Emergenza Nord Africa: “una soluzione all’italiana”
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Emergenza Nord Africa: “una soluzione all’italiana”

Nessuna novità sostanziale dalla commissione comunale riunita ieri ad Alessandria, solo la consapevolezza della gravità di una sezione mal gestita a livello centrale e che ora ricade con tutto il suo peso sui comuni che stanno ospitando gli stranieri. La soluzione che si profila è quella di regolarizzare tutti e poi lavarsene le mani

Nessuna novità sostanziale dalla commissione comunale riunita ieri ad Alessandria, solo la consapevolezza della gravità di una sezione mal gestita a livello centrale e che ora ricade con tutto il suo peso sui comuni che stanno ospitando gli stranieri. La soluzione che si profila è quella di regolarizzare tutti e poi lavarsene le mani

ALESSANDRIA – Ieri, venerdì 18 gennaio, durante la commissione politiche sociali e sanitarie, maggioranza e opposizione si sono confrontate su come affrontare l’emergenza, insieme agli operatori del Cissaca e ad alcuni fra coloro che hanno accolto i ragazzi stranieri.

Durante la discussione nell’aula del Consiglio comunale l’assessore Oria Trifoglio ha ripercorso tutta la storia degli interventi intrapresi, sottolineando come i comuni abbiamo avuto finora un ruolo davvero marginale, chiamati a partecipare agli incontri dalle prefetture solamente in quest’ultima fase, mentre le richieste precedenti di essere coinvolti sono cadute nel vuoto e tutta la gestione è rimasta in mano a Ministero dell’Interno e Protezione Civile. “Qualcosa sicuramente non ha funzionato – è stato sottolineato da più parti durante gli interventi in aula – sia per quel che riguarda l’organizzazione complessiva del progetto di accoglienza, sia per i pochi controlli ai centri che hanno ospitato gli stranieri, non sempre rivelatisi all’altezza”.

E così, mentre alcuni hanno in effetti speso i soldi loro girati dal Ministero per corsi d’italiano, offrire borse lavoro e tentare percorsi d’integrazione, altri li hanno gestiti in maniera meno trasparente e la speranza bipartizan è che su questo punto possa essere fatta completa chiarezza. Indipendentemente però dagli sforzi intrapresi in questi due anni (durante i quali gli arrivi si sono succeduti a diverse ondate) ora resta il problema di come affrontare la fine del progetto, prevista per il 28 di febbraio e non più prorogabile. Tanto Roberto Sarti della Lega Nord quanto il vicesindaco Oria Trifoglio hanno sottolineato la necessità di far fronte prima alle tante emergenze che riguardano i cittadini italiani in questo periodo di grande difficoltà, e di come non sia possibile pertanto pensare di trattenere oltre gli stranieri.

Gli stessi rifugiati però paiono intenzionati a partire
, se solo la burocrazia italiana riuscirà a metterli nelle condizioni di farlo. E proprio sul tema dei documenti è ormai incentrato il focus più importante: “tanti di coloro che sono ancora qui in realtà non avrebbero i requisiti per essere considerati rifugiati” – fa presente Sarti. “Vero – rispondono Giorgio Abonante, capogruppo Pd in Consiglio comunale, e alcuni referenti dei centri – però è anche vero che molti ne avrebbero diritto e per via della burocrazia non riusciranno a venire riconosciuti come tali”. La soluzione che si profila all’orizzonte è quindi la tipica raffazzonatura all’italiana: fornire a tutti, indistintamente, il permesso umanitario valido un anno che consentirà loro di viaggiare, sperando in questo modo “che possano scegliere di cercare fortuna altrove, liberi di poter spostarsi all’estero, dove magari hanno parenti e amici che già lavorano e che possano dar loro una mano”.

Sicuramente questo è un primo passo verso la soluzione del “problema”, ma viene da chiedersi se non fosse possibile gestire l’emergenza in maniera più professionale. In questo momento la tensione nei centri è in aumento, le informazioni certe scarseggiano e non è neppure detto che la soluzione “liberi tutti” possa davvero funzionare: primo perché per spostarsi servono soldi, che gli stranieri qui ospitati non hanno, secondo perché moltissimi sono ancora i casi da analizzare e non c’è certezza che per il 28 febbraio tutti abbiamo effettivamente la dotazione minima di documenti e garanzie necessarie per potersi muovere. “Il nodo in diversi casi è costituito dalle ambasciate – spiegano gli operatori – che seguono trafile lunghe e non sempre limpide per concedere i passaporti, opponendosi al contempo al fatto che le questure italiane forniscano titoli di viaggi temporanei”. “Tanti sarebbero anche disposti a tornare in Libia – spiega Fabio Scaltritti, della Comunità San Benedetto al Porto – dove diversi di loro lavoravano specie nel settore dell’edilizia. Con il ripristino di una certa stabilità politica nell’area i cantieri sono ripartiti e sarebbero felici di tornare dove c’è lavoro. Il problema è che lo Stato italiano non ha strumenti per finanziare loro il viaggio in Libia. L’unica cosa che legalmente può fare è gestire il rimpatrio nei paesi di provenienza, ma questa soluzione trova l’opposizione degli stranieri, disperati dal fatto di ritrovarsi nuovamente nei territori che hanno abbandonato spesso rischiando la vita, come il Bangladesh o la Nigeria, e di dover sostenere viaggi da migliaia di euro – che non si possono permettere – per tornare poi autonomamente il Libia”. 

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