Lunedì 16 Settembre 2019

"Ho ucciso, ma sono il capitano del mio destino"

Prosegue il nostro viaggio all'interno della Casa di Reclusione di San Michele con la pubblicazione della seconda storia personale raccontata da un detenuto. E' il tentativo di far conoscere quante emozioni siano contenute fra le sbarre di un penitenziario e dare la possibilità a chi ha sbagliato di raccontarsi, stabilendo un contatto con l'esterno della struttura

"Ho ucciso, ma sono il capitano del mio destino"
ALESSANDRIA - Grazie a un'apposita autorizzazione AlessandriaNews.it sta raccogliendo in una rubrica le storie di alcuni detenuti della Casa di Reclusione di San Michele. Un'occasione non per fare spettacolo delle sofferenze umane ma per mostrare il lato umano delle persone recluse, offrire a tutti la possibilità di mettere a confronto il proprio immaginario con esperienze reali, storie straordinarie di vita, capaci di far riflettere chi si trova all'esterno del carcere, ma anche di offrire un'occasione per chi si trova all'interno per raccontarsi, stabilendo un legale con la città e cogliendo l'opportunità per riflettere pubblicamente sul proprio passato e sulle proprie scelte.

Ospitiamo le storie così come ci vengono raccontate, con il minor filtro possibile fra la narrazione che viene fatta e la vostra possibilità di leggerle. Ecco il secondo racconto (qui il primo).

STORIA
(ndr: poiché viene raccontata in parte come un dialogo interiore e un conflitto fra diverse pulsioni vissute dalla stessa persona, abbiamo agevolato il lettore mediante una distinzione cromatica. A parlare, fra sé e sé, è però sempre chi racconta la storia).

Perché stai tornando a casa? Hai lasciato il titolare gridare, ti sei girato e l’hai mandato a quel Paese.
Lo so che mia moglie e il suo amante sono a casa mia, sul mio letto che stanno facendo porcate, senza il minimo rispetto verso di me.
Fatti furbo, adesso hai perso il lavoro, mandando a quel paese il titolare, ora non mandare a puttane la tua vita, con questa rabbia che hai addosso rischi grosso, e peggio ancora se…
…se entro in casa, senza farmi notare, prendo la 38 a tamburo argentata, che è carica e pronta a fare fuoco e l’ammazzo è delitto d’onore.
E’ delitto d’onore, ma sei pazzo! Al giorno d'oggi pensi che esista ancora?
Ma svegliati, e forse non fai neanche un anno o massimo due di carcere. Sì, così sto difendendo il mio onore.
Ragiona, sei giovane e non sei brutto, di donne ne troverai altre mille. Entra in casa, spaventali e poi mandali a calci in culo fuori casa senza vestiti.
No, mai, cosa diranno i vicini? Che sono un cornuto contento, devo vendicarmi.
Ma ti preoccupi dei vicini, di cosa potrebbero dire, e non pensi che rischi il carcere a vita? E sai come è il carcere, perché ci sei stato per tre anni e se non era per l’indulto stavi ancora dentro. Dopo quel brutto periodo sei uscito e hai cambiato vita, adesso usa la testa.
Io la testa non ce l’ho più, quella donna la amo, e non avrei mai pensato che avesse un amante: era premurosa nei miei confronti, mi aspettava sveglia fino a sera tardi e mi mostrava amore e fedeltà, se non era per il suo cellulare che ha lasciato sul divano mentre faceva la doccia, che ho preso e controllato…
Ho visto che ha un appuntamento con un uomo in mattinata. Dove? A casa mia. Mentre io sono al lavoro a spaccarmi la schiena, carica e scarica tutto il giorno, lei cosa fa? Fa l’amore nel nostro letto. E tu mi dici pensa, cosa c’è da pensare? Oggi saranno morti!
Per voi sta arrivando l’angelo della morte.

Non sei dio, solo dio ha il potere di prendere le anime delle persone, tu non puoi farlo, perché sarai punito dalla legge e dalla giustizia divina, perché dio nel suo sacro libro non ha detto di uccidere esseri umani.
Dopo questa trafila di pensieri condivisi nel mio cervello, la parte destra cerca di non farmi rovinare la mia vita, facendomi ragionare, la parte sinistra cerca d’imporre la sua ragione, mi ritrovo davanti al portone, esito per un attimo come se i miei piedi non volessero attraversare quell'ostacolo, ma la parte sinistra del mio cervello dà l’input a tutto il mio corpo di muoversi, apro il cancello, salgo i tre piani, senza il minimo rumore, apro la porta e in punta di piedi entro in casa, do un’occhiata verso la stanza da letto, verso la porta chiusa. Mi dirigo verso il nascondiglio della pistola, la prendo in mano, contemplando la potenza che provo tenendola in pugno.
Sempre senza il minimo rumore cerco di vedere cosa sta accadendo nella stanza da letto, scrutando dal buco della serratura.
Li vedo, mio dio, è così che la mia amata moglie ricambia l’amore che le ho dato? Non sono stato un cattivo marito, a tratti sono stato un po’ geloso, ma mai possessivo, sono stato un marito, un amico, un padre. Ero sempre presente, perché mi sta facendo questo? Forse non sono bravo abbastanza a letto, o volevi di più.
La nebbia mi offuscava la vista, non riesco più a pensare, e con tutta la collera che ho addosso e la potenza dei miei muscoli do un calcio alla porta e nello stesso tempo, puntando la pistola all’altezza d’uomo, li vedo saltare in aria come un ladro colto in flagranza di reato.
Mi guardano, li guardo, passano tre secondi, che paiono una vita in quel silenzio assurdo, mia moglie mi guarda e dice: "non è come sembra".
Rimango basito da quelle quattro parole, mi viene da ridere, ma non riesco: “mi stai prendendo per il culo? Non è come sembra. Per caso questo bastardo è scivolato e ti è caduto addosso, ti sembro scemo?" Ribatto a voce alta. Nessuna risposta.
Nell’aria c’è il ronzio del condizionatore con la sua aria fredda, congela l’aria e congela l’immagine nella mia memoria, facendo sì che si svegli  la bestia che è in me. Con la mano sinistra prendo l’uomo per i capelli e nello stesso tempo puntando la pistola alla sua testa lo faccio scendere dal letto e con una freddezza che non ho mai avuto gli sparo due colpi in piena fronte. Vedendo quella scena mia moglie si mette a urlare, mi giro di scatto: "zitta, non urlare o ti farò saltare la testa" le dico con una voce che non sembra mia. Non sono io. Ormai ho perso il controllo su me stesso, non so cosa sto facendo. Mia moglie sopra il letto in silenzio, dalla finestra vedo persone in fermento “stanno chiamando la polizia, ammazzala e scappa, vai all'estero, lì non ti prenderanno.
Non lo fare, hai ucciso quel ragazzo non far diventare peggiore la tua situazione, chiama la polizia e racconta tutto, avrai qualche sconto di pena, e lascia stare tua moglie, falla andare per la sua strada”.
Nell’attimo stesso che ho finito di pensare, altri due colpi raggiungono mia moglie in pieno petto, la vedo cadere e stramazzare al suolo.
Cosa ho fatto!
Sparo i restanti colpi in aria per paura di suicidarmi. E mi lascio andare a un luogo pianto, mi metto sul divano, non c’è nulla nella mia testa, osservo i due corpi a terra e vedo il sangue che sta prendendo il sopravvento sullo moquette colorata. Guardo in silenzio.
Boom boom - "Aprite! Polizia! Aprite la porta o la buttiamo giù!”. Non riesco a muovermi, sono paralizzato. Con un grande rumore vedo pezzi di legno arrivare fino alla stanza da letto, tre pistole puntate alla mia testa. “Non ti muovere, fai cadere l’arma a terra”.

Dentro una cella del carcere, sdraiato sul letto penso e faccio scorrere l’immagine della mia vita riflettendo sul passato, vivendo il presente e pensando al futuro. In questi anni trascorsi dietro le sbarre, adesso posso distinguere tra le due voci che rimbombano nella mia testa. La prima è la parte destra del mio cervello, la voce del bene, la voce dell’angelo con le ali, l’aureola e l’arpa tra le mani che stava cercando di farmi ragionare, ha cercato invano di farmi desistere dal commettere un reato. Ma è stato inutile, ha vinto la parte sinistra del mio cervello, la voce del male, il demone con il suo colore rosso, la coda e la forca stretta nel pugno. Io non ho dato ragione alla voce del bene che ha cercato invano di farmi seguire il cammino giusto, invece ho scelto la rovina, ho seguito il mio demone, la voce del male, che mi ha messo su una strada difficile, tortuosa d'attraversare.
E adesso vivo con la convinzione che il mio futuro sarà migliore sia del passato che del presente. Fino ad ora non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel. Ora mi ritrovo in una cella di 2 metri per 3 contando i secondi, minuti, ore, giorni, mesi e anni e non ho ancora scontato la mia condanna. Sono passati otto anni, ho avuto molto tempo per pensarci e pentirmi di quello che ho fatto. So di aver sbagliato, e non credo nel destino, il nostro destino lo scegliamo noi. Dio ha dato il libero arbitrio e spetta a noi decidere quale strada prendere, io ho intrapreso la strada sbagliata. Spero solo di poter cambiare il mio futuro, vorrei avere i problemi delle persone comuni, alzarmi la mattina, andare al lavoro, pagare le tasse, provare la sensazione che faccio parte della società, essere una nuova persona. Una persona con dei valori, rispettosa nei confronti degli altri, senza imporre loro le mie scelte. Mi mancano soltanto otto anni e tutto sarà finito e poi tocca a me intraprendere il giusto cammino. L’arma che ho in più adesso è che ho avuto molto tempo per riflettere sulla mia vita e sono in grado di capire quale strada è migliore dell’altra. Chiudo con una citazione di Nelson Mandela: “sono il capitano del mio destino, il padrone della mia anima”.

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