Venerdì 19 Luglio 2019

Recensione

La mia vita con John F. Donovan

Un racconto in cui Dolan torna ossessivamente a confrontarsi con i propri fantasmi

La mia vita con John F. Donovan

CINEMA - “Confessioni di una mente pericolosa”, si potrebbe dire - parafrasando una celebre pellicola del 2003, per la regia di George Clooney - a riguardo del penultimo film del genio-ragazzino (oramai trentenne) Xavier Dolan, canadese di Montréal, vincitore nel 2014 del Premio della giuria a Cannes per Mommy, nel 2016 del Grand Prix con È solo la fine del mondo.

La mia vita con John F. Donovan è un’opera - la prima del regista totalmente di lingua inglese - controversa, autoreferenziale, più volte ri-montata da Dolan, la cui uscita è stata più volte rinviata, dividendo pubblico e critica.

Dopo aver sorpreso e poi abituato lo spettatore alle sue narrazioni brutalmente sincere, a tratti estreme, a uno stile inconsueto, originale, sempre genialmente disturbante (vedi il formato ridotto in cui viene proposto Mommy, con quell’inquadratura che si “apre” fra le mani del protagonista, nel passaggio a una dimensione meno dolorosa della storia), qui Dolan inizia a riflettere sul cinema, sul fenomeno del divismo, su se stesso, mettendo in scena le sue passioni adolescenziali.

A partire da Leonardo DiCaprio, mito della sua infanzia, al quale - bambino di soli otto anni - scrisse un’ammirata lettera subito dopo l’uscita di Titanic, non ricevendo, in cambio, alcuna risposta. Un feedback mancato, ma recuperato - anni più tardi - quando Dolan si è ritrovato a leggere quella missiva di fronte al suo idolo in carne e ossa, nel corso del festival di Toronto. "Questo progetto per me è personale - confessa il giovane regista - Avrò avuto circa sette anni quando, preso dall’entusiasmo per Titanic, ho cominciato a scrivere lettere a Leonardo DiCaprio, il mio John Donovan in questo caso. Con il film ho portato in scena quel bambino che ero e il fan che sono, ma allo stesso tempo ho voluto puntare i riflettori sul concetto d’identità e sulle conseguenze della trasparenza nello show business. Questa professione ti mette addosso delle etichette che a nessuno piace indossare…".

Per raccontare il rapporto tra John F. Donovan, divo di stratosferico successo, e Rupert Turner, ambizioso attore in erba (a lui, punto di vista privilegiato della narrazione, toccherà ricostruire la vicenda e la figura del suo mito, dieci anni dopo il primo incontro), Dolan scomoda rispettivamente Kit Harington (Jon Snow ne Il trono di spade) e Jacob Tremblay (Wonder di Stephen Chbosky, 2017), in seguito accorpando un cast letteralmente “stellare”: da Natalie Portman a Susan Sarandon, da Kathy Bates a Michael Gambon, l’Albus Silente della saga di Harry Potter. "Ho incontrato varie volte Michael Gambon per parlare del ruolo e da fan sfegatato di Harry Potter gli ho detto di avere la sua faccia, o meglio quella di Silente, tatuata sul braccio - ricorda Dolan - La sua reazione? Di moderato shock. Guardando la saga di Animali fantastici mi sono detto che quello che davvero mi piacerebbe vedere, anzi fare, è un film sull’ascesa e la caduta di Voldemort. Certo, tutti tifiamo per il buono ma il fascino del male resta irresistibile. So già come andrebbe a finire: l’ultima scena sarebbe l’incontro con Harry Potter bambino".

Film definito - non senza qualche ragione - “confessionale” (con riferimento alle due opere d’esordio, J’ai tué ma mère, 2009, e Les amours imaginaires, 2010, nelle quali differenti personaggi - Dolan compreso, nel ruolo di se stesso - snocciolavano segreti e bugie delle proprie vite), La mia vita con John F. Donovan richiama alla memoria anche Lettere a Un Giovane Poeta, il fecondo dialogo su arte, scrittura, vita vissuta e ideale che legò per cinque anni (dal 1903 al 1908) Rainer Maria Rilke al giovane esordiente Franz Xaver Kappus, allievo dell’Accademia militare.

Novello Orson Welles, Dolan concepisce anche quest’opera, sulla scia delle precedenti, come espressione di una personalità artistica (la sua), di un deus ex machina che ha diritto di scelta e l’ultima parola su ogni benché minima parte del lavoro, dalla sceneggiatura (scritta in collaborazione con Jacob Tierney) al copione, dal montaggio ai costumi alla scenografia, di cui si è occupato personalmente.

Per la musica e la fotografia, invece, Dolan si è affidato ai suoi tradizionali (e fidati) collaboratori, Gabriel Yared e Andre Turpin, con i quali ha lavorato a stretto contatto: il film è girato su di una pellicola in 70 mm, che il regista preferisce, nonostante il suo utilizzo presenti costi proibitivi, rispetto alla più abbordabile tecnologia digitale. "Non ho mai girato un film in digitale - assicura Turpin. - Xavier adora la pellicola, ne va matto. È costosissimo ma il risultato è straordinario. Lui è un amante della pellicola, e questo per me è fantastico perché lavoro su pellicola da 25 anni ed è la cosa che amo di più".

Opera dell’azzardo, della sfida a se stesso, della sincerità insincera e della confessione (sul modello di un altissimo genere letterario, che affonda le proprie radici nella cultura europea di fine Settecento, primi dell’Ottocento), La mia vita con John F. Donovan è un racconto in cui Dolan torna ossessivamente a confrontarsi con i propri fantasmi, primo fra tutti il topos rappresentato dalla figura materna, con scivolamenti nel melodramma, dentro un’estetica dell’esteriorizzazione di stati d’animo e sentimenti. Un’impresa visibilmente ambiziosa, mediata subito dopo dall’ultimo lavoro di Dolan, Matthias & Maxime - presentato a Cannes la scorsa primavera - in cui il regista ritorna all’amato e rassicurante idioma franco-canadese.

"Questo film è stata una sfida incredibile -  conclude Xavier Dolan. - La mia natura resta legata al cinema che ho fatto finora, quello delle piccole realtà indipendenti, non i grandi studi di produzione, però stavolta con La mia vita con John F. Donovan me la sono goduta e ho potuto mettere assieme un cast di artisti che ammiro da sempre. Ho impiegato due anni ad ultimare il lavoro e ancora mi sembra assurdo, considerato che di solito impiego un paio di mesi in post-produzione. Non lo nego: davanti a La mia vita con John F. Donovan mi sono spesso sentito solo e perso, ma oggi sono contento del quello che ho girato…".

The Death and Life of John F. Donovan
Xavier Dolan
Canada, Regno Unito, 2018, 123'

Sceneggiatura: Xavier Dolan, Jacob Tierney

Fotografia: André Turpin

Montaggio: Xavier Dolan, Mathieu Denis

Musica: Gabriel Yared

Cast: Sarah Gadon, Sam Taylor Buck, Natalie Portman, Kit Harington, Kathy Bates, Jared Keeso, Jacob Tremblay, Emily Hampshire, Susan Sarandon, Thandie Newton

Produzione: Lyla Films, Sons of Manual, Warp Films

Distribuzione: Lucky Red

EDICOLA DIGITALE

sfoglia

abbonati

Le notizie più lette

Ovada

Guido: un simbolo di Ovada se ne va

10 Luglio 2019 ore 08:57
Il caso

La chiusura
del ristorante im...

16 Luglio 2019 ore 09:06
.