Gli ultimi tra gli ultimi: viaggio fra chi dorme in ripari di fortuna
C'è una città di notte popolata da chi è "invisibile" e, per una ragione o per un'altra, si trova a passare le ore più fredde dentro vagoni dei treni fermi in stazione o in palazzi abbandonati, senza riscaldamento né protezioni. A dar loro conforto ci pensano i volontari della comunità San Benedetto al Porto: ecco le loro storie
C'è una città di notte popolata da chi è "invisibile" e, per una ragione o per un'altra, si trova a passare le ore più fredde dentro vagoni dei treni fermi in stazione o in palazzi abbandonati, senza riscaldamento né protezioni. A dar loro conforto ci pensano i volontari della comunità San Benedetto al Porto: ecco le loro storie
ALESSANDRIA – Quando una città ha problemi grandi come quelli che stiamo attraversando e tante famiglie fanno i conti quotidianamente con la sensazione insopportabile di precarietà e frustrazione, è difficile guardare altrove e fermarsi a riflettere sui problemi altrui.
Se l’operazione riesce, pensando agli ultimi, la nostra mente andrà probabilmente a coloro che vivono il periodo invernale negli ostelli della città. Questi spazi (maschile e femminile), gestiti dalla Caritas diocesana, accolgono ogni anno, soprattutto durante i rigori dell’inverno, decine di persone a dormire offrendo loro, grazie all’impegno dei volontari, almeno un riparo sicuro, un po’ di tepore, la semplicità di un sorriso. Per quanto sia difficile e doloroso farlo, è però importante non dimenticare che esiste una categoria di persone perfino più a rischio. Gli “ultimi fra ultimi”, almeno ad Alessandria, sono probabilmente coloro che, per diverse ragioni, passano la notte in strada o in ripari di fortuna. Quanti siano con certezza nessuno lo sa, ma ogni anno c’è purtroppo chi rischia seriamente la vita, o finisce drammaticamente per perderla, vittima del freddo e della malnutrizione. È davvero difficile immaginare cosa possa avvenire in un’Alessandria notturna e priva di difese che quasi nessuno conosce, nella quale viviamo e che pure sotto certi aspetti ci è ignota. Con l’aiuto decisivo dei volontari della Comunità San Benedetto al Porto di Genova abbiamo deciso di raccontare, proprio sotto Natale, alcune delle loro storie: chi sono, come e dove vivono alcune delle persone senza fissa dimora di Alessandria.
La nostra storia, raccontata a quattro mani con gli operatori di San Benedetto, incaricati dal Comune come membri del tavolo tecnico per l’emergenza freddo di portare un po’ di sollievo e di tentare un censimento del fenomeno, parte di fronte alla stazione di Alessandria: è lì che la maggior parte di coloro che non scelgono il 
Sono soprattutto stranieri gli “ultimi” di Alessandria, provenienti da paesi del Sud del mondo o dall’Est. Raccontano i volontari di San Benedetto: “il primo giorno in cui abbiamo intrapreso questa attività, abbiamo cominciato il nostro giro alle 22. Nei giorni successivi abbiamo provato a partire ad orari diversi e ci siamo così resi conto che trovavamo persone differenti”. Dal piazzale della stazione due sono i rifugi prediletti: “grazie alla presenza di una sottile coltre di neve, nei giorni scorsi abbiamo potuto facilmente riconoscere quali fossero i percorsi di chi, allontanandosi dalla zona dei convogli più frequentati, si indirizzava verso le carrozze ferme per la notte o i treni temporaneamente in deposito. Nei vagoni abbiamo trovato alcune persone raggomitolate che provavano a dormire, alcune solamente con un giubbino e dei calzoni, senza neppure una sciarpa. In un paio di circostanze in particolare – proseguono i volontari – ci siamo trovati di fronte a persone anziane e non in buone condizioni di salute, ma al tempo stesso diffidenti e mal disposte alla possibilità di accettare aiuti. In tutti gli altri casi abbiamo trovato ragazzi piuttosto giovani, che, pur nell’evidente difficoltà della situazione, ci hanno dato l’impressione di non trovarsi in un imminente pericolo”.
I più a rischio sono naturalmente coloro che svolgono una vita solitaria, ma per fortuna la maggior parte degli incontri ha fatto emergere vite vissute in gruppo, dove le persone riescono a darsi man forte e un minimo di assistenza reciproca in caso di necessità.
Il secondo luogo visitato a più riprese dai ragazzi di San Benedetto è stato “l’albergo” o “il dormitorio”, come viene chiamato da diversi ferrovieri. Poco distante dai binari vi è infatti una palazzina su tre piani, che dall’esterno è apparentemente in buono stato, ma che all’interno è stata completamente abbandonata e lasciata a se stessa, diventando dimora di alcune persone altrimenti senza un tetto dove vivere. “Si tratta di una struttura molto grande – raccontano i volontari di San Benedetto – con circa 16 stanze per piano, tutte dotate di bagno. Gli infissi in diversi casi sono stati divelti e le condizioni igieniche all’interno sono spesso precarie“. Lì dormono a 
Durante le diverse uscite notturne i volontari hanno potuto distribuire decine di indumenti caldi e generi di prima necessità, constatando, attraverso i racconti di qualche interlocutore più loquace, che esiste una vera e propria rete di appartamenti in città, gestita con il passaparola, ormai occupati da tempo, senza riscaldamento e spesso in condizioni pericolanti, dove altre persone cercano rifugio.
