Il Tribunale di Alessandria
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Omicidio Mandrogne, il pubblico ministero chiede la pena massima
Per il pubblico ministero Riccardo Ghio l'imputato Moussad Moutch è responsabile dell'omicidio della moglie Fadma Assour. Trent'anni la pena richiesta. Per le difesa non ci sono prove concrete. Prossima udienza con le ultime repliche il 20 febbraio
Per il pubblico ministero Riccardo Ghio l'imputato Moussad Moutch è responsabile dell'omicidio della moglie Fadma Assour. Trent'anni la pena richiesta. Per le difesa non ci sono prove concrete. Prossima udienza con le ultime repliche il 20 febbraio
ALESSANDRIA – Un alibi “inesistente” se non addirittura “falso”, le modalità con cui è stata provocata la morte, perfino il movente: la gelosia unita al timore che lei lo volesse lasciare. Per il pubblico ministero Riccardo Ghio non ci sono dubbi: Moussad Moutch, 59 anni, è il responsabile dell’assassinio della moglie Fadma Assour, 40 anni, ritrovata senza vita nella loro abitazione di Mandrogne, il 9 luglio del 2011. Moutch è in carcere da allora ed è l’unico imputato al processo che si è celebrato ieri, davanti alla Corte d’Assise di Alessandria. Nella lunga requisitoria il pubblico ministero ha ripercorso le fasi dell’indagine, le ricostruzioni dei periti e le testimonianze raccolte. Secondo Ghio ci sono elementi sufficienti per dichiarare l’uomo, marito della vittima, colpevole. “L’omicidio era lo scopo che l’imputato voleva raggiungere”, dice.Il corpo di Fadma, martoriato da 23 coltellate che hanno leso gli organi vitali, fu fatto trovare dall’imputato, marito della vittima, sabato 9 luglio. Disse di essere tornato da un viaggio e di aver scoperto il cadavere della moglie. Ma per Ghio l’alibi era falso ed incerta l’ora del presunto omicidio che potrebbe essere avvenuto anche un paio di giorni prima del ritrovamento. A rilevarlo, l’esame autoptico, le testimonianze dei vicini e dei primi soccorsi giunti sul posto.
L’uomo, sempre secondo la ricostruzione del pubblico ministero, avrebbe agito spinto dalla gelosia, infondata, che lei lo tradisse e dalla paura che lo lasciasse. Fadma, impiegata presso una ditta di pulizie all’Interporto di Rivalta, era l’unica fonte di sostentamento per la famiglia. Lei si stava preoccupando di trovare un lavoro stabile al marito, perchè “non voleva lasciarlo nell’incertezza”. Ma non si fidava, tanto che lasciava i documenti personali e quelli bancari a casa di una famiglia amica. Altri elementi snocciolati da Ghio in aula: non c’erano segni di scasso a porte e finestre, non c’erano segni di lotta con la vittima. Indicazioni che portano la pubblica accusa ad affermare come la donna conoscesse l’omicida e in qualche modo si fidasse di lui. Dopo averla colpita ripetutamente, l’uccisore si sarebbe preoccupato di pulire il pavimento dal sangue e a disfarsi degli abiti che, infatti, risultavano puliti e senza tracce di sangue. Tracce che, però, sono state trovate in diverse parti della casa.
Al termine della lunga requisitoria, l’accusa chiede il massimo della pena: 30 anni.
Secondo la difesa, invece, non ci sono prove certe, ma solo supposizioni, e mette in dubbio anche la conduzione delle indagini subito dopo la scoperta del cadavere. Il giudice si è riservato di decidere il prossimo 20 febbraio, sopo aver ascoltato le ultime repliche della parti.