Domenica 18 Agosto 2019

Processo Michelin, secondo la difesa "manca la prova"

E' ripreso il processo a carico di cinque direttori di stabilimento Michelin con le arringhe finali degli avvocati della difesa: “non è stato provato il nesso di causalità tra le malattie dei dipendenti e l'ambiente di lavoro. I valori delle ammine erano fino a mille volte inferiori dei limiti considerati pericolosi”. Il 26 ottobre l'ultima udienza, poi la sentenza

Processo Michelin, secondo la difesa "manca la prova"
ALESSANDRIA – Due i concetti ribaditi più volte dagli avvocati di difesa dei cinque direttori di stabilimento della Michelin di Spinetta Marengo, accusati di omicidio colposo e lesioni aggravate, nell'ambito del processo che si sta svolgendo davanti al tribunale di Alessandria: non è stata provata, nel corso del processo, un nesso di casualità tra l'insorgere delle malattie dei lavoratori (principalmente cancro ai polmoni o alla vescica); la concentrazione di sostanze cancerogene, e in particolare le ammine, erano al di sotto dei livelli di guardia.
E' ripreso con le arringhe finali della difesa, l'avvocato Alberto Vercelli, per il responsabile civile, e Luigi Stella, il processo a carico di Giancarlo Borella, Giovanni Alberto, Emilio Toso, Bartolomeo Berello e Jean Michel Belleux (per il quale lo stesso pm aveva proposto l'assoluzione), per omicidio colposo e lesioni aggravate.

Il pubblico ministero Marcella Bosco aveva chiesto condanne da tre a cinque anni. Chiedono l'assoluzione le difese, andando a riprendere, nel corso dell'arringa, gli studi prodotti durante le fasi dibattimentali e le testimonianze. “I dati ambientali storici – dice l'avvocato Vercelli – escludono la presenza di contaminanti negli ambienti di lavoro e i dati epidemiologici escludono il rischio in termini causali e concausali”. Le concentrazioni dei cancerogeni, le ammine aromatiche in particolare, sarebbero state anche fino a mille volte inferiori ai limiti considerati “pericolosi”.
“L'accusa – dicono i difensori – non è stata in grado di provare un nesso causale tra l'insorgenza delle malattie e l'ambiente di lavoro”.
Non ci fu neppure un atteggiamento da parte dell'azienda di “frustrazione” dell'azione sindacale, “ci fu, semmai, una normale dialettica, ma non fu impedito al sindacato di svolgere la propria funzione”. Quindi risulta, sempre secondo la difesa, la richiesta di risarcimento del danno come parte civile del sindacato Cgil.

Cosa ha provocato, allora, l'insorgenza di cancro ai polmoni e alla vescica in una quarantina di dipendenti che hanno lavorato in Michelin tra gli anni 80 e 90 (molte delle posizioni sono nel frattempo sono cadute in prescrizione e, ad oggi, sono otto le parti lese)? La difesa punta tutto sul fumo di sigaretta “che è causa del 90% dei casi di cancro ai polmoni e fino al 65% del cancro alla vescica”. Non negava il pubblico ministero l'incidenza del fumo di sigaretta, ma la secondo la tesi accusatoria le sostanze utilizzate durante la lavorazione potrebbero aver agito se non come causa, almeno come concausa nell'insorgenza delle patologie.
L'udienza è stata aggiornata al 26 ottobre per le ultime arringhe finali. Poi si andrà a sentenza.

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