Sabato 08 Agosto 2020

Incidente Arkema, tanti forse nessun perché

Ancora nessuna risposta certa sulle cause dell'incidente del 30 marzo all'impianto di lavorazione del perossido di Arkema. Restano aperte anche altre questioni di sicurezza ambientale e dei lavoratori della Solvay. I sindacati: “non abbassiamo la guardia”

Incidente Arkema, tanti forse nessun perché
ALESSANDRIA – Resta ancora senza una spiegazione precisa lo scoppio dell'incendio all'impianto di lavorazione dei perossidi in Arkema, azienda che opera all'interno del polo chimico di Spinetta Marengo.

Team di esperti al lavoro
Un team di esperti sta lavorando, in un analogo impianto del gruppo in Francia, alla valutazione di diverse ipotesi, per trovare la causa dello scoppio e, soprattutto, mettere in atto quei correttivi necessari in modo che non si verifichino più episodi simili.
“Ma, al momento, ci risulta che una causa precisa non sia ancora stata individuata”, dice Marco Sali, della Cgil.
L'ipotesi più accreditata è quella già illustrata, a pochi giorni dall'incidente, alla commissione ambiente del comune: potrebbe essere stata una frizione meccanica ad aver provocato l'incendio. Il perossido, infatti, viene lavorato in assenza di ossigeno proprio per la sua elevata infiammabilità e qualunque variazione delle condizioni sarebbe stata rilevata dalla strumentazione.
Va dato atto, spiega il segretario dei chimici di Cgil, Paolo Parodi, che “il sistema di pronto intervento dell'azienda ha funzionato, evitando il peggio. Certo che, fino a quando non se ne capiranno le cause, è impossibile individuare i correttivi”.
E' questa, la mancanza di certezze all'interno di un procedimento produttivo che si ripete, purtroppo “l'aspetto più negativo della vicenda – spiega Parodi – L'impianto per ora resta fermo e non abbiamo idea di quando potrà ripartire. L'azienda ha comunque assicurato che i due addetti all'impianto saranno ricollocati.”
Arkema è una multinazionale che non ha nulla a che fare son Solvay, se non per la vicinanza fisica tra i due stabilimenti. Ma la vicenda ha, inevitabilmente, riacceso i riflettori sulla questione sicurezza. “Quello di Spinetta è un sito produttivo molto complesso, dove esistono diverse situazioni, ciascuna con le sue problematiche”, ammette Parodi.

Il dilemma della chimica
“Del resto è da sempre il dilemma della chimica quella di trovare la giusta via tra le esigenze produttive e la sicurezza dei lavoratori e dell'ambiente. Non ce lo dimentichiamo mai”, dice il sindacalista.
Dall'epoca Montedison a quella Solvay, Cgil ha cercato “di fare del nostro meglio, per andare oltre alla denuncia. Serve anche quella, ma alla fine resta lì, se le soluzioni non si trovano”.
Di “gatte” da pelare a Spinetta non ne mancano. Oltre all'ultimo episodio in Arkema, nel corso dell'ultimo anno si sono registrati altri incidenti all'interno degli stabilimenti produttivi di Solvay. Tutti, per fortuna, conclusi senza danni sulle vite umane. “Abbiamo chiesto più e più volte, in diversi incontri, ai vertici di Solvay, una maggiore trasparenza e condivisione anche sulle criticità. Mettendo insieme più punti di vista, magari si possono individuare altre soluzioni”.
Qualche “apertura” c'è stata, “come sulla centralina per il rilevamento dell'aria”.

Il "caso" Adv 7850 in Solvay
L'ultima battaglia ha un nome breve e ancora misterioso: l'Adv 7850. “Si tratta di una sostanza utilizzata per mantenere morbida la gomma, che ha sostituito in pratica il Pfoa”. Ora, tracce di Adv sono state trovate nel sangue di alcuni lavoratori, in piccole dosi. Non sono in quelli strettamente addetti alla produzione, però. Verso fine febbraio, quando erano stati consegnati i risultati delle analisi specifiche effettuate da un laboratorio di Brema, i sindacati avevano incontrato il professor Giovanni Coscia per parlare del protocollo di ricerca e dei rischi per i lavoratori. “Non ci abbiamo dormito sopra. Il problema è che non esistono ancora studi scientifici vasti sugli effetti di tale sostanza. Ogni qualvolta, in chimica, viene introdotto un nuovo elemento, i problemi che si presentano sono i medesimi. E occorre rincominciare tutto da capo”.
Alla richiesta dei sindacati di “indagare altri marker epatici per approfondire i possibili effetti patologici nell'organismo umano, il professor Costa sì è detto sicuramente disponibile ad accogliere il suggerimento. A parole la disponibilità c'è sempre”.
Ma, purtroppo, è anche emerso come “vi sia una carenza di elementi utili a stabilire gli effetti sul corpo umano e un valore limite biologico, sebbene nei ratti si abbiano evidenze di tossicità epatica”.
Come Cgil, è stata avanzata l'auspicio che “gli enti pubblici deputati al controllo della salute dei lavoratori, delle lavoratrici e dei cittadini, esprimano quanto prima un loro parere tecnico-scientifico circa gli effetti di queste sostanze presenti nell'organismo.
Il nodo della questione è che non vi sono laboratori in Italia in grado di eseguire tali analisi.
“Non per questo dico che la chimica si deve fermare. Trovare un equilibrio non è facile – conclude Parodi – ma non ci si deve fermare nella ricerca di correttivi nel miglioramento del sistema produttivo. Solo non rinunciando alla ricerca e all'attenzione verso la sicurezza su tutti i fronti è possibile raggiungere un equilibrio quanto più accettabile”.

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