La piazza e i giovani: la primavera araba un anno dopo
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La piazza e i giovani: la primavera araba un anno dopo

All’Acsal riflessioni sugli attuali sviluppi politici di Egitto e Libia con i giornalisti Elisa Ferrero e Gabriele Del Grande

All’Acsal riflessioni sugli attuali sviluppi politici di Egitto e Libia con i giornalisti Elisa Ferrero e Gabriele Del Grande

Cosa resta della cosiddetta primavera araba a più di un anno dallo scoppio delle rivolte e delle rivoluzioni dei Paesi sull’altra sponda del Mediterraneo? A questo tema è stata dedicata la serata di giovedì scorso, 29 marzo, all’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria. L’incontro è stato introdotto e moderato da Rosmina Raiteri dell’Associazione Ics Onlus, nata lo scorso luglio per promuovere la multiculturalità, l’integrazione e la cooperazione internazionale. Ospiti della serata la giornalista e scrittrice Elisa Ferrero e il giornalista Gabriele Del Grande, comparso in una puntata speciale sulla Libia della trasmissione Presa Diretta, in prima serata su Rai Tre lunedì scorso.
La Ferrero, che vive da alcuni anni in Egitto e ha seguito da vicino le vicende di piazza Tahrir, racconta gli sviluppi politici più recenti di quello che è uno dei Paesi chiave del mondo arabo. Attualmente, infatti, in Egitto è in corso un conflitto molto forte che tira le somme di ciò che è successo dopo la caduta di Mubarak e che si sviluppa intorno a tre nodi fondamentali. Il primo scontro è sulla Costituzione: da poco è stata eletta una nuova assemblea costituente, incaricata di scrivere un testo entro sei mesi. Tale assemblea vede tuttavia una marcata maggioranza della componente islamista ed un’esclusione invece delle categorie protagoniste della rivoluzione: le donne, i copti, i giovani, le minoranze. Altri punti critici riguardano la distribuzione del potere, ora in mano sostanzialmente ai militari (almeno fino alle elezioni presidenziali del prossimo giugno), e il conflitto interno alla società fra i conservatori da una parte e i promotori degli ideali della rivoluzione (libertà, rispetto dei diritti umani, giustizia sociale, diritto di cittadinanza) dall’altra.
Ciò che distingue la Libia da Tunisia ed Egitto, afferma invece Gabriele Del Grande, è che la rivolta è sfociata in scontro armato. La scintilla della rivolta è stato l’arresto di un avvocato e attivista dei diritti umani, rappresentante legale delle famiglie delle vittime del massacro operato nel 1996 dal regime di Gheddafi nel carcere di Abū Sālim, nei dintorni di Tripoli, in occasione del quale sarebbero periti 1.200 carcerati. Da qui dunque cresce la spirale della violenza e della repressione. Il giornalista racconta così uno degli espisodi più cruenti del conflitto, l’assedio di Misrata, a cui ha assistito in prima persona: una città devastata che ha visto 3000 vittime fra combattenti e civili e violenze collaterali di ogni tipo.
Oggi la Libia è un Paese pieno di ferite e di forti contraddizioni. La prospettiva di un inviato di guerra, riconosce Del Grande, è spesso in un certo senso schiacciata e incapace di fornire un quadro veramente completo della complessità di un Paese. Ogni conflitto porta con sé una violenza che mostra sempre il suo volto più oscuro, al di là delle motivazioni anche condivisibili che la muovono. Nonostante questo l’atmosfera che si respira oggi in Libia è positiva ed ottimista ed in molti vi è un senso nuovo di orgoglio. Molti attori stanno entrando in gioco per costruire un’opinione pubblica: nascono nuovi giornali, canali televisivi, associazioni di vario tipo e l’arena politica si arricchisce di voci ed idee.
In chiusura il giornalista parla della nascita di un mito, quello dei ragazzi della riva sud del Mediterraneo. Un mito coltivato con fierezza in questi Paesi di recenti rivolte, testimoniando, al di là degli sviluppi politici particolari, che per una volta qualcosa è davvero cambiato.
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