto che sale o uffici.
L’elemento commerciale non deve essere bandito, anzi, va cercata una via di incentivi che sposti la grande distribuzione nelle periferie consentendo alle vie centrali di riappropriarsi anche di quella vocazione commerciale per la quale la città di Alessandria era nota.
Gli spazi che si aprono all’urbanista in quell’area della Fraschetta sono ampi e proprio per questo non devono essere solo occupati da parcheggi, ma devono, come già accennai, essere di stimolo per la progettazioni di sistemi di trasporto pubblico efficienti e veloci: si possono trovare gli spazi per una via preferenziale al mezzo pubblico che consenta di avvicinare la Fraschetta alla città e la città alle nuove aree universitarie, del terziario e commerciali senza dare ulteriore sfogo a un traffico privato urbano che è il primo nemico della qualità del vivere urbano, della conservazione del paesaggio e fra i maggiori responsabili del consumo del suolo.
Una delle critiche più accese mosse al progetto di riqualificazione commerciale dell’area dell’ex-zuccherificio verte proprio sul fondato timore di un aumento esponenziale del traffico su una arteria già prossima alla saturazione in talune fasce orarie, questo timore non deve scoraggiare gli interventi di recupero, ma deve incentivarli diversi ovvero deve essere lo sprone a creare quel virtuoso exemplum sequendum che manca in molti progetti di riqualificazione e piani di gestione del territorio.
Non bisogna negare lo sviluppo, ma correggerne gli obiettivi, cercare un recupero delle aree dismesse senza dimenticare cosa si è dismesso né il perché: la storia passa anche, forse soprattutto, dagli edifici.