Aspal, ultima spiaggia?
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Aspal, ultima spiaggia?

In queste ore è attesa la replica ufficiale di sindacati e lavoratori al piano industriale presentato nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale. Sarà muro contro muro? Probabilmente sì, anche se la strada, dato il contesto, pare ampiamente segnata. Intanto proviamo a riepilogare le tappe salienti di 15 anni di storia dell’Azienda speciale pluriservizi alessandrina

In queste ore è attesa la replica ufficiale di sindacati e lavoratori al piano industriale presentato nei giorni scorsi dall?amministrazione comunale. Sarà muro contro muro? Probabilmente sì, anche se la strada, dato il contesto, pare ampiamente segnata. Intanto proviamo a riepilogare le tappe salienti di 15 anni di storia dell?Azienda speciale pluriservizi alessandrina

ALESSANDRIA – Ironia della sorte: Aspal è forse l’unica partecipata a non vantare crediti significativi nei confronti del comune di Alessandria (“anche perché, avendo sempre riscosso i tributi per conto dell’ente, trattenevamo la nostra quota”, spiega la direttrice Anna Tripodi), eppure è la prima, di fatto, a cadere sotto “i colpi di scure” della ristrutturazione. In queste ore i sindacati, sul piede di guerra, decideranno come rispondere al piano industriale presentato nei giorni scorsi dall’amministrazione di Palazzo Rosso, ma le posizioni appaiono inconciliabili, e il muro contro muro è ormai una certezza, più che una possibilità.

L’Aspal è davvero arrivata al capolinea, e il “progetto Rossa” ne rappresenta il certificato di morte, come sussurrano in tanti? Oppure al contrario, come dichiara il sindaco, “si tratta di un piano che salva, subito, 35 posti di lavoro e indica percorsi che possono portare all’assorbimento futuro di altro personale anche attraverso la riqualificazione di alcune figure professionali”?

E’, probabilmente la solita questione del bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto. Tutto dipende dal punto di osservazione che si utilizza per esaminare questa autentica emergenza cittadina, che ne anticipa altre analoghe, sul fronte delle società partecipate.

Il sindaco di Alessandria non ha dubbi: il piano industriale denominato “Linee di sviluppo organizzativo e gestionale dei servizi oggetto della società Aspal srl” rappresenta una ciambella di salvataggio che, adeguatamente utilizzata, può consentire di “continuare ad erogare alla cittadinanza servizi di qualità, dove possibile migliorandoli, ma anche di razionalizzare le attività e i loro costi, per dare alla nostra città un futuro che vada oltre l’emergenza, e ricominci a guardare anche allo sviluppo”.

Un processo che, non sfugge a nessuno e men che meno al sindaco, passa però attraverso la “via stretta” dei tagli, dei licenziamenti, delle riduzioni di organico. Fino alla messa in liquidazione e al probabile scioglimento della stessa Aspal, del resto annunciato per la prima volta già nell’estate del 2012. Quel percorso di dolorosa “riorganizzazione”, insomma, che Rita Rossa pare aver deciso di imboccare senza tentennamenti, e in funzione del quale si appresta anche ad un massiccio rimpasto di giunta, anzi pare addirittura ad un suo azzeramento. Per ripartire con un team compatto, che condivida pienamente il modus operandi del primo cittadino, e lo sostenga sia sul fronte tecnico che su quello politico.

Attenzione però: sarebbe ingenuo e fuorviante pensare che le recenti decisioni su Aspal siano state determinante dalle comunicazioni ministeriali sul l’ipotesi di Bilancio Stabilmente Riequilibrato 2012.2014, tant’ è che le dimissioni dell’assessore Puleio (che non si è sentito di condividere il percorso che la giunta ha deciso di imboccare) sono assolutamente antecedenti all’arrivo delle osservazioni “romane”. E lo “snodo” vero, oggi, appare il rapporto ormai in buona parte “consumato” tra il sindaco Rossa e i sindacati, al momento barricati “in trincea”, in difesa ad oltranza di tutti i posti di lavoro.
Un “no ai licenziamenti” senza se e senza a cui però, dicono i critici della Triplice, non si affianca nessuna proposta concreta e “sostenibile” sul piano della riduzione dei costi. “E dov’erano i sindacati negli ultimi 15 anni – aggiunge Rita Rossa – quando nelle partecipate gli organici venivano rimpolpati, senza porsi minimamente il problema della sostenibilità nel tempo di certe operazioni? Se concordo sul fatto che esistono responsabilità diffuse della classe dirigente, non posso non ricordare che all’interno di quel processo le rappresentanze sindacali sono sempre state presenti”.

Quindici anni “pieni di curve”

Proviamo, allora, a capire come Aspal è arrivata alla sua attuale condizione, palesemente da ultima spiaggia. Senza avere alle spalle un percorso quarantennale, come Amiu o Atm, anche l’Azienda speciale pluriservizi alessandrina viene da lontano, e ha vissuto una storia non proprio lineare, anzi ricca di curve “a gomito”. Nasce negli anni Novanta (1998, precisamente), da una trasformazione dell’Ata (Azienda teatrale alessandrina), in base ad un ragionamento che, almeno all’epoca, apparve moderno e innovatore. Ossia: la cultura, intesa come cinema e teatro, non riesce ad autosostenersi? Affianchiamole filoni più redditizi, come la gestione delle mense scolastiche e delle farmacie, o la riscossione dei tributi, e il gioco è fatto. Erano gli anni del “sacro fuoco” leghista, che si confrontava però con un apparato pubblico locale costituito soprattutto da manager e “raiss” targati prima repubblica. Tant’è che il vero “deus ex machina” di Aspal fu l’ex sindaco socialista, e poi dirigente comunale, Giuseppe Mirabelli. Che di lì a pochi mesi, peraltro, morì in maniera improvvisa, come molti alessandrini ricordano. Insomma, se ufficialmente si parla di “ciclo virtuoso di solidarietà economica tra servizi in perdita e servizi in utile”, a mezza voce qualsiasi addetto ai lavori dell’epoca è pronto a sorridere, ricordando i bei tempi in cui il consenso te lo creavi anche così, in maniera “ruspante”, moltiplicando i posti di lavoro ed internalizzando ogni tipo di servizio, anche magari non essenziale. “Peccato – spiega uno che c’era – che l’internalizzazione abbia due limiti: i costi diventano fissi, ma soprattutto non riesci più a chiedere competitività ed efficienza ai lavoratori”. Posizione che difficilmente potrà essere condivisa dai sindacati, ma che trova non pochi consensi, e di cui è corretto render conto.

Ma dalle mense al minestrone, si sa, il passo è breve. E nel giro di pochi anni Aspal si trasforma in un contenitore che, “nella pancia”, ha un po’ di tutto: Anna Tripodi, che ha il difficile compito di guidare l’azienda in questa fase di crisi acuta, divenne “direttore facente funzioni” di Aspal nel 2000. E, in un’intervista a questo stesso giornale poco più di un anno fa, fece una ricostruzione storica puntuale, che torna utilissima anche oggi:

“Per un paio d’anni si lavorò positivamente – ricorda – e con interessanti risultati economici. Arrivammo al 2002 con Aspal società pluriservizi in utile, che gestiva teatro, farmacie (versando al Comune di Alessandria un “aggio” del 4 per cento sul fatturato lordo), mense e tributi, e aveva più di 200 dipendenti». E poi ancora, sul quinquennio di centro sinistra con il sindaco Scagni (2002-2007): «Furono fatte scelte politiche che portarono alla decisione di smantellare quanto realizzato nel decennio precedente. Quindi, per farla breve: basta a Aspal così come era stata disegnata dalla Calvo: le mense vanno per conto loro, e nasce Aristor. Così il teatro, e si costituisce Ata srl. Con moltiplicazione di consigli di amministrazione, ma anche di altri costi. E soprattutto, forse per il bisogno di procedere in tutta fretta, la nascita delle nuove società viene gestita in maniera approssimativa: non si affrontano seriamente i nodi del personale e degli immobili. Per cui ad esempio il centro cottura della D4 resta di proprietà di Aspal, così come l’edificio del Teatro (che è nostro ancora oggi)”.
Arriva poi l’era Fabbio, e all’interno della partecipata alessandrina vengono “scaricati”, senza una logica apparente i servizi informatici, la gestione del comparto giovani, la riscossione tributi, la ristorazione degli asili nido, la mediazione culturale, la gestione di un museo, le informazioni turistich e altro ancora.

E adesso?
Nelle prossime ore, nei prossimi giorni il destino di Aspal, e dei suoi attuali 76 dipendenti, si chiarirà probabilmente in maniera definitiva, in base alle direttrici tracciate dall’azionista di riferimento, ossia il Comune di Alessandria. Anna Tripodi, però, non ci sta all’idea che Aspal sia “liquidata” come esempio di azienda inefficiente, e “rassemblement” di professionalità allo sbando: “perché non è così, semplicemente. I dipendenti di Aspal sono, in massima parte, persone di qualità, correttezza e valore professionale e, ad esempio, ribadire costantemente che ci sono 22 addetti al comparto informatico, e che sono troppi, è un’informazione incompleta, se non si chiarisce che sono tutti dipendenti del comune di Alessandria che sono stati assegnati ad Aspal negli anni scorsi. Non li ho assunti io, insomma”. Precisazione doverosa, che però non modifica un fatto: 22 informatici per il solo supporto a Palazzo Rosso (realtà che peraltro non eccelle quanto ad informatizzazione dei servizi) sono un dato un po’ eclatante. “Però – precisa Anna Tripodi – non è corretto neanche parlare di oltre 2 milioni di euro per il costo del servizio informatico: il personale costa complessivamente poco più di 700 mila euro, il resto è materiale di consumo hardware e software utilizzato dai dipendenti del Comune”. Siamo al tutti contro tutti, e alla guerra tra poveri, come potrebbe dedurre un osservatore esterno? Di certo c’è solo che il personale Aspal è costato nel 2011 2.668 mila euro, poco più di 35 mila euro ad addetto, “anche se con casi da 55 mila”, come sottolinea il sindaco Rossa. Ma il dato viene contestato da fonti sindacali, così come si sottolinea che nel costo del personale quell’anno rientrano quattro mesi di stipendi di circa 30 dipendenti a tempo determinato assunti per gestire gli asili nido. Il comune di Alessandria, pur ribadendo di voler continuare ad erogare i servizi anche non essenziali e non obbligatori per legge, ha previsto come budget 2013 1.082.000 euro (più i 100 mila euro “extra” messi a disposizione nelle scorse settimane, che diventeranno 842 mila euro nel 2014). Una coperta cortissima, che prevede spazi di manovra davvero ridotti. Da oggi la palla torna in mano ai sindacati, e ai lavoratori: sarà muro contro muro, o si va verso l’accettazione, obtorto collo, delle recenti proposte dell’amministrazione comunale?

 

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