Mercoledì 08 Luglio 2020

Solvay: "inquinamento? Non lo sapevamo"

Esame “fiume” del teste della difesa Stefano Bigini, direttore dello stabilimento: “solo dopo l'allarme cromo abbiamo trovato i documenti dell'archivio Parodi che parlavano di discariche e alto piezometrico”

Solvay: "inquinamento? Non lo sapevamo"
 ALESSANDRIA – Parla per oltre due ore il direttore dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, Stefano Bigini, chiamato a deporre dal pool di avvocati. Parla facendo nomi e cognomi, e di come fu gestita “l'emergenza”, scoppiata a poche settimane dal suo arrivo in stabilimento. Con una premessa: non c'era e non sapeva quel che accadde prima del suo arrivo, nonostante lavorasse per il gruppo Solvay già da almeno 20 anni. Lo incalzano i suoi avvocati in un interrogatorio evidentemente ben studiato. Lo fa anche l'accusa, il pubblico ministero Riccardo Ghio, ma Bigini, e i testi successivi, non si schiodano da quel: “non sapevamo”.
Bigini assume la carica di direttore di stabilimento nell'aprile del 2008. A maggio è emergenza. “Mi fu sottoposta una lettera da firmare, in risposta ad una richiesta del comune di Alessandria, con allegati due documenti. Ci veniva chiesto un aggiornamento sulla barriera idraulica e sull'alto piezometrico. La firmai, ma la lessi dopo. Fu comunque l'occasione per fare il punto della situazione con i collaboratori, a pochi settimane dal mio arrivo”. E ancora: “mi fu detto che tutte le informazioni contenute erano già state trasmesse agli enti. Non saprei dire perchè scoppiò l'emergenza visto che i dati erano noti ad Arpa dal 1998”. Tant'è che “proponemmo noi la barriera idraulica”, inizialmente di 4 pozzi. Oggi, dopo le prescrizioni degli enti, è di 200 pozzi.
I documenti davano indicazione delle azioni da effettuare per abbassare l'alto piezometrico, tra cui la fermata dell'impianto Algofrene, dal quale poteva provenire la perdita. “Difficile comprendere dove potesse essere la perdita: si tratta di una rete idraulica sotterranea di 50 chilometri”. “Il processo di bonifica – aggiunge Bigini – era già avviato comunque, l'emergenza lo fece solo accelerare”.
L'episodio fa venire in mente che, da qualche parte, ci potessero essere documenti o studi fatti in passato, che aiutassero a comprendere cosa c'era sotto lo stabilimento.
“Avviammo un'indagine interna, con interviste ai dipendenti e ricerca di materiale”. E' così che la dirigenza Solvay “scopre” nel 2008 un corridoio con quatto armadi, uno dei quali “sotto chiave”.
Era il cosiddetto Archivio Parodi, che conteneva i rapporti delle società di consulenza Enser ed Enviror, il rapporto del geologo Molinari, del '94, la doppia documentazione, quella “per gli enti” e quella interna. Dentro c'era tutto, o molto: si parlava dell'alto piezometrico (rapporto Erl del '92), delle discariche che contenevano rifiuti tossico nocivi, e non speciali, del modello idrogeologico a falde comunicanti. Spunta anche il rapporto Conti che parla già dal '46 della contaminazione esterna allo stabilimento, e il “libretto nero” con i dati delle analisi delle acque negli anni '50 e '60.
“A nessuno venne in mente di chiedere semplicemente alle società di consulenza ambientale? chiede il pubblico ministero Riccardo Ghio? “No”, è la risposta.
Ma i dipendenti storici, passati da Ausimont a Solvay, possibile che non sapessero dell'archivio? “Non lo avevano ritenuto importante”, risponde il teste Colatarci, direttore delle risorse umane all'epoca dei fatti. “Non fu preso nessun provvedimento disciplinare”, chiede il Pm. “No, nessuno”.
Anche quando Bigini venne a conoscenza di una doppia documentazione, sempre dopo il maggio 2008, con dati più completi ma solo “interni” ed una “versione per enti” ripulita, se ne sta alle spiegazioni che gli vengono date: “quei dati non sembravano realistici, andavano verificati meglio”.
Non quadrava come il cromo esavalente potesse riemergere dopo che le lavorazioni erano state interrotte dal 1973.
Ma, ci tiene a sottolineare Bigini, i valori dell'acqua delle rete potabile, quella del pozzo 8, che serviva l'interno dello stabilimento e le abitazioni immediatamente attigue allo stabilimento, non hanno mai superato i valori massimi di concentrazione. “Si parla di 9 microgrammi per litro”, quando il limite è di 50. “Nella fontana pubblica di Frugarolo, i valori sono 12”. E del resto, dice ancora il teste, “il cromo è contenuto in natura nella serpentinite sull'appennino”.
Il direttore di stabilimento, rispondendo alle domande dei suoi avvocati, replica facendo l'elenco delle azioni intraprese per la messa in sicurezza del sito industriale e delle discariche C 1 e C2, che contengono i “veleni” a base di cromo e altro sepolti già a partire dagli anni '40. Trenta milioni di euro l'investimento per la bonifica e gli interventi ambientali, completamento del piano di caratterizzazione, implementazione della barriera idraulica, alto piezometrico ridotto del 90%.

EDICOLA DIGITALE

sfoglia

abbonati

Le notizie più lette

Lutto

Addio
al medico Giorgio Montanaro

01 Luglio 2020 ore 14:47
.