La Ballata dei Lenna: la voce alla protesta
Un giro per l'Italia per raccontare il malessere dell'anima al tempo della crisi: la compagnia teatrale La Ballata dei Lenna e il loro spettacolo "La protesta". Storia di tre giovani che provano a conquistarsi il proprio futuro
Un giro per l'Italia per raccontare il malessere dell'anima al tempo della crisi: la compagnia teatrale La Ballata dei Lenna e il loro spettacolo "La protesta". Storia di tre giovani che provano a conquistarsi il proprio futuro
Alla faccia di bamboccioni e cervelli in fuga, c’è un Paese che resiste. Italiani attivi che non scappano e non si fanno prendere dalla disperazione. Lottano, creano, vivono, sbagliano, ci provano. Sperimentando nuove strade con coraggio, la crisi può diventare un fattore positivo. Anche quella tanto bistrattata cultura con cui “non si mangia”. Prendete tre ragazzi con la passione del teatro. Il diploma all’Accademia d’arte drammatica Nico Pepe di Udine è un titolo che fa curriculum, un pezzo di carta con cui mettersi speranzosi in coda tra le fila degli aspiranti teatranti. Di starsene buoni ad aspettare non sono però capaci questi giovani (d’età) stufi di essere considerati giovani (come status sociale). Così formano una compagnia tutta loro, La Ballata dei Lenna, e si mettono a girare l’Italia per realizzare il loro primo spettacolo: “La protesta”. I tre ragazzi si chiamano Nicola Di Chio, Paola Di Mitri (due pugliesi, rispettivamente di Andria e Bari) e Miriam Fieno (piemontese di Alessandria).
“Quasi un anno fa, abbiamo presentato un’anteprima di 20 minuti de ‘La protesta’ al Festival Asti 33 e abbiamo ottenuto una menzione speciale -spiega Nicola, con entusiasmo incontenibile e la parlantina sciolta – Da questo punto è partita l’organizzazione. Abbiamo pensato di cercare finanziamenti in giro per l’Italia: da associazioni, a teatri, enti e privati. Siamo andati in varie città per fare una serie di laboratori teatrali di 3-4 giorni. In queste occasioni, attraverso la pratica teatrale, abbiamo raccolto del materiale sulla protesta. Speranze, paure, racconti della gente che andavamo a incontrare. In questo modo abbiamo messo insieme un archivio della protesta. Da qui siamo partiti per elaborare un testo, che verrà presentato in anteprima nazionale a Milano il 12 maggio”.
Tante voci di dissenso vengono amplificate dal megafono-attore per farne un urlo fragoroso. Un grido che non è un semplice no, è una manifestazione di presenza di individui che rivendicano il loro esserci. “La protesta che noi vogliamo portare non ha nessun colore politico -dice Miriam, con lo sguardo puntato dritto verso l’obiettivo – È una protesta degli esseri umani, uno stato dell’animo. Il testo dello spettacolo nasce dagli incontri che abbiamo fatto durante i laboratori. Abbiamo cercato di inglobare tutte le storie che ci hanno raccontato, in una rappresentazione. Il teatro è comunicazione e noi abbiamo voluto mettere nel nostro testo delle cose vere attraverso le relazioni che abbiamo fatto”.
Il lavoro de La Ballata dei Lenna non si chiude tra quattro mura. Parte dalle strade per arrivare al teatro e portarsi dietro chi ha trovato lungo questo cammino. Un’operazione di coinvolgimento, più che di semplice raccolta, per ridare un luogo in cui ognuno possa ritrovarsi, come ci racconta Nicola: “Ci interessa lavorare sul territorio, con gli abitanti. Non ci importa fare l’arte per l’arte, ci importa farla per le persone. L’arte per per l’arte è qualcosa di troppo autoreferenziale. Quello che sta a cuore a noi sono le persone, il lavoro attoriale di relazione. Noi vendiamo un’emozione che l’essere umano non apprezza più perché ha tante altre cose. La protesta spesso rimane qualcosa di individuale: è questo uno dei problemi della crisi in Italia. Non c’è voglia di unirsi. Quello che vogliamo fare noi è ristabilire un contatto che la Tv e i mezzi di comunicazione hanno mozzato”.
Tra i tanti posti toccati da “Ballata in tour! La protesta” -così si chiama la serie di laboratori organizzati in giro per il paese- c’è stata anche la nostra città. “In Alessandria abbiamo lavorato con dieci ragazzi bengalesi ospiti della cooperativa Company -racconta Miriam- Il 9 marzo c’è stato poi un evento presso la Ristorazione Sociale: i dieci bengalesi hanno messo in scena quello che hanno imparato in 4 giorni. Poi abbiamo fatto il nostro spettacolo. È stata bella la risposta che abbiamo avuto. Pur con una proposta
Alessandria non è stata solo una tappa del tour della compagnia. È in cantiere anche un progetto (partirà se si riusciranno a reperire vincerà il bando provinciale a cui hanno partecipato ndr) per coinvolgere la città, a partire dalle sue zone periferiche, in un esperimento artistico e sociale al tempo stesso. “Ero fuori da Alessandria da un po’ di tempo per motivi di studio. Avevo sfiducia nel fatto che questo posto potesse essere quello giusto -spiega Miriam- Poi quando abbiamo scelto Alessandria, e ci sono tornata, ho capito che è una zona difficile ma con persone piene di entusiasmo e di voglia di fare. La sfida maggiore è quella di svegliare la città. Noi vogliamo coinvolgerla attivamente, offrire qualcosa. Comunque per me la gente è pronta e aperta. Se si muove qualcosa anche le persone lo fanno. Questo è un territorio che può ricevere tanto ma anche offrire tanto. Il nostro obiettivo è di attrarre tutta la città a partire dalle zone più marginali. La cultura, l’arte, sono per tutti”.
Le idee possono sembrare belle ma privi di agganci concreti. Entusiasmo di giovani che lavorano troppo di fantasia. Cosa fare e come farlo è però ben chiaro. “Vorremmo mettere in piedi un laboratorio permanente non solo di teatro, ma anche di altre arti -prosegue Miriam – Sarebbe bello creare un polo culturale dove far incontri, incroci di arti diverse. Un posto come la Casa di Quartiere di via Verona sarebbe l’ideale. Qui, si potrebbe anche mettere in piedi una micro rassegna di teatro alternativo, più vicino alla gente e che dia possibilità di proporsi ai giovani artisti. Il nostro laboratorio teatrale prevede di coinvolgere giovani e immigrati. Con loro elaborare un testo e metterlo in scena. Per attrarre il pubblico vorremmo proporre delle piccole anteprime di quello che sarà lo spettacolo finale per le vie della città. È una forma di pubblicità che può divertire chi la fa e chi la vede. Ed è una forma attiva di abitare la casa città”.
Ci auguriamo che Nicola, Paola e Miriam riescano a trovare un sostegno economico per il loro progetto. Sono le idee diverse che hanno portato qualche soluzione per i problemi del mondo. Avere un Teatro Comunale con un cartellone fatto di nomi importanti ha un grande appeal nell’immaginario collettivo. Ma per il risveglio culturale della città non è forse più utile seguire qualche strada meno canonica, qualche ipotesi per il mondo di domani? Se Alessandria, come l’Italia tutta, vorrà ancora fare del futuro un diritto di tutti, e non solo di chi potrà permetterselo, non dovrà forse iniziare a immaginarsi diversa e provare a attuarsi come tale? Qui qualcuno che vuole provare a realizzare una parte di quel domani c’è. Si chiede solo che sia dia la possibilità di farlo. Certi che, se quell’opportunità non sarà concessa, si troverà un modo per prendersela. “Vogliamo vivere di questo mestiere. Vogliamo vivere incontrando le persone. Solo con un progetto culturale dietro si può vincere -conclude Nicola- Per farlo serve trovare più stimoli e un contatto con il pubblico. In un periodo di crisi c’è più selezione. Noi artisti abbiamo un compito maggiore in questa situazione: dobbiamo proporre qualcosa in più per far capire che la cultura ha senso di esistere”.