Mercoledì 20 Gennaio 2021

Dossier Spinetta

Disastro ambientale: le sentenze ignorate e snobbate da molti

I giudici sono concordi: l’inquinamento andava fermato

Disastro ambientale: le sentenze ignorate e snobbate da molti

Da destra: gli avvocati Laura Pianezza, Giuseppe Lanzavecchia, Vittorio Spallasso e Cristina Giordano in Cassazione (Roma) lo scorso dicembre

SPINETTA MARENGO - A quasi un anno di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione che sancisce, in via definitiva, il disastro ambientale colposo nell’area di Spinetta, individuandone i responsabili e specificando di come si sia trattato di un inquinamento mai interrotto (fino al 12 dicembre 2019), quindi non solo attribuibile alle condotte del passato, sembra proprio che in molti non abbiano letto attentamente le oltre cento pagine redatte dai giudici romani.

Ignorate da tanti anche le decisioni della Corte d’Assise di Alessandria e d’Appello: se fossero state prese in considerazione, allora gli amministratori avrebbero potuto agire di conseguenza.

"I terreni vanno rimossi"

Il primo punto che salta agli occhi è scritto nella sentenza di primo grado, dalla Corte d’Assise. E riguarda i possibili rimedi per porre fine alla contaminazione disastrosa: si fa riferimento alla rimozione dei terreni inquinati, oltre che all’eliminazione delle perdite.
In sostanza, per i togati «l’allestimento dei pozzi barriera, anche nel numero massimo possibile e non in quello, timidissimo, attuato nel 2007 e solo in seguito progressivamente ampliato, è l’intervento minimo ed il meno efficace, oltre che, probabilmente il meno costoso, e quest’ultimo particolare può dare forti indicazioni sulle ragioni della scelta, perché equivale non a bloccare o a contenere all’origine la situazione di pericolo, ma a porre rimedio imperfetto ad una criticità che non avrebbe dovuto crearsi a monte».

Sempre riferito al periodo coinvolto nell’imputazione non sono stati compiuti interventi seri per la rimozione degli inquinanti, ovvero i terreni contaminati. Quindi, per la Corte, non bisognava solo riparare le perdite ma anche rimuovere i terreni compromessi e contenere l’espansione verso l’esterno

"Basta sversamenti"

Ma la Corte di Cassazione si spinge oltre e scrive che l’inquinamento doveva essere fermato, anche interrompendo la produzione e quindi gli sversamenti nel sito.

Tutti i giudici che hanno affrontato il caso di Spinetta, dunque, sono concordi sul fatto che gli sversamenti andavano interrotti. Ed è il procuratore generale, nell’udienza del 12 dicembre 2019, a sostenere come l’autodenuncia dell’azienda, gli studi di caratterizzazione, i teorici progetti di bonifica non legittimano la possibilità di inquinare.

La Solvay in Commissione parlamentare

Chiarito che siamo di fronte a un disastro ambientale, e che i giudici hanno sentenziato come l’inquinamento vada rimosso, a chi spetterà l’onere?

Durante l’audizione della Commissione parlamentare d’inchiesta del gennaio 2020, Marco Colatarci spiega come Solvay sia arrivata a Spinetta alla fine del 2002: «Siamo entrati in fabbrica nel 2003, abbiamo cominciato a cercare di capire come girava il sistema e abbiamo avuto tre-quattro anni finché, nel 2008, è scoppiato il problema che tutti conosciamo (si riferisce all’inchiesta conosciuta come l’allarme cromo esavalente nelle acque di falda, ndr). Quindi la problematica noi ce la siamo trovata a gestire dal 2004/2005 in poi. Ad oggi mi risulta che non sia stato ancora individuato il responsabile della contaminazione di sistema».

Ma la sentenza della Corte di Cassazione è antecedente a queste dichiarazioni (la sentenza è stata emessa il 12 dicembre 2019). Non è che queste parole derivino dal fatto che il Ministero dell’Ambiente ha richiesto un risarcimento danni milionario invece di chiedere la bonifica?

La Cassazione, infatti, ha rimesso le parti innanzi al giudice civile per il risarcimento in forma specifica. I terreni inquinati, intanto, sono sempre lì, a Spinetta, ancora al loro posto.

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