Domenica 14 Agosto 2022

Miseria Ladra: "la povertà dovrebbe essere illegale"

Il vicepresidente del gruppo Abele, Leopoldo Grosso, illustra la crescita progressiva della povertà in Italia e rilancia le dieci proposte che i sostenitori della campagna "Misera Ladra" hanno individuato come prioritarie per combatterla: "subito blocco degli sfratti, reddito minimo di cittadinanza e aumento del fondo sociale"

12 Giugno 2014 ore 00:00

di Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it

Miseria Ladra: "la povertà dovrebbe essere illegale"
ALESSANDRIA - Per far comprendere l'urgenza delle 10 tesi formulate dal Gruppo Abele, da Libera e da tutte le realtà schierate a sostegno della campagna "Miseria Ladra" il vice presidente Leopoldo Grosso snocciola alcuni dei dati più drammatici della povertà in Italia, rilanciando insieme agli aderenti al cartello di associazioni la provocazione di don Carlo Petrella: "la povertà dovrebbe essere illegale". 

"Noi a Torino - spiega Grosso - abbiamo una finestra aperta sulla città, come qui esiste la Casa di Quartiere di Alessandria, e ci rendiamo conto di quanto sia in aumento la povertà, anche fra persone e famiglie che in passato mai avrebbero immaginato di trovarsi oggi in difficoltà". 

I numeri elencati da Leopoldo Grosso sono spaventosi. "La povertà è figlia dell'organizzazione sociale, non è un fatto di natura, e come tale è reversibile. Bisognerebbe mettere in discussione però i paradigmi della crescita e guardare con intelligenza alle proposte del movimento per la decrescita". 

Ecco alcuni dei dati presentati durante l'incontro di presentazione della campagna Miseria Ladra alla Casa di Quartiere di via Verona, mercoledì 11 giugno. 

L'Oms sostiene che la povertà sia la peggiore delle malattie. In Europa è cresciuta del 17% dal 2008 al 2012, e ormai è povero un quarto dei cittadini europei. In Italia i poveri assoluti (coloro che vivono da soli con 500 euro al mese o meno) sono raddoppiati. Negli ultimi 5 anni ogni giorno 615 persone diventano indigenti. C'è stata una significativa diminuzione dei consumi e le prestazioni sanitarie erogate sono scese dell'8,5%, quindi ci si cura meno. Sono in compengo aumentate le cessioni del quinto e della pensione (più di un quarto delle forme di finanziamento totali richieste, sintomo della crisi perché solitamente sono l'ultima spiaggia delle richieste di credito).

La povertà dei minorenni é drammatica, tanto che se si ha meno di 18 anni in Italia si ha più possibilità di essere poveri rispetto a qualsiasi fascia di età, compresi gli anziani. Cresce la disoccupazione, passata dal 10,7 al 12,7%, e dal 2008 é aumentata del 60%: ad aumentare sono stati anche i  disoccupati di lungo corso. In Italia abbiamo 7 milioni di persone in età da lavoro non attive. Le conseguenze psicologiche sono devastanti, e i più colpiti pare siano i maschi, storicamente identificati nel ruolo sociale di "procacciatori del pane per la famiglia". Quando questa capacità viene meno, perché si perde il lavoro, la depressione è purtroppo dietro l'angolo così come il rischio di scivolare presto in una condizione di auto-etero aggressione, come testimoniano i circa 120 suicidi all'anno per cause economiche. 
Ad essere più colpite dalla povertà sono però le donne, sebbene i progretti di microcredito realizzati in altri continenti testimonino come abbiamo in realtà la capacità solitamente di essere più affidabili. Il 70% di tutti i poveri sono donne. Un'altra catagoria fortemente a rischio è quella dei giovani, se si considera ormai che il 43% delle persone nella fascia di età compresa fra 15 e 24 anni è disoccupata e ci sono 2 milioni di persone fra i giovani che ormai non hanno un lavoro e hanno smesso di cercarlo.

La crisi ha però portato anche al fenomeno dei working poors, cioè a coloro che, pur lavorando, restano poveri. Il 12% di tutti i lavoratori non guadagna abbastanza per vivere dignitosamente. Le pensioni, spesso mitizzate, non sono sufficienti per tirarsi fuori dalla povertà: il 39% delle stesse non arriva a 500 euro e un ulteriore 31% è compreso fra 500 e 1000 euro. 

Senza lavoro spesso si arriva a una vera e propria diaspora familiare, con la madre e i figli ospitati in comunità e i padri costretti a vivere nei centri di accoglienza delle Caritas, in macchina o in sistemazioni di fortuna. In Piemonte la percentuale degli sfratti è fra le più alte d'Italia. 
La povertà colpisce gli stranieri più degli italiani, e il tasso di disoccupazione è maggiore fra gli immigrati, ad eccezione delle badanti che continuano a essere ricercate. 
La povertà va di pari passo con la diseguaglianza e le ragioni della crisi economica attuale sono da ricercare anche nella crescenta speculazione finanziara che genera ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Il potere d'acquisto delle famiglie scende sempre più e crescono l'indebitamento e l'usura. I beni comuni e i servizi di welfare che dovrebbero ammortizzare le differenze sociali sono ormai allo stremo e vengono continuamente impoveriti. Tutto ciò porta a una maggiore immobilità sociale, cioè a una condizione nella quale cala la meritocrazia e conta molto più dove si è nati e di chi si è figli piuttosto che i propri talenti. 

Un tale quadro mina direttamente la coesione sociale e incentiva la sfiducia nelle istituzioni. Bisogna riuscire pertanto a passare da un approccio basato sulla carità a uno che ponga al centro la giustizia sociale, tornando a raccogliere risorse da chi ancora le può offrire, redistribuirle, rigenerare e responsabilizzare il tessuto sociale.

Secondo Leopoldo Grosso infatti "solamente un'assunzione forte di responsabilità condivisa può portare a una crescita collettiva della società". Ciò che serve dunque è un nuovo patto sociale per produrre un effetto virtuoso in chi viene aiutato e arginare il rischio che troppe persone sprofondino in una condizione difficilmente recuperabile. Perdere la casa - una conseguenza diretta della perdita del lavoro - è forse il vero inizio di un declino estremamente difficoltoso da recuperare. Servono invece contesti che favoriscano la reciprocità e lo spirito di comunità, perché la solitudine e la vergogna sono spesso compagni inseparabili della povertà. "Povero è un aggettivo - ha ricordato Grosso - e non un sostantivo. La povertà va destigmatizzata e bisogna sostenere la resilienza di chi si trova in difficoltà. Quando la crisi economica colpisce una persona c'è un periodo di tempo durante il quale questa combatte, ma poi rischia di cedere e di abbandonarsi alla depressione e a una rassegnazione difficile da debellare.

Il ruolo dei servizi sociali
nell'accompagnare e nel sostenere i soggetti in difficoltà è pertanto fondamentale, ma non si può pensare di uscire da una crisi così spaventosa senza una parte da protagonista del pubblico e senza interventi decisivi da parte della politica. Il privato sociale può fare molto ma non può essere abbandonato a se stesso. Se le aziende del lusso versassero l'1% dei propri guadagni a fondi contro la crisi si potrebbe già fare molto. La via da seguire non è però quella di un semplice assistenzialismo ma di battaglia politica e sociale più complessiva, che ridia dignità alle persone. Da qui la nascita delle 10 proposte del gruppo Abele e di Libera. "Se non ci sono subito i soldi per nuovi importanti investimenti è allora ancor più importante ragionare di come vengano spesi e distribuiti quelli a oggi disponibili". 

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