Mercoledì 18 Settembre 2019

Bastava una telefonata

Quella di questi giorni è una grande vittoria o una grande sconfitta? Seguire le regole è difficile, specialmente se sono ingiuste. Ma fino a che punto è lecito violarle? E chi decide il limite?

Bastava una telefonata
Oggi Alessandria si sveglia con i suoi cittadini al lavoro, la spazzatura raccolta regolarmente, gli autobus che compiono il solito percorso. Nell’aria la sensazione di sollievo che segue un grande spavento, e non manca una certa euforia in qualcuno, come se si fosse vinta una grande battaglia.

In realtà, a ben guardare, quella dei giorni scorsi è stata una pagina triste e una dolorosa sconfitta, l’ennesima di una lunga serie. La situazione degli stipendi non pagati ha cominciato a essere risolta quando è arrivata la conferma dell’imminente nomina dei commissari inviati da Roma. Come si è arrivati a questo decisivo passo in avanti è stato lo stesso sindaco a confessarlo, anzi, a rivendicarlo con orgoglio, senza farsi mancare una foto a immortalare l’evento e ringraziamenti speciali, diffusi pubblicamente in un comunicato. E’ bastata una telefonata dell’onorevole Bruno Fracchia, “che ha 
messo in campo le sue conoscenze personali di ex deputato, rendendo 
possibile un contatto diretto con il Quirinale”, per disincagliare finalmente l’iter che porterà a breve i commissari in città, attesi invano già dal 10 di agosto ma che probabilmente si sarebbero dovuti attendere ancora chissà quanto, senza la fatidica telefonata. E’ questo lo specchio della nostra Italietta dalla quale non abbiamo nessuna intenzione, o capacità, di affrancarci, intrisi come siamo fino al midollo dei suoi meccanismi di funzionamento perversi e clientelari. E infatti tanti in città in questi giorni hanno lamentato un mancato intervento diretto di Renato Balduzzi, perché “è scandaloso che una città con un ministro sia lasciata in queste condizioni”. Come a dire che, avendo finalmente un santo in paradiso, ad Alessandria un trattamento di riguardo sarebbe doveroso garantirlo. E finché continueremo a pensare che tutto questo sia giusto e normale non avremo nessuna possibilità di uscirne.

Ma siamo proprio sicuri che l’unica lettura possibile sia quella di una città coraggiosa che decide di forzare le regole, costi quel che costi, contro uno Stato tiranno che la vessa con vincoli e controlli eccessivi? Non è forse per una mancanza d’intervento tempestivo da parte dello Stato (sebbene abbondantemente richiesto) che si è finiti in una condizione di dissesto? Siamo proprio sicuri che la possibilità di derogare a piacere dalle norme che non riusciamo a rispettare sia in generale una buona idea? Quando insomma è un “atto eroico” e quando “finanza creativa”? Cosa sarebbe successo se invece le avessimo rispettate fin dal principio le leggi, pagando piuttosto il prezzo di qualche rinuncia? Opporsi a un tiranno non è solamente giusto, ma doveroso. L’importante è capire quando si ha di fronte un tiranno o semplicemente qualcuno che non ci piace ascoltare. Chi decide insomma quando una norma è lì per vessare o per tutelare i cittadini da situazioni ancora peggiori che potrebbero verificarsi se tutte quelle regole di controllo venissero forzate?

Si tratta ovviamente di una domanda tanto provocatoria quanto un po' scomoda. Più d’uno avrebbe la risposta pronta, dicendo che lo Stato dovrebbe controllare meglio e mantenere il “collare più stretto” a quelle realtà che dimostrano di essere più inclini a non conservare i propri conti in ordine (magari con più di un pensiero "padano" al Sud della nostra penisola). Se Alessandria non fosse la nostra città, saremmo proprio sicuri di voler pagare noi i danni fatti da altri amministratori (sempre che vengano accertate responsabilità specifiche) e di non preferire che a farlo siano i cittadini che quegli amministratori li avevano votati e non hanno saputo “controllare” a dovere? Non vorrei che la domanda sembrasse retorica, perché non lo è. 

Ha fatto bene Rita Rossa a farsi aiutare da una telefonata nel chiedere aiuto per una città che stava (e in buona parte sta ancora) soffocando sotto la morsa dei debiti? Ovviamente sì. La sua azione ha sbloccato l’iter decisivo per cominciare a rimboccarsi le maniche e uscire dal guado. Chi è titolato a sbloccare i fondi finora vincolati potrà farlo, cominciando a liquidare le somme dovute ai creditori del Comune, comprese le società partecipate, e, di conseguenza, consentendo a molti cittadini di ottenere con costanza almeno i propri stipendi, senza i patemi d’animo degli ultimi mesi. Un risultato piccolo piccolo, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

Ciò che dovrebbe scandalizzare è come uno Stato non intraprenda iter doverosi, pretendendo però il rispetto di tutte le regole da parte degli Enti locali, anche delle più inique, finché non ci sia una buona ragione per farlo, spesso coincidente con qualche interesse di parte, fosse anche solo la telefonata di un amico. (Al sindaco Rita Rossa va comunque riconosciuto di avere avuto il coraggio di intraprendere azioni non proprio ortodosse per garantire gli stipendi a tutti in condizioni non certo semplici, a costo di rischiare qualcosa di personale, perché la Corte dei Conti l’ha già bacchettata e come Primo cittadino risponderebbe in prima persona in caso di eventuali condanne).

Fermarsi a riflettere sul ruolo di controllo che tutti noi dobbiamo avere e sul grado del nostro senso civico, se ancora ne esiste uno, è davvero vitale se vogliamo avere un futuro migliore. Gli organi di stampa per primi non hanno probabilmente vigilato abbastanza negli anni passati, lasciando che tanti provvedimenti venissero approvati senza che si aprisse un vero dibattito in città. Anche i cittadini però, se hanno imparato la lezione, dovranno fare di più, informandosi e pretendendo di avere risposte per tempo quando serve.

Quella di ieri è stata una brutta giornata dunque, ma qualcosa si salva.

Intanto le scuse del sindaco Rita Rossa alla città, per non essere stata “rossa” come promesso in campagna elettorale, tentando di far digerire ai lavoratori un accordo di scambio fra la propria dignità e lo stipendio in ritardo, pur con la scusante, non piccola, di cercare al più presto una soluzione che sbloccasse i pagamenti diretti a loro. Si è resa conto dell’errore commesso e ha riconosciuto che alcuni valori non hanno prezzo e che pertanto i cittadini non si comprano. In un contesto politico dove si è abituati a difendere fino alla morte l’indifendibile quello di fare esplicitamente un passo indietro e di chiedere scusa è un gesto prezioso, che merita di essere sottolineato. Senza dimenticarsi però dello scivolone.

Qualcuno invece ieri ha trionfato davvero: senza nessuna retorica a vincere sono stati i lavoratori di Alessandria, quelli che hanno rispedito al mittente una “proposta indecente” con le lacrime agli occhi e il mutuo in scadenza, dimostrando che è ancora vero che non tutto è in vendita e che le proteste, se svolte collettivamente e con forza, sono in grado di portare a dei risultati. Questa dovrebbe essere una lezione per tutti noi, che tante volte abbiamo rinunciato alla possibilità della lotta collettiva annichiliti dalle disperazioni personali. Se Alessandria si blocca, qualcosa succede. I lavoratori delle partecipate sono i veri vincitori di una giornata triste, ed è giusto che vadano in giro per la città con lo sguardo fiero e più fiducia nei propri mezzi. La speranza di salvare Alessandria passa soprattutto da questa determinazione, presente e futura: per risolvere certe questioni la via più veloce è ancora una telefonata, ma non è detto debba andare sempre così.

Grazie a quanti, in questi giorni, con la propria dignità, lo hanno ricordato a tutta la città. 

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