Basta “strafalcioni” sulla Chiesa. Un incontro con il vescovo per “conoscersi”
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Basta “strafalcioni” sulla Chiesa. Un incontro con il vescovo per “conoscersi”

Il vescovo di Alessandria, monsignor Guido Gallese in occasione del giorno del Santo Patrono dei giornalisti, incontra i media locali "per raccontarsi e farsi conoscere" ed "evitare così strafalcioni sui giornali e alla televisione sulla Chiesa". Poi si parla di giovani, di poveri. Di cose già fatte e di quelle ancora da fare

Il vescovo di Alessandria, monsignor Guido Gallese in occasione del giorno del Santo Patrono dei giornalisti, incontra i media locali "per raccontarsi e farsi conoscere" ed "evitare così strafalcioni sui giornali e alla televisione sulla Chiesa". Poi si parla di giovani, di poveri. Di cose già fatte e di quelle ancora da fare

 ALESSANDRIA – E’ stato nel pomeriggio che precede la giornata di San Francesco di Sales, Santo Patrono dei giornalisti, che monsignor Guido Gallese ha voluto incontrare i media alessandrini. La ragione? “Per cercare di conoscersi e di raccontarsi – ha introdotto il vescovo – perché non sono molto contento di come spesso la Chiesa appare sui mezzi d’informazione”. Monsignor Gallese, con la semplicità e la schiettezza del “giovane pastore” esprime il proprio desiderio: “vorrei che conosceste il vescovo, la Chiesa, chi siamo e cosa facciamo”. Aggiungendo ironicamente: “proprio la Chiesa e gli economisti sono i due soggetti più difficili per i mezzi d’informazione”.
In questa chiacchierata-discorso sua Eccellenza si è lasciato andare tra ironia, simpatia, ma anche commozione e sensibilità verso certe importanti tematiche che coinvolgono la comunità alessandrina.
“Chi sono? Sono un trafficante di anime”. Così il vescovo si presentava “ai suoi ragazzi”, come li chiama e li cita sempre lui, ovvero “mi preoccupo e mi curo delle persone, in particolare delle anime delle persone, che sono la cosa più difficle da comprendere e quindi anche da comunicare”. Siamo strani e strano è capire il vescovo, la Chiesa ha proseguito monsignor Gallese, “perché noi siamo a metà tra cielo e terra”.
Per dare un’idea, un modello del rapporto con l’informazione, sua Eccellenza prende come esempio il modo di porsi e il comportamento dei giovani, “schietto, semplice, trasparente”. “Questo vorrei che diventasse il mio rapporto con voi e il vostro con i lettori: senza veli, la trasparenza è una cosa bella, perché significa sapere le cose come stanno”.
Ed è proprio partendo dai giovani, “quelli che ho incontrato ieri nelle scuole di Valenza”, che monsignor Gallese vuole sfatare i falsi miti raccontati dai giornali: “la Chiesa non è sempre quella raccontata sui giornali o dalle televisioni. In parte manca la comunicazione attenta tra i mezzi d’informazione, dall’altra le nostre encicliche e i nostri testi e documenti per imparare a conoscersi sono troppo lunghi e complessi”, e con un vero di umorismo e serietà aggiunge, “per questo le mie lettere pastorali saranno al massimo di due facciate!”. Poi racconta le “storie che girano sulla chiesa”, come quella dell’anello del Papa “con cui si potrebbe sfamare l’Africa” oppure quelle delle scarpe di Prada sempre del Santo Padre: “sulla prima ho detto loro – racconta monsignor Gallese – voi proprio non potete caderci in questa storia dell’anello (essendo della città dell’oro)!”, mentre sulla seconda ha spiegato “nessuna scarpa firmata. Una scarpa che viene fatta da un artigiano piemontese che si era offerto di farle su misura a Giovanni Paolo II e che continua tutt’oggi per Benedetto XVI”.

Poi per farsi conoscere e raccontare un po’ di sé racconta questi primi mesi alessandrini: “ora che si sono spenti i riflettori del mio ingresso, iniziano i veri problemi”. Tanti sono i problemi lasciati sul tavolo del vescovo, “molti di più di quelli che mi aspettavo”. Alcuni sono legati alla condizione economica della città e quindi anche della chiesa, alti sono legati direttamente alla struttura e alla gestione della diocesi alessandrina. Tra le prime “cose fatte” ci sono gli incontri con le singole parrocchie: “ho incontrato i sacerdoti – spiega monsignor Gallese – ed è stato davvero molto bello. I sacerdoti sono coloro che mi faranno diventare ‘santo’, perché la santità è un’impresa di massa, che si raggiunge tutti insieme, con l’aiuto degli altri, e non da soli (per questo ho scelto il grappolo come simbolo)”. Tra le cose già fatte anche le messe a San Giovannino nel periodo dell’Avvento, “che saranno replicate nel periodo di Quaresima”. Ma tante sono anche le prospettive e i progetti futuri: con i giovani e con le categorie più deboli “con cui io ho sempre vissuto a Genova”. Dopo l’esperienza della messa dopo Natale in carcere a San Michele, sua Eccellenza ha dato la propria disponibilità ad attivare una “scuola di preghiera”, proprio “dietro alle sbarre” nel periodo di Quaresima. “Una sfida forte e importante – ha spiegato il vescovo – perché l’aria che ho respirato in carcere era un’aria pesante, difficile davvero”. Un altro progetto pastorale di preghiera è anche rivolto ai giovani: proprio su di loro bisogna puntare nel riassetto delle parrocchie cittadine. “Ho trovato molti oratori qui – risponde monsignor Gallese – ma c’è un problema oggettivo che frena l’attività delle parrocchie, ovvero che non c’è più il vice parroco, o il parroco giovane che segue la pastorale giovanile”. Ad oggi una settantina di preti ad Alessandria, “ma con questo trend tra 20 anni saremo la metà”. Questa è la mappa della diocesi di Alessandria immaginata per il 2033: “36 preti”, considerando come ben fa notare il vescovo che oggi su 70 “55 sono più vecchi di me e solo 15 sono più giovani”. Quindi affinchè le attività dove servono “i più giovani” non muoiano, è necessario unire le parrocchie, così da unire al loro interno figure di sacerdoti “senior” e più giovani.

La commozione e qualche lacrima arriva quando si torna a parlare dei poveri, “dei suoi poveri di Genova”. “Mi mancano davvero, davvero tanto. Infatti adesso vado qualche sera dai Cappuccini a cena (mensa dei poveri). Oggi già ci sono passato ben due volte”. “Loro ci richiamano all’essenza della vita – ha raccontato monsignor Gallese – A Genova la nostra mensa era molto semplice, curata da giovani e volontari che preparavano qualcosa (tutto molto buono!) da mangiare. Ma la vera particolarità è che si mangiava tutti mescolati insieme, poveri, volontari, giovani, come una famiglia”. Poi sul finire di serata si strimpellava con la chitarra: il nostro inno era “io vagabondo”! Non ci si pensa, ma ci vuole davvero poco a finire in strada e “non si resiste più di 15 giorni”. “Noi oggi non possiamo più permettere che la gente muoia di freddo per le strade – predica il vescovo – Anche se so quanto sia difficile nella concretezza aiutarli”. Insomma conoscersi per comprendersi e riuscire a comunicare… “senza strafalcioni” sulla Chiesa.

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