Nefrologia al Santi Antonio e Biagio: per tanti pazienti “una seconda casa”
Con il miglioramento costante della qualità delle cure il reparto di nefrologia dell'ospedale alessandrino ha ormai stabilito un rapporto costante con chi si trova in dialisi: "alcuni pazienti vengo da noi ormai da più di trent'anni - spiega il direttore del reparto, Marco Manganaro, che ricorda - la prevenzione salva davvero la vita"
Con il miglioramento costante della qualità delle cure il reparto di nefrologia dell'ospedale alessandrino ha ormai stabilito un rapporto costante con chi si trova in dialisi: "alcuni pazienti vengo da noi ormai da più di trent'anni - spiega il direttore del reparto, Marco Manganaro, che ricorda - la prevenzione salva davvero la vita"
ALESSANDRIA – Quasi 3000 giornate complessive di ricoveri all’anno e circa 250 day hospital, con pazienti in dialisi ormai anche da diversi decenni e alcuni, in numero crescente, istruiti perché possano proseguire le cure a casa propria, grazie all’avanzare costante della tecnologia: questi alcuni dei numeri di un reparto – quello di nefrologia e dialisi dell’Ospedale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, fra i più preziosi e frequentati. Abbiamo incontrato Marco Manganaro (nella foto), direttore del reparto, per farci raccontare le carattistiche più importanti di uno dei centri di eccellenza della nostra città.
Esistono soggetti particolarmente a rischio? Quali accorgimenti è possibile adottare per prevenire la possibilità di ammalarsi? Sicuramente i soggetti particolarmente a rischio sono coloro che soffrono di diabete o hanno problemi di ipertensione. Diciamo che circa un terzo dei nostri ospiti ha il diabete. La maggior parte dei nostri pazienti è piuttosto anziana, se consideriamo che l’età media è intorno ai 70 anni e diversi ne hanno più di 80. Con il miglioramento della qualità delle cure sono aumentati anche i pazienti della nefrologia. Diciamo che negli ultimi tre anni abbiamo avuto circa il 5% di incremento ogni anno. Al 31 dicembre dello scorso anno le persone in dialisi erano 145. I problemi ai reni sono spesso subdoli, perché iniziano quasi senza sintomi e questo può portare a dignosticarli troppo tardi, quando ormai sono destinati a cronicizzarsi, e in diversi casi quando l’unica via disponibile è poi quella del trapianto. Per questo la prevenzione è così importante: il 14 marzo scorso è stata celebrata la Giornata mondiale del Rene, e si tratta solamente di una delle iniziative di sensibilizzazione in programm: bastano un esame della pressione e delle urine, oltre a un monitoraggio del valore di creatina nel sangue. Si stima che una persona su 10 abbia problemi renali, e tanti ancora non ne sono a conoscenza.
Quali vie possono seguire i pazienti in dialisi? Da tempo esistono ormai due possibilità per i pazienti che hanno bisogno della dialisi: l’emodialisi e quella peritoneale. La prima è quella che potremmo definire “classica”, e viene adottata da circa il 90% dei pazienti. Prevede la frequenta in ospedale per 3 volte alla settimana, per circa 4 ore a seduta. Grazie a un apposito macchinario si fa circolare il sangue per via extracorporea permettendo così che lo stesso venga purificato e reimmesso nell’organismo. Il paziente in questo caso non ha compiti particoli e tutte le procedure sono effettuate dai medici e dagli infermieri. Per chi invece ha un certo grado di autonomia e lo preferisce è possibile optare ormai per un secondo metodo, per via peritoneale: sfruttando la membrana del peritoneo si utilizza in pratica la cavità addominale per svolgere la funzione che i reni non sono più in grado di compiere, grazie a uno speciale liquido che viene convogliato nell’area e periodicamente sostituito. In questo caso la dialisi può essere eseguita anche a casa propria, ma va svolta quotidianamente. Con l’avanzare della tecnologia esiste ora una soluzione che consente di svolgere questa seconda pratica la notte, mentre il paziente dorme, lasciandolo così il più libero possibile durante il giorno.
La dialisi è una terapia che può durare, nei pazienti cronici, anche per diverse decine di anni. Che tipo di rapporto si crea con i pazienti in questi casi?
La dialisi è stata inventata a metà del secolo scorso, ma in Italia è solo dagli anni 60 e 70 che viene applicata con costanza e su larga scala. Grazie a tecniche sempre più raffinate il grado di depurazione raggiunto e la tollerabilità cardio vascolare della dialisi sono molto aumentati, e con essi i tempi per i quali i pazienti riescono a svolgerla. In molti casi abbiamo ospiti che vengono da noi 3 volte la settimana ormai da una trentina di anni. E’ normale che vengano considerati quasi come parte della famiglia, e si crei un bel rapporto, specialmente con il personale inferimieristico, che resta con loro per il tempo del trattamento. Diversi di loro, fra l’altro, vengono portati qui direttamente dalle case di riposo.
La recente riforma sanitaria piemontese comporterà qualche cambiamento nel vostro modo di lavorare?