Giorgione: “il nuovo ospedale? Prima di tutto un’opportunità per i pazienti”
In una corposa intervista il direttore generale dell'Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria spiega i vantaggi legati all'opportunità di costruire un nuovo ospedale, affrontando anche i "nodi strategici" della riforma del piano sanitario regionale e della riorganizzazione territoriale in atto
In una corposa intervista il direttore generale dell'Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria spiega i vantaggi legati all'opportunità di costruire un nuovo ospedale, affrontando anche i "nodi strategici" della riforma del piano sanitario regionale e della riorganizzazione territoriale in atto
SANITA’ – Incontriamo Nicola Giorgione, direttore generale dell’Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, nel suo studio all’interno dell’ospedale per un’intervista su alcuni dei temi più caldi della sanità cittadina e provinciale. Ci accoglie con un sorriso cordiale e tanta pazienza, perché gli argomenti sono sicuramente molti, e ricchi di interesse. A livello istituzionale il mio compito è quello di far interagire gli indirizzi regionali con le esigenze del territorio, pensando quotidianamente al benessere dei pazienti. Si tratta di organizzare le attività nei diversi settori che interessano la vita dell’ospedale: dall’erogazione di cure e servizi agli aspetti gestionali e contabili, dal coordinamento delle risorse umane alle responsabilità più dirette in ambito legale. Ovviamente non svolgo questo compito da solo, ma mi aiutano il direttore sanitario Luciano Bernini, quello amministrativo Francesco Arena e l’organo di direzione aziendale, composto dai direttori dei dipartimenti (strutture che aggregano più primari e unità operative), che ha il compito strategico di orientare le scelte in ambito clinico, seguendo le linee di efficienza ed efficacia individuate a livello nazionale e internazionale. In più, come ‘datore di lavoro’ sono anche responsabile di tutte le normative in ambito di sicurezza dei dipendenti e di mantenimento di un buon clima di lavoro.
C’è un aspetto che la rende particolarmente orgoglioso?
Forse il tentativo di portare l’azienda al di fuori delle semplici mura ospedaliere. Governare processi così complessi è difficile, ma è forse ancor più difficile riuscire a valutarsi. Nell’interesse prima di tutto dei pazienti abbiamo quindi lavorato in questi anni per ottenere una serie di certificazioni rilasciate da organi esterni all’ospedale: garantisce di costruire una rete efficace e ben oliata e riduce i rischi di autoreferenzialità. In effetti in un ospedale moderno non basta solo risolvere i problemi clinici, ma anche prestare attenzione al paziente, che è una persona, e come tale ha bisogno di sentirsi accolta e ascoltata. In più, uscire dalle mura dell’ospedale vuol dire inviare i nostri medici a continue attività di formazione, così che possano imparare a svolgere sempre meglio il proprio lavoro.

Dipende da quali sono queste esigenze. Per interventi di una certa complessità io credo di sì, ma a sostenerlo è anche la comunità scientifica, dati alla mano. Quando parliamo di ospedale non ci dobbiamo fermare ai soli posti letto, ma valutare la complessità clinica delle situazioni che si trova ad affrontare. Un ospedale “hub” (cioè del livello di importanza maggiore ndr) rispetto a uno cardine ha una serie di strutture specialistiche in più. Ma la differenza la fanno anche il numero di interventi realizzati in un anno. Pensiamo al caso dei punti nascita: è facile immaginare che maggiore sarà il numero di parti realizzato ogni anno e più i medici saranno abituati a eseguire una serie di operazioni, tanto da farle diventare di routine. Questo si traduce immediatamente in maggiore sicurezza sia per la mamma che per il figlio: anche perché in caso di complicazioni in ospedali minori bisogna comunque spostare i pazienti con ambulanze sul territorio, con tutti i rischi del caso. Riprova ne è il fatto che sono gli stessi pazienti a scegliere dove svolgere gli interventi di maggiore complessità, spesso recandosi autonomamente in strutture più blasonate, anche se sono relativamente più lontane da casa.
Su questo ragionamento “clinico” si innestano però anche ragioni più semplicemente economiche, che poi sono quelle alla base dei piani di rientro e di riorganizzazione del Sistema sanitario regionale: accorpare è necessario per ridurre i costi…
Sì, è così: la crisi esiste e impone una razionalizzazione. Ma è anche un ragionamento che riguarda l’eccellenza nelle cure: siamo in un’epoca nella quale la tecnologia ha fatto passi da gigante, e così la qualità degli interventi che è possibile svolgere, ma proprio per questo sono sempre più costosi. E’ impensabile poter fare qualsiasi operazione ovunque e su questo sono pienamente d’accordo con gli obiettivi indicati dal piano di razionalizzazione. In Italia è meraviglioso poter curare tutti senza dover guardare quanto è pesante la loro carta di credito, ma per poter continuare a farlo servono organizzazione e capacità di ridurre al massimo gli sprechi. Da questo punto di vista il rapporto con il territorio è essenziale, e anche la diversificazione dei compiti. Per semplificare possiamo ricorrere a un esempio: se un ospedale si specializza in tumori, rischia di lasciare in attesa i pazienti che devono eseguire un intervento d’ernia, perché comincerà a ricevere pazienti urgenti anche da altri ospedali e vista l’enorme differenza di gravità fra le due patologie è facile capire chi avrà la priorità. Il problema di Alessandria è un po’ questo: noi svolgiamo sia la funzione di ospedale “hub” per un bacino vasto che quello di realtà cardine per la città, gestendo tutta una serie di interventi di piccola o piccolissima rilevanza ma pur sempre importanti per i cittadini e in grado di assorbire tempo e risorse.
Una delle critiche più forti mosse però alla riorganizzazione è che i due tempi previsti siano un’illusione: i tagli alle strutture verranno fatti subito, e poi chissà quando si parlerà di vera riorganizzazione. Lei come la vede?
E’ chiaro che se le cose dovessero funzionare così non andrebbe bene. Ciò che serve è una vera contestualità di azioni: serve una revisione organizzativa del territorio in generale e non solo degli ospedali. Ai secondi dovrebbe spettare sempre più il compito della gestione del paziente acuto, al territorio il resto: interventi di minore gravità, come quelli ambulatoriali, e poi la convalescenza, la lungodegenza, la fase riabilitativa e socio-assistenziale dei servizi legati alla salute. Peraltro, questo è non solo necessario ma anche più corretto. Chi potrebbe essere dimesso da un ospedale per proseguire le cure a casa o con maggiore confort e assistenza altrove è giusto lo possa fare, senza contare il fatto che a restare in ospedale senza averne più bisogno si rischiano danni alla salute, sia a livello fisico che a livello psicologico. Questa competenza più diffusa spetta alle Asl, che sono appunto i presidi sul territorio.
Ma che ultimamente non se la passano troppo bene… che rapporto avete con l’Asl di Alessandria?
La coperta è corta per tutti e i problemi di risorse non riguardano solo le Asl. Noi in questi anni abbiamo cercato di rendere il nostro operato il più efficiente possibile, ma anche il nostro futuro è incerto. Esiste un piano economico regionale di rientro da applicare, e non è detto che un altro arrivi in futuro. In questo contesto la collaborazione assume però ancor più importanza. I rapporti con l’Asl sono di grande compartecipazione, pur avendo, noi e loro, compiti differenti.
Parlando di difficoltà economiche la domande nasce spontanea. Ma è davvero possibile ragionare di un nuovo ospedale?
Meglio fare un distinguo: se mi venisse detto che è possibile fare un nuovo ospedale senza bisogno dei privati ne sarei ovviamente felice. In questo contesto però l’unica via perseguibile è proprio quella del project financing: stiamo parlando di circa 350 milioni di euro, una cifra impensabile per il comparto pubblico di oggi. L’ospedale attuale andrebbe completato con una serie di interventi, ma una struttura nuova avrebbe indubbi vantaggi, da non sottovalutare. Io non entro sulle questioni logistiche e di campo squisitamente politico, ma è giusto sottolineare come spesso si parli dei costi per la realizzazione di una nuova struttura, ma non si tengano in considerazione i conseguenti risparmi. Basterebbe pensare a quanto costa manutenere strutture vecchie, pensate e costruite quando numerose tecnologie non erano disponibili. Una struttura differente, progettata oggi, consentirebbe di riorganizzare le risorse umane interne, con grande beneficio dei pazienti, e ragionare secondo aree di intensità di cura: tutte le patologie acute in un’ala ad alta specializzazione e altre aree per i casi meno gravi ma con esigenze differenti.

Vorrebbe dire semplicemente che al pubblico resterebbe il “core business” dell’ospedale, mantenendo in tutto e per tutto il suo status di luogo di cura come siamo abituati a conoscerlo, almeno per tutti gli aspetti legati alla funzione sanitaria. I privati, ai quali si chiederebbe in pratica di costruire lo stabile, avrebbero assicurata, mediante un appalto garantito, la gestione di una serie di servizi a supporto dell’ospedale: dalla manutenzione alle funzioni tecniche e logistiche. Contratti così lunghi sarebbero allettanti per i privati perché garantisco un’entrata sicura nel tempo e al pubblico, per esempio, per la ragionevole certezza della qualità costruttiva. Il principio è semplice: se so di dover manutenere per i prossimi anni gli infissi a un determinato standard qualititavo, cercherò di scegliere materiali affidabili in grado di farmi risparmiare in futuro. Non è un’idea del tutto nuova e qualche progetto di questo tipo in Italia esiste già. Non dimentichiamoci che in Piemonte i privati nella sanità sono ancora solo all’11%, quota bassa se paragonata ad altre realtà. E non dimentichiamoci neppure che un nuovo ospedale vorrebbe dire, con ogni probabilità, nuove dotazioni tecnologiche, sempre più all’avanguardia. Alessandria si appresta, come ospedale hub, ad avere un ruolo sempre più centrale nel sistema sanitario provinciale e non solo. Serve sicuramente una struttura il più adeguata possibile a questo compito, prima di tutto nell’interesse dei pazienti.