Lunedì 23 Settembre 2019

Recensione

Il signor Diavolo

Pupi Avati torna alle pellicole degli esordi, al film di genere ai giorni nostri tanto vituperato e declassato come un’operazione cinematografica di serie b

Il signor Diavolo

CINEMA - «Nella cultura contadina il diverso, il deforme vengono associati al demonio»: un’affermazione quasi “didattica”, una sorta di spiegazione antropologica, quella di padre Amedeo (Alessandro Haber), che, però - così come viene pronunciata - ha il sapore di una sconcertante e sinistra rivelazione.

Con Il signor Diavolo, il suo quarantesimo lungometraggio, all’età di ottantuno anni Pupi Avati torna alle pellicole degli esordi, al film di genere ai giorni nostri tanto vituperato e declassato come un’operazione cinematografica di serie b. Lo ha confermato lo stesso regista, chiacchierando con il pubblico e i cronisti alle Giornate del Cinema di Sorrento, la scorsa primavera, e a Comacchio, appena qualche giorno fa, per la presentazione della sua ultima fatica appena uscita in sala: «Che in Italia ci sia un ritorno ai generi ne dubito. Quando abbiamo fatto La casa dalle finestre che ridono c'erano registi come Bava, Fulci, Argento, si producevano 350 film all'anno e venivano venduti in tutto il mondo. Siamo arrivati alla sfrontatezza di fare il western, e con successo. I generi non venivano disdegnati dagli autori. Il regista americano fa film di genere ma rimane sempre autore. Qui se fai un film di genere non sei più autore. Quando vedrete il nostro nuovo film vi renderete conto che è un film di genere ma è un film nostro».

Dopo cinque anni di silenzio e di allontanamento dai set (Un ragazzo d’oro risale al 2014), Avati ripercorre nostalgicamente ma anche con grande forza ed incisività narrativa le sue origini di cineasta formatosi con le storie horror, a metà strada tra il “gotico padano” e il noir, ambientate in province della bassa emiliana (veneta in quest’ultima prova) ossessivamente arroccate su se stesse e dentro una forma di religiosità bigotta, respingente verso ogni forma di alterità.

È superfluo ricordare, a questo proposito, La casa dalle finestre che ridono (1976, con protagonista, fra l’altro, proprio quel Lino Capolicchio che, ne Il signor Diavolo, riveste i panni di don Zanini), oltre a Zeder (1983), L’arcano incantatore (1996) e Il nascondiglio (2007): pellicole in cui il regista bolognese si muove con destrezza tra sacro e profano, diavolo e acqua santa, atmosfere luminose e oscure. Così come ritorna a fare con grande abilità affabulatoria e talento visivo in quest’ultimo film e prima ancora nel romanzo omonimo, pubblicato lo scorso anno.

La storia si dipana a partire dalla Roma del 1952, in cui vive e lavora Furio Momenté (Gabriel Lo Giudice), ispettore del Ministero di Grazia e Giustizia: all’uomo, semplice e scabro nella sua normalità, vengono affidati un compito e una trasferta di una certa delicatezza, perché dovrà risolvere un inquietante caso legato all’omicidio di un ragazzino, Emilio (Lorenzo Salvatori), rampollo di una nobile famiglia veneziana, da parte di un suo coetaneo, Carlo (Filippo Franchini).

La paradossale motivazione del delitto viene identificata da Carlo stesso nell’aver ravvisato, sotto le sembianze deformi di Emilio, il Diavolo incarnato.

La favola nera di Pupi Avati, sospesa fra le atmosfere suggestive del delta padano fotografato in luce cruda da Cesare Bastelli e l’efferato realismo di certe scene, per la maggior parte immerse nel buio e rese terrificanti come nella miglior tradizione gotica dagli effetti speciali di Sergio Stivaletti.

Nel buio, si sa, proliferano i mostri, gli incubi atavici tramandati di padre in figlio dalle leggende, dai culti e dalle tradizioni rurali. Misteri e superstizioni che, spesso, persistono anche alla luce del sole: è la Pianura Padana, spiega Avati, «solo la zona che va verso il Veneto, dove la modernità non è riuscita a infliggere le sue ferite al paesaggio. Lì il tempo sembra essersi fermato. Salendo su un argine del Po e costeggiando il fiume si ha la sensazione di ripiombare in un’epoca indefinita».

Anche il fattore temporale, del resto, non ha - ne Il signor Diavolo - minor pregnanza: «Erano tempi in cui nell’aria c’era una sacralità arcaica e un po’ superstiziosa, che dilatava quel piccolo mondo di campagna. Nel dopoguerra i bambini crescevano con le favole contadine, spesso oscure. O attraverso le omelie di certi sacerdoti preconciliari, altrettanto spaventevoli mentre ti descrivevano le pene dell’inferno meglio di Dante».

Magnifico il cast, composto per la maggior parte di “vecchie conoscenze” del regista, ovvero i suoi attori più fedeli, veri e propri alter-ego: da Gianni Cavina ad Alessandro Haber, da Lino Capolicchio ad Andrea Roncato e Massimo Bonetti. Ottima anche l’interpretazione di Chiara Caselli nel ruolo di Clara Vestri Musy, la madre di Emilio, potente, disperata e furiosa dama veneziana.

Parafrasando il titolo di un suo film di qualche anno fa, si potrebbe dire che con questo ritorno al passato e al cinema di genere Pupi Avati si stia realmente apprestando a vivere “una sconfinata giovinezza”: «Picasso diceva: ci vogliono tanti anni per diventare giovane. Ecco, io sto diventando giovane», assicura il regista. «Vorrei che Il signor Diavolo fosse, come quando fai le analisi del sangue, il quadro di tutti i valori, un test del cinema che facciamo noi oggi. Prima di riuscire a produrre Il signor Diavolo, un film di genere a basso costo, abbiamo avuto sei no».

Il signor Diavolo
Regia: Pupi Avati

Cast: Riccardo Claut, Eva Antonia Grimaldi, Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Chiara Sani, Cesare Cremonini, Andrea Roncato, Ludovica Pedetta, Ariel Serra, Luigi Monfredini, Lorenzo Salvatori

Soggetto: Pupi Avati - (racconto)

Sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati, Tommaso Avati

Fotografia: Cesare Bastelli

Montaggio: Ivan Zuccon

Costumi: Maria Fassari

Effetti: Sergio Stivaletti, Ivan Tozzi - (visivi)

Suono: Pompeo Iaquone

Produzione: Antonio Avati, Pupi Avati per Duea Film

Distribuzione: 01 Distribution

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