Giovedì 24 Settembre 2020

Intervista

"Il malessere interiore non è una malattia"

Lunedì 20 gennaio è considerato il giorno più triste dell’anno. Abbiamo parlato con Lorenza Ronzano, filosofa e psicologa, autrice del saggio “La variabile umana”

"Il malessere interiore non è una malattia"

ALESSANDRIA - A decretare il 20 gennaio il ‘giorno più triste dell’anno’ ci sarebbe un’equazione matematica. Lunedì sarà dunque il ‘blue monday’ per dirlo all’inglese, come da definizione originaria. Una combinazione - non provata scientificamente - tra ore di luce, periodo e disagio psicologico. Fatto sta che, subito dopo le festività natalizie, aumentano le richieste di aiuto nelle strutture pubbliche. Ne abbiamo parlato con Lorenza Ronzano, autrice di un saggio dal titolo La variabile umana, frutto della sua esperienza come consulente nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Alessandria. Il libro sarà presentato lunedì, alle ore 17,30, nella sede dell’associazione Cultura e Sviluppo in piazza De André.

Dottoressa, esiste una correlazione tra i diversi periodi dell’anno e i ricoveri nei reparti di Psichiatria?
Sì, generalmente dopo le feste, e poi in agosto, si registra un aumento di casi di disagio psichico. Sono settimane in cui le persone prendono atto delle proprie problematiche relazionali: con i familiari nel caso del Natale, con la solitudine durante l’estate. Ma, a parte una minoranza, non si tratta di malattie vere e proprie, bensì di malessere. Spesso tali casi vengono trattati dal punto di vista medico con una cura farmacologica, quando invece necessiterebbero di un sopporto di altri tipo, assistenza sociale o economica.

L’uso (o l’abuso) di psicofarmaci è la tematica affrontata nel suo libro...
Esatto. Volevo mettere in evidenza un sistema, non solo alessandrino sia chiaro, che vede il trattamento di malesseri psicologici con terapie a base di farmaci. Così prevede il protocollo, non è un caso di ‘incompetenza’ degli operatori. Ho visto, nella mia esperienza, classificare come malati psichiatrici persone che, invece, non presentavano sintomi. C’è infatti un enorme scollamento tra le classificazioni diagnostiche della psichiatria e il singolo essere umano, con la sua peculiare storia.

Qualche esempio?
Se un paziente affronta un periodo complicato, magari a causa di un lutto o della perdita del lavoro, non è necessariamente malato. Sono questioni che la psichiatria non può in alcun modo risolvere, anche se continua a dispensare etichette diagnostiche e cure farmacologiche a chiunque metta piede in un ospedale.

Il sistema sanitario non prende in considerazione anche un supporto psicologico o psicoterapeutico?
Sì. Tuttavia i protocolli prevedono quasi sempre anche una somministrazione farmacologica. Io non ho mai visto nessuno entrare in cura in un reparto senza che uscisse con una diagnosi e una terapia.

Però è innegabile che ci sia un aumento di problemi psichiatrici o psicologici. Concorda?
Il disturbo più frequente è senza dubbio la depressione, che colpisce in modo trasversale età, classi sociali o culturali. Ma è anche vero che i parametri internazionali di riferimento hanno ‘alzato l’asticella’. Nel Dsm, una sorta di manuale di riferimento sui disturbi mentali, il periodo considerato ‘tollerabile’ di elaborazione del lutto passa progressivamente da sei mesi a due, fino a 15 giorni: ciò significa che, se dopo due settimane il paziente è ancora ‘triste’ per la perdita di un proprio caro, è considerabile ‘malato’. È anche che l’uomo, inteso come genere, non accetta più il dolore. È come se, per la società, occorresse essere sempre al top, performanti e mai tristi.

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