Martedì 17 Settembre 2019

Lamin: "Ora voglio fare la mia parte"

Prosegue il nostro percorso di conoscenza con i ragazzi che, attraverso il mare dopo tante difficoltà, sono giunti in città alla ricerca di asilo e un futuro lontano dalla guerra e dalle persecuzioni

Lamin: "Ora voglio fare la mia parte"
LO SPAZIO - Insieme all'associazione Cambalache, che in città si occupa di organizzare l'ospitalità dei richiedenti asilo giunti dalla Libia, conosciamo chi sono i ragazzi fuggiti dai loro paesi e arrivati ormai da qualche tempo in città.

Oggi è la volta di Lamin, ecco il suo racconto.

Ciao, mi chiamo Lamin, ho 26 anni e sono nato a Banjul, in Gambia.
Sono timido, osservo con attenzione ciò che mi circonda e per comunicare con gli altri a volte non uso le parole, mi basta uno sguardo.
In Gambia vivevo a Serekunda con la mia famiglia molto numerosa: io sono il secondo di 9 fratelli.
Ho frequentato la scuola fino a quando, da ragazzino, mi hanno mandato alla scuola coranica. Terminati gli studi ho cominciato a fare un lavoro che mi piace: l’elettricista.
Ho trovato impiego in una compagnia governativa. Ero contento, sembrava essere un buon posto e avrei potuto aiutare economicamente la mia famiglia.
Poi però sono arrivati i problemi. Sul posto di lavoro ho cercato di far valere i miei diritti di lavoratore.
La compagnia per cui lavoravo era sotto il governo, e in Gambia “the government is always right”, il governo ha sempre ragione. Il presidente ha tutto il potere e nessuno ha diritti.
La polizia ha cominciato a cercarmi. Non c’era possibilità di avere giustizia, e dovetti scappare. Ho attraversato velocemente vari paesi fino ad arrivare in Libia, dove però è impossibile vivere. E’ pericoloso, ci sono combattimenti, furti, aggressioni.
In Libia mi sono ammalato alla gola. Riuscivo solo a bere latte e mangiare un po’ di couscous. Mi sono imbarcato per la Sicilia e le mie condizioni si sono aggravate, ho fatto il viaggio senza bere e mangiare nulla. Arrivato in Italia, ad Alessandria, sono stato operato e ho passato tre settimane all’ospedale.
Ora passo gran parte della giornata all’Ostello, a fare da mediatore nelle operazioni di prima accoglienza dei nuovi rifugiati che arrivano. Mi occupo di tradurre: i nuovi arrivati sono uguali a me quando sono arrivato qui: sono spaesati, impauriti e non capiscono l’italiano. Distribuisco i pasti e parlo con loro in wolof, mandinka e inglese.
Mi piace. Ho deciso di impegnarmi in questo perché qui le persone mi hanno aiutato, dunque ora voglio fare la mia parte.

Per saperne di più

http://it.peacereporter.net/mappamondo/paese/21

http://www.amnesty.org/en/region/gambia

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