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“Alessandria, eccellenza nazionale nella cura dei tumori rari”

Il nemico numero uno è naturalmente il mesotelioma, il cancro causato dalla fibra d’amianto che colpisce il nostro territorio con particolare durezza. Ma l’Oncologia del Santi Antonio e Biagio fa parte di una rete nazionale per la cura e la ricerca su tutti i cosiddetti “tumori rari”. Ne parliamo con la dottoressa Federica Grosso, coordinatrice del progetto

Il nemico numero uno è naturalmente il mesotelioma, il cancro causato dalla fibra d?amianto che colpisce il nostro territorio con particolare durezza. Ma l?Oncologia del Santi Antonio e Biagio fa parte di una rete nazionale per la cura e la ricerca su tutti i cosiddetti ?tumori rari?. Ne parliamo con la dottoressa Federica Grosso, coordinatrice del progetto

FOCUS – L’argomento è di quelli che non si affrontano “a cuor leggero”, ma che sarebbe irresponsabile evitare. Tumori rari. Ossia più o meno il 20% dei tumori maligni nel loro complesso. Per la sola provincia di Alessandria, si parla di 350-400 casi l’anno, e all’Azienda Ospedaliera Santi Antonio e Biagio esiste un team di specialisti specificamente dedicato a queste patologie, sia sul fronte della cura che della ricerca. Lo coordina la dottoressa Federica Grosso, che è in staff al reparto di Oncologia dal 2009, dopo 8 anni di attività all’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Proprio all’INT la dottoressa Grosso è stata responsabile del coordinamento (nella fase prototipale e sperimentale) di un progetto di telemedicina che, ad oggi, unisce in rete, in una collaborazione permanente, tutti i centri clinici che, in Italia, si occupano di curare e studiare questa tipologia tumorale. 

“Sgomberiamo subito il campo da un equivoco – precisa Federica Grosso (nella foto a destra) -, ossia l’idea che un tumore raro sia sempre assimilabile ad un tumore più grave degli altri, e incurabile. Non è così: un tumore è raro quando presenta una casistica e una letteratura tali da non consentire di sapere con certezza come funzioneranno certe cure, o certe terapie. Come invece succede ormai, per fare un esempio, con il tumore alla mammella. Per cui diventa essenziale poter lavorare in rete con tutti gli specialisti che sono attivi sul territorio italiano, sia per un confronto e scambio di competenze, sia per predisporre un percorso di cura efficace e mirato per ogni singolo caso”. Per cui, concretamente, la struttura oncologica del Santi Antonio e Biagio offre al paziente assistenza assoluta sia in fase di diagnosi, che di individuazione della miglior struttura e del miglior specialista disponibili, provvedendo anche ad espletare tutte le pratiche burocratiche relative a prenotazioni di eventuali ricoveri, interventi, cicli di cure specialistiche. “Quel che si può fare qui, lo si fa e al meglio: per il resto, siamo al fianco del paziente passo per passo, e cerchiamo di individuare il percorso migliore per affrontare, e per quanto possibile sconfiggere, o rallentare, la sua malattia”.

Un triste primato però, e per conseguenza anche un’adeguata specializzazione, la nostra provincia sul fronte dei tumori rari lo detiene certamente, ed è quello inerente al mesotelioma, ossia del tumore causato dalle fibre di amianto. Per questo esiste anche un apposito gic (gruppo interdisciplinare cure), che raduna e mette in costante confronto i tanti esperti e specialisti necessari ad affrontare questa terribile patologia: ossia oncologo, chirurgo toracico, radiologo, patologo, pneumologo, terapista del dolore, psicologo e altri ancora. “Purtroppo i dati sull’incidenza del mesotelioma – spiega Grosso – mostrano per il comprensorio di Casale Monferrato e Alessandria un andamento molto superiore alla media sia europea, che nazionale. Se in Europa si parla di 2.5/100.000 abitanti/anno, e in Italia di 3,5 malati tra gli uomini ogni 100.000 abitanti, e di 1,12 tra le donne, nel nostro territorio siamo ad un’incidenza di 57/100.000 abitanti/anno per l’uomo e di 33/100.000 abitanti/anno per la donna”. Numeri che parlano da soli, e che consentono di parlare di vera e propria emergenza, le cui cause sono ormai evidenti a tutti. E il mesotelioma è un killer terribile, con un’incubazione lentissima, ma che, quando colpisce, lascia davvero poche vie d’uscita. “E’ ormai assodato – sottolinea la dottoressa Grosso – che per ammalarsi è necessario aver inalato una fibra d’amianto, ma va anche detto che questa non è condizione sufficiente: sviluppa il mesotelioma (mediamente dopo un’incubazione di 20-40 anni, o anche più) circa il 10-17% di chi è stato esposto alla fibra, il che apre tutto un filone di studi su eventuali implicazioni genetiche, per capire se esistono individui più esposti al rischio, e al contrario altri i cui geni respingono la malattia. Ad Alessandria, tra l’altro, abbiamo l’unica banca biologica dedicata al mesotelioma”. Ma non esiste, nella lunga fase di “incubazione”, la possibilità di diagnosi precoce, ossia di giocare d’anticipo, prevedendo in qualche modo l’insorgenza del mesotelioma? “Purtroppo ad oggi no – spiega Federica Grosso -, e in ogni caso, non esistendo un’adeguata terapia, temo che diagnosticare con largo anticipo una simile malattia creerebbe nel paziente più scoramento e disagio, che non beneficio. In prospettiva, però, credo che si debba puntare molto sul sequenziamento del genoma: battendo quella strada, sarà possibile colpire soltanto le cellule malate. Quel che è importante ribadire, certamente, è che il nostro ospedale ha come prima mission l’assistenza, ma di fronte a queste patologie l’assistenza stessa deve procedere di pari passo con la ricerca”.

I numeri, in termini assoluti, sono impietosi: nel distretto di Casale-Alessandria nel 2009 si sono manifestati 92 nuovi casi di mesotelioma, che sono scesi a circa 50 nel 2010 e nel 2011, e saranno quest’anno circa 55-60. Con un picco previsto intorno al 2020, e che potrebbe mantenersi tale piuttosto a lungo. “Questi numeri – precisa l’esperta del Santi Antonio e Biagio – si riferiscono ai pazienti in trattamento: ci sono poi casi, soprattutto tra gli anziani, che non arrivano neppure a noi, o su cui comunque si decide che non ha più senso intervenire”. Tra i circa 720 pazienti curati fino ad ora all’Azienda Ospedaliera alessandrina, circa il 10% rientra nei cosiddetti “lungo sopravviventi”: ossia persone che hanno vissuto almeno cinque anni, a partire da quando è stata loro diagnosticata la terribile malattia: ma in genere la sopravvivenza è molto più breve, e si va poco oltre i 12 mesi dall’individuazione del mesotelioma.
“Si consideri – dice Federica Grosso – che le fibre di amianto sono potenzialmente ovunque, nell’aria, e che oramai l’equazione tra malattia uguale esposizione professionale all’amianto è ampiamente superata. Insomma, può ammalarsi chiunque, non solo chi ha lavorato a stretto contatto con la materia. E purtroppo nell’ultimo anno l’età media dei malati si è abbassata, con diversi casi di persone intorno ai 45-50 anni”. Segnali positivi, senza dubbio, arrivano però sul fronte dell’impegno delle istituzioni, e delle risorse messe a disposizione. “L’impegno del ministro Balduzzi negli ultimi 12 mesi – spiega Grosso – è stato notevole, e non si è certo limitato a dichiarazioni di intenti. Tutti gli esperti di amianto, ad esempio, sono stati radunati a Venezia per un summit di tre giorni, in cui si sono poste le basi per lavorare, nei prossimi mesi e anni, con una logica di forte sinergia e razionalità, in rete. Verranno creati, in aree a forte incidenza per quanto riguarda il mesotelioma, altrettanti centri ad alta specializzazione, e ad Alessandria siamo naturalmente tra questi: l’obiettivo è puntare sul lavoro di squadra, e in una strettissima correlazione tra l’assistenza e la ricerca, proiettata in avanti, verso le cure di domani”.

[Nella foto la dottoressa Roberta Libener nella sala criobiologica, donata dalla fondazione Buzzi Unicem di Casale, in cui è custodita la banca biologica del mesotelioma]

 

 

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