Diego Parassole: “in carcere? Forse potrebbe finirci chiunque”
Diego Parassole, comico alessandrino noto soprattutto per le molte partecipazioni al famoso programma di cabaret Zelig e per il suo impegno sociale, ci racconta la sua esperienza, avvenuta una decina di giorni fa, presso il carcere di Alessandria
Diego Parassole, comico alessandrino noto soprattutto per le molte partecipazioni al famoso programma di cabaret Zelig e per il suo impegno sociale, ci racconta la sua esperienza, avvenuta una decina di giorni fa, presso il carcere di Alessandria
ALESSANDRIA – Nell’ambito del ciclo di conferenze organizzato sul tema dei “Beni Comuni” dal polo universitario del Carcere di San Michele, ospite d’eccezione è stato il comico alessandrino Diego Parassole. Noto al grande pubblico per le tante partecipazioni a “Zelig”, programma di punta del cabaret italiano, e per il suo costante impegno in ambito sociale, l’artista ha offerto ai detenuti un assaggio del suo nuovo spettacolo. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza.
Che effetto fa entrare in carcere per uno spettacolo?
Non lascia mai indifferenti: per me non è la prima volta, mi è già capitato anche diversi anni fa, in più di un’occasione. La trovo sempre un’esperienza toccante. Molti detenuti sono stranieri, e quindi nel mio caso portare in scena uno spettacolo lì è una doppia sfida, perché non tutti sono in grado di comprendere bene la lingua.
Cos’è che l’ha colpita maggiormente?
Un aspetto importante è sicuramente quello di trovarsi a confronto con una realtà che tendiamo a rimuovere. Il carcere è un luogo grazie al quale la società tende a dimenticarsi delle persone detenute, pensando che in fondo si meritino di essere dove si trovano. Io penso, almeno dalle storie che ho avuto modo di ascoltare in questi anni, che sia davvero difficile esprimere un giudizio maturo. Molti sono detenuti lì per reati connessi a doppio filo con le esperienze di vita che li hanno segnati e che certo non hanno scelto di vivere. Viene da chiedersi se al posto loro, per esempio con una famiglia da sfamare e senza lavoro né risorse, anche noi non finiremmo per compiere qualche sciocchezza.

La situazione del polo universitario è già di privilegio: le persone erano relativamente poche e l’atmosfera probabilmente migliore di altri luoghi di detenzione. La prima sensazione che mi è rimasta dentro è stata quella del freddo. Non tanto come accoglienza, ma proprio come condizione climatica: il luogo che ha ospitato la mia esibizione aveva davvero una temperatura troppo bassa. I detenuti mi hanno detto che nelle celle la situazione è un po’ migliore: capisco che per alcuni sia quasi giusto così, come forma di espiazione che si aggiunge alla pena vera e propria, e che in un periodo di crisi economica generalizzata sia difficile trovare risorse per tutto, ma mi piace ricordare che si tratta pur sempre di persone. L’altro aspetto che desidero sottolineare, perché mi ha un po’ spiazzato, è stato l’alto livello culturale di chi ha assistito allo show. La constatazione che lì vi fosse un pubblico sofisticato e ricco di vivacità, anche sul piano intellettuale, mi ha ricordato il ruolo importantissimo che la riabilitazione dovrebbe avere nell’esperienza detentiva. Ben vengano iniziative come quelle del ciclo di conferenze organizzato in questo caso, e tante altre che spero possano aggiungersi. La società sarebbe più ricca se riuscisse a valorizzare quei talenti sprecati che sono ora in carcere, e che forse potrebbero avere anche un ruolo attivo nella prevenzione. Chissà che dar loro la possibilità di offrire la propria testimonianza non aiuti altri a non commettere i medesimi errori.

Per un artista la fase di preparazione e test di uno spettacolo è molto delicata e assai più impegnativa di quanto non potrebbe apparire all’esterno. Quando mi sono recato in carcere l’ho fatto con uno spettacolo semi definitivo e senza conoscere ancora tutto il copione bene a memoria. E’ stato prezioso anche perché si riescono a porre in essere ancora aggiustamenti prima del debutto in teatro. Però l’esperienza è così forte che è difficile trarne un’utilità assoluta. Un po’ perché il mio spettacolo è sempre più teatro e riflessione e sempre meno cabaret. Fa ridere, ma visti i temi che tratto, come per esempio l’inquinamento globale e la fame nel mondo, ci sono passaggi più adatti al sorriso amaro che non alla risata sguaiata. L’impressione che ho è che finché grandi temi non ci toccano direttamente tendiamo a sentirli come lontano. Ma un cambio di stile di vita è fondamentale se vogliamo che un futuro ci possa essere per tutti, e bastano piccoli gesti concreti. Ero dubbioso sull’opportunità di toccare temi del genere in carcere, una realtà già segnata da molti problemi, ma è andata bene.
Pensa di tornare ancora in carcere?
Sicuramente. Ora sarò impegnato a Milano e in tournée per il mio nuovo spettacolo, ma ho in programma con altri artisti di tornare a occuparmi di questo impegno sociale così profondo e forte. Mi piacerebbe, chissà, poter organizzare uno spettacolo sul carcere e riuscire a coinvolgere in qualche modo i detenuti in prima persona. Forse però uno spettacolo del genere andrebbero a vederlo in pochi , perché, come dicevo, è un tema che si rimuove volentieri. Di certo c’è sempre il rischio di partire un po’ prevenuti, ma è proprio quando si scopre di smascherare dei pregiudizi che si resta colpiti e, in qualche modo, si cresce. A me è successo anche in carcere: mi sembrava che gli spettatori comprendessero poco di quanto stavo dicendo e che come test fosse poco utile ma non era così: dalle domande che mi hanno posto alla fine ho capito che il messaggio che volevo inviare con lo spettacolo era passato. Con i detenuti c’è stato uno confronto interessante con domande molto pertinenti. E’ un’esperienza sicuramente forte, ma che nella vita di una persona può aiutare a comprendere una realtà altrimenti troppo spesso dimenticata.