Lunedì 16 Settembre 2019

Società

Quando l'accoglienza si fa (anche) in casa: storia di Abù e della famiglia Petri

Nel 2016 una famiglia del 'Cristo' ha aderito al progetto Refugees Welcome

Storia di Abdul: l’accoglienza si fa (anche) in casa

ALESSANDRIA - Maria Carla è la prima alessandrina (e finora l’unica) ad aver aderito al progetto Refugees Welcome. Per un periodo di 12 mesi (tra il 2016 e il 2017) ha ospitato nella sua abitazione, al quartiere Cristo, Abdul Karim Moussa, un giovane richiedente asilo del Niger giunto in Italia su un barcone un anno prima. «Sono passati quasi due anni, ma continuiamo a sentirci ogni tanto. Ora lavora al CentoGrigio come tuttofare. Pian piano si sta inserendo, mi fa molto piacere».

A casa della famiglia Petri, Abù non è arrivato per caso. «Lo conoscevo già da qualche mese - spiega Maria Carla - perché aveva svolto un tirocinio nella nostra azienda agricola prendendo parte a uno dei progetti formativi dell’associazione Cambalache per richiedenti asilo e rifugiati».

Abù è un gran lavoratore, «volenteroso ed educato». Il problema, però, è che non spiccica una parola di italiano. «Era analfabeta, e il fatto di non conoscere la lingua complicava ulteriormente le cose. Sentivo il bisogno di fare qualcosa per lui. Ho parlato con gli operatori dell’ostello ’Il Chiostro’ di Borgo Rovereto, dove Abù alloggiava (e dove alloggia tuttora, ndr), e ho detto loro che mi sarebbe piaciuto ospitarlo per un po’». Da lì, il contatto con Ahmed Osman, nel 2016 referente territoriale di Refugees Welcome, «dopo circa un mese Abu è venuto a vivere da noi».

Dividere la quotidianità con un ragazzo di 20 anni che non conosce la lingua e che arriva da un Paese tanto lontano è comunque impegnativo, «bisogna mettere in conto non poche difficoltà». A cominciare dalla comprensione reciproca. «Appena arrivato, Abù parlava esclusivamente francese. Tra l’altro un francese ben diverso da quello parlato in Europa. All’inizio capirsi era un’impresa (sorride, ndr). Anche le piccolezze di tutti i giorni diventavano un problema. Abbiamo dovuto trasmettergli le abitudini di una famiglia occidentale».

Nel frattempo, Abu frequenta i corsi di italiano per migranti. Anche Maria Carla gli dà ripetizioni. «Al pomeriggio spesso ci mettevamo a tavola a studiare. L’idea di ospitarlo è nata prima di tutto con l’obiettivo di aiutarlo con la lingua. Solo in questo modo avrebbe potuto iniziare a cavarsela da solo». Con il tempo la situazione è migliorata, «anche se la sua dimestichezza con l’italiano è ancora approssimativa». I coniugi Petri vogliono che Abu si senta a tutti gli effetti parte della famiglia, non un semplice ospite. «Volevamo dargli delle responsabilità. Al mattino lo portavamo con noi in cascina, a lui faceva un gran piacere darci una mano. Anzi, a volte era fin troppo esuberante, come tutti i ragazzi di 20 anni d’altronde”.

A due anni di distanza, Maria Carla si dice “arricchita” dal punto di vista umano. «Se consiglierei questa esperienza? Certamente sì, a me ha dato tanto. Da una scelta simile derivano molte responsabilità, ma credo che per fare qualcosa di concreto per queste persone ognuno di noi debba fare la sua parte».

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