Lunedì 16 Settembre 2019

Recensione

Domino

Brian De Palma ripropone i suoi storici cavalli di battaglia

Domino

CINEMA - «Domino non è un mio progetto. Non ho scritto la sceneggiatura. Ho avuto un sacco di problemi con i finanziamenti, non ho mai avuto un’esperienza così orribile sul set. Una gran parte del nostro team non è ancora stata pagata dai produttori danesi. Questa è stata la mia prima esperienza in Danimarca, e quasi sicuramente sarà l’ultima».

Così il vecchio maestro (classe 1940) Brian De Palma - autore di film memorabili per estetica del racconto e capacità visiva, quali, solo per citarne alcuni, Carrie - Lo sguardo di Satana (1976), Vestito per uccidere (1980), Scarface (1983), Gli intoccabili (1987) - circoscrive con una certa amarezza la sua ultima fatica cinematografica, un action thriller che sembra essere la summa dei suoi precedenti, degli anni Ottanta e attuali, da Omicidio a luci rosse a Femme fatale, Black Dahlia e Passion

Pellicola tagliata malamente in fase di montaggio e privata di una quarantina di minuti di visione, con una sceneggiatura scritta dal norvegese Petter Skavlan con scarso mordente e capacità affabulativa, Domino è un’opera tipicamente depalmiana, intessuta - come in una struttura a scatole cinesi - di racconti nel racconto, situazioni che rimandano ad altre, molteplici livelli di lettura e interpretazione (con un effetto domino, appunto), il tutto immerso in un universo figurativo spesso claustrofobico, ossessionato dalle immagini e dagli strumenti per la loro riproduzione. 

Il plot è il classico “intrigo internazionale” alla Hitchcock, dal medesimo respiro estetico (memorabile - a questo proposito - la sequenza d’inizio che ricorda La donna che visse due volte, con l’uso del piano sequenza, e quella finale in montaggio alternato e ralenti), giocato narrativamente sul tema della vendetta: quella di Christian (Nikolaj Coster-Waldau), detective in gara con l’agente della CIA Joe Martin (Guy Pearce) nella ricerca a scopo cattura del pericoloso terrorista libico Ezra Tarzi (Eriq Ebouaney). A complicare la già intricata trama ci sono anche, nel film, le piste parallele che approfondiscono il rapporto di Christian con i colleghi Lars (Søren Malling) e Alex (Carice Van Houten, proveniente, come Nikolaj Coster-Waldau dalla serialità televisiva di genere fantasy rappresentata da Il trono di spade), con i relativi non detti biografici. 

De Palma lavora, tipicamente, sui caratteri irti e ombrosi degli investigatori, chiusi nelle loro solitudini, come all’interno dei personali drammi, rancori, angosce. 

Il silenzio, l’assenza di figure di riferimento rassicuranti, sembrano provenire direttamente dall’infanzia del regista, così come viene da lui stesso sintetizzata in un’intervista al quotidiano “La Repubblica”, all’uscita in sala del film: «Sono nato nel New Jersey, mio padre era un chirurgo ortopedico, a casa lo vedevamo poco, io e i miei due fratelli. Insegnava anche, scriveva libri. I miei non andavano d’accordo, c’era molta tensione. Ho frequentato una scuola di quaccheri, in silenzio, riflettendo sugli aspetti morali della vita. Molti miei film sono sulla megalomania, continua a affascinarmi la gente che vive in mondi isolati». 

Per il resto De Palma, esponente di punta di una “New Hollywood” ormai parzialmente invecchiata ma ancora incisiva e graffiante, ripropone i suoi storici cavalli di battaglia: il voyeurismo del mezzo cinematografico (reso esplicito con la massiccia presenza di elementi scenici quali gli specchi, le finestre, i video, gli strumenti di ripresa), la riproduzione del reale con i suoi squilibri e aporie, il ruolo del Caso nella determinazione degli umani destini.   

A distanza di sette anni da Passion - remake di Crime d’amour di Alain Corneau presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012 - Domino risulta, a dispetto delle traversie produttive, dei tagli e della fiacca sceneggiatura, un buon esempio di riflessione metacinematografica, bagnata dal caratteristico humor nero di De Palma, che a sua volta affonda le proprie radici in una pessimistica considerazione sull’inconoscibilità e assurdità del reale. Pino Donaggio, con le sue sonorità concitate, completa il quadro. 

Sulle atmosfere, soprattutto hitchcockiane, che pervadono quest’opera come il resto del suo cinema, De Palma racconta: «Poi all’università ho conosciuto la Nouvelle Vague francese. Ho cominciato a fare dei cortometraggi. Nel 68’, influenzato da Godard, girai Greetings, che fu distrutto dal “New York Times” ma elogiato da altri, ed ebbe successo.

«Nel 1958 uscì La donna che visse due volte. Non lo dimenticherò mai. È un film che ti fa capire il lavoro del regista: creare romantiche illusioni con belle donne che spesso vengono uccise, e uomini virili».


Domino
Regia: Brian De Palma 

Origine: Danimarca, Francia, Italia, Belgio, Olanda, 2019, 89' 

Sceneggiatura: Petter Skavlan 

Fotografia: José Luis Alcaine 

Montaggio: Bill Pankow 

Musica: Pino Donaggio 

Cast: Nikolaj Coster-Waldau, Carice van Houten, Guy Pearce, Søren Malling 

Produzione: Backup Media, Saban Films, Schønne Film 

Distribuzione: Eagle Pictures

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